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Racconti di parto, tagli e cicatrici. Una condivisione che rimargina

1 marzo 2011

Possono le modalità della nascita influire sulla mancanza di fiducia nel proprio corpo, sulla scarsa autostima, sui mancati allattamenti, sulle difficoltà relazionali?

In questi casi come prendersi cura di sé?
Vari linguaggi a confronto

domenica 13 marzo 2011 dalle 15.30 alle 19.30  Ingresso libero

Biblioteca Le Balate Via Balate 4, Palermo

Prenotazioni e info: 3389799490 qui  invito e brochure

 

Interverranno:

 Le donne coi loro racconti

Farida Bissinger, danza orientale

Gabriella Cinà, arteterapia

Riccardo Denaro, osteopatia

Chiara de  Franchis, psicodramma                      

Marzia Floridia, ostetricia

Pietro Franzone, bioenergetica e   musicoterapia

Michele Petitto e Tiziana Marsala,Para-tan Sound Healing

Dora Sicilia, psicologia

Daniela Thomas, scrittura evocativa

Francesco Vinci, integrazione posturale

Nel pieno rispetto dell’Altro, e delle differenze tra ogni Persona, l’incontro si pone

– come momento di riflessione sui nostri vissuti (che figlie siamo, come siamo nate, come siamo cresciute, come siamo diventate mamme, se e come tutto ciò ha influito su di noi)

– come spunto per la ricerca di informazioni corrette sull’evento nascita, che ci spingano ad una maggiore consapevolezza del nostro corpo e dei momenti che lo attraversano e che ci conducano sempre più verso SCELTE RESPONSABILI.

 Ogni ferita è diversa, perché ogni donna è diversa, per questo durante l’incontro  proporremo vari linguaggi a confronto, non certamente esaustivi delle infinite possibilità che ognuna può intraprendere per rimarginare le proprie ferite trasformandole in risorse, ponendoli nell’ottica della circolarità dello scambio informativo.

Una penna silenziosa scrive la mia storia, fatta di lettere, punti, virgole, figure disegnate sul corpo. Una spirale rotonda al centro della mia pancia racconta della prima volta che mi sono sentita sola e ho pianto disperata, ho dovuto staccarmi da mia madre e affrontare la vita. Il cordone che mi legava alla pace di una notte calda e tranquilla fu reciso per sempre nel giorno in cui vidi la luce. La mia nascita trattiene la memoria del mio primo rifiuto. Il ricordo di quel giorno si è impresso sull’addome di mia madre con una profonda cicatrice che la ammonisce ancora oggi di non essere stata in grado di aprirsi per darmi alla luce. Prima di diventare madre a mia volta non mi ero mai interrogata se la mia autostima fosse legata in qualche modo a quel parto mancato.  

Trent’anni dopo anche sulla mia pancia una cicatrice suggella la nascita di mio figlio. In quel solco prima tumefatto e accartocciato e oggi rosa e quasi plastificato si fa leggere quell’attimo in cui, sotto una lampada enorme e dentro un’asettica sala  operatoria, tutti i miei giorni mi passarono davanti e il mio cuore mi scoppiò d’amore per il suo piccolo corpicino di nuova creatura, per i suoi occhi, lo sguardo di un’anima nuova eppure antica, che fissandomi dritto negli occhi erano lì a chiedermi tutti i perché della vita. Quel senso di frustrante impossibilità nell’impassibilità di un corpo immobilizzato a un lettino operatorio.
Una lunga ferita racconta di un attimo sacro vissuto nella prosaica routine di un ospedale: i medici chiacchieravano tra loro mentre mi ricucivano, il neonatologo portò mio figlio via da me per visitarlo, l’ostetrica gli fece il primo bagnetto e tutti stavano lì ad eseguire il protocollo; ma per me e per lui quello era un attimo eterno in cui la mia vita mi scorse davanti in una manciata di secondi assieme alle sue conquiste, i giri immensi, gli errori, le aspettative, le paure. Furono quelle mie paure a far sì che il mio bambino si girasse podalico trasverso a sei settimane dalla nascita rendendo la sentenza di cesareo definitiva? È successo perché cercava, come cercai io trent’anni fa, di ritardare il più possibile la sua nascita, perché né io né lui ci sentivamo pronti per affrontare le nostre vite o magari perché sentivamo che non saremmo stati accolti con serenità?

