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stelle di latte

9 febbraio 2011

All’inizio dei tempi gli uomini “davano nomi” alle cose: aprivano gli occhi sul mondo e tutto era nuovo, e i loro occhi erano come quelli di un bambino che crea il proprio mondo, scintillanti di meraviglia e gioia.
Oggi, invece, noi “ereditiamo” le parole insieme ad un mondo già fatto e tutto ci appare scontato e come preesistente, non lo ri-conosciamo ma ci limitiamo a prenderne atto passivamente. Invece, se scavassimo nelle parole facendo il percorso inverso, potremmo recuperare la meraviglia originaria, quella dei nostri progenitori, e ritrovarci dentro l’energia creativa incontaminata e potente dei primordi.
Dare i nomi alle cose significava da un lato battezzarle e dunque consacrarle all’esistenza, dall’altro riconoscerle non solo fuori, ma anche dentro di sé: possiamo infatti conoscere solo ciò che in qualche modo ci appartiene già, ma aspetta di essere ri-velato. Costruendo una specie di ponte tra il mondo interiore e quello esteriore – un ponte non materiale, ma impalpabile, luminoso, irraggiungibile e colorato come l’arcobaleno -, gli antichi davano vita alle parole da cui poi nascevano delle “storie”, i “miti”, che raccontavano la nascita non solo di quel loro mondo, ma di ogni mondo, perché, come dicevano allora, “queste cose non furono mai ma sono sempre”.
A proposito dell’allattamento, un mito molto bello è quello che racconta del piccolo Eracle, esuberante e vivace sin dalla nascita, che si trovava una notte in braccio a Era. Con una testata, il piccolo fece schizzare un fiotto di latte dal seno della Dea: e le gocce che caddero sul prato tutt’intorno a loro si trasformarono in margheritine bianche, mentre quelle che arrivarono fino al cielo divennero la Via Lattea. Ancora oggi possiamo vedere le une e le altre; e una cosa importante è che il cielo stellato agli occhi degli antichi non è solo un’immagine poetica come potrebbe esserlo per noi. Le stelle, quando ancora non esistevano radar né bussole, servivano infatti per orientarsi, per indicare la via: così in latino la condizione che affliggeva un navigante che avesse perduto la rotta sotto un cielo nuvoloso era detta “de-siderium”, da “de-” , “senza”, e “sidera” che sono le stelle. Così, nella nostra lingua diciamo ancora “desiderio” per indicare che ci manca qualcosa di importante, di fondamentale per noi, qualcosa la cui mancanza ci fa sentire come se non fossimo interi; in particolare il desiderio d’amore è quello che ci fa sentire che solo con quel particolare uomo o quella particolare donna ritroveremmo noi stessi, il nostro orientamento, la “strada di casa”, solo con lui/lei il nostro “cielo” si illuminerebbe di stelle…
Ma il mito ci suggerirebbe che l’allattamento è il primo momento nella nostra vita che illumina il cielo – il nostro cielo – di stelle, quel primo momento da cui deriverà il nostro successivo modo di vivere le relazioni d’amore: il bambino al seno della mamma, infatti, non sa cosa sia il “de-siderio” perché non ha alcun bisogno di orientarsi; non conosce separazione né perdita, è tutt’uno con la sua mamma in un sentimento oceanico dove esistono solo l’abbandono, la pienezza, la felicità. E anche qui, se potessimo osservare in trasparenza questa parola, “felicità”, così difficile da definire con le parole che nascono dalla mente e non dal cuore, vedremmo che nasce da una piccola radice sanscrita, “dhe-”, che poi si trasformò in “fe-“, che aveva il duplice significato di “allattare” ed “essere allattati”. La felicità è dunque quella meravigliosa relazione in cui dare e ricevere sono tutt’uno, proprio come in quel primo momento della nostra vita! E da quella stessa radice derivano anche “feto”, “femmina”, “fecondo”, “fertile”, persino “figlio”…

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3 commenti leave one →
  1. annapai permalink
    6 marzo 2011 09:04

    Ciao meravigliose mamme della meravogliosa terra siciliana…!
    In realtà Eracle non era figlio di Era, ma di Zeus e della mortale Alcmena. Il mito però si fa ancora più interessante, perché come dice Eratostene, anche gli dei generati da dei non erano immortali se non dopo aver bevuto il latte di Era. Zeus quindi, per far acquisire l’immortalità al figlio illegittimo, lo fa portare ad Era mentre dorme. Il bambino succhia con avidità, forse la morde e lei si sveglia improvvisamente e subito lo stacca, causando lo zampillo che diviene la Via Lattea. Eracle però ha potuto bere il latte che lo rende divino e immortale, perciò viene chiamato “gloria di Era”.
    Un abbraccio dalle umide terre padane,
    Anna

  2. 27 luglio 2011 15:08

    ‎”Io parto per strappare una stella al cielo e poi, per paura del ridicolo, mi chino a raccogliere un fiore.”
    E. Rostand

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