Oggi sfioro la mia ferita che mi brucia ancora quando il tempo è umido, consapevole che anche l’esperienza del cesareo ha contribuito a liberare le energie psichiche utili per costruire il mio percorso di crescita. Oggi quel taglio non è solo una ferita cicatrizzata (eppure ancora aperta), oggi la ferita è la porta della mia vita.  Marika Gallo 

 Evento in collaborazione con http://www.domodama.wordpress.com

 

e se vuoi sapere com’è andata
racconti di parto: il giorno dopo
racconti di parto: una settimana dopo…

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11 commenti leave one →
  1. 5 marzo 2011 14:38

    Furono quelle mie paure a far sì che il mio bambino si girasse podalico trasverso a sei settimane dalla nascita rendendo la sentenza di cesareo definitiva? È successo perché cercava, come cercai io trent’anni fa, di ritardare il più possibile la sua nascita, perché né io né lui ci sentivamo pronti per affrontare le nostre vite o magari perché sentivamo che non saremmo stati accolti con serenità?

    Questo è un bel esempio di pensiero magico.
    La madre per quanto importante per il bambino non è onnipotente.
    Altrimenti tutti i figli nati da stupri etnici, in cecenia sotto le bombe..,. dovrebebro essere quasi tutti podalixci.
    O forse anche le tare genetiche, le malformazioni, le malattie metaboliche, il bqambino biondo anzichè moro… sono i frutti delle “paure” e dei “vissuti” della madre?

    La drammatizzazione del cesareo e del parto stanno facendo ammalare le future madri.
    Ricordo che il parto è questione di ore. Un figlio invece è per la vita.

    • 5 marzo 2011 20:56

      Si dice che se una farfalla batte le ali a Pechino, si sposta un po’ d’aria a New York: è forse “colpa” della farfalla? E’ un pensiero magico?
      No. Forse è un’immagine poetica del reale.
      Le madri non sono onnipotenti, certo che no. Ma noi non siamo separati gli uni dagli altri, non più che le gocce del mare o la farfalla di Pechino dall’aria di New York.
      Quando ci sentiamo ferite, lo siamo: anche se è solo un soffio d vento a sfiorarci. Ognuna ha la propria sensibilità.
      Così, l’incontro del 13 marzo non sarà finalizzato alla drammatizzazione delle paure: al contrario. Il senso è quello di ascoltarle, riconoscerle, consentire che abbiano una voce, che risuonino senza timore e poi di osservarle: perché ciò che sembrava un fantasma si trasformi in una riserva inesauribile di risorse, come ogni esperienza, bella o brutta che sia.
      Al contrario, metterle a tacere – quando ci sono -, soffocarle, imbavagliarle, ne esagera l’ombra e la scurisce, proiettandola proprio su quel figlio che, come giustamente tu dici, è per la vita.

  2. 5 marzo 2011 21:26

    il mio commento era sulla frase che ho citato, non certo sulla natura dell’incontro.
    Siamo certo parte di un tutto… ma sostenere che le paure di una madre siano causa di una presentazione di podice mi sembra pura fantasia.

    A Gaza durante l’operazione piombo fuso nascevano molti bimbi. Credete che le donne fossero tranquille? Tutti podalici?

    Il dubbio di Marika Gallo mi sembra assurdo e privo di fondamento.

    La teoria del caos che citi (la farfalla che sposta un po’ d’aria a Pechino e provoca un uragano in Texas) potrebbe essere smontata in due parole…. se fosse vera allora la porta che ho appena chiuso provocherà uno tzunami in Birmania…
    Ossia, se le variabili fossero così tante (quante farfalle ci sono nel pianeta? Quante porte si chiudono ogni secondo nel mondo) e le conseguenze così “catastrofiche” rispetto al fenomeno scatenante… il mondo sarebeb finito da un pezzo.

    Io spero sinceramente che all’incontro del 13 la revisione sulla teoria del caos (quella della farfalla) non venga utilizzata a sproposito per dare “fondamento scientifico” a posizioni personali, spirituali e poetiche…

    • 6 marzo 2011 08:38

      Io non ho parlato di uragano né di catastrofe, ma di lieve spostamento d’aria: la mia non è certo una teoria del caos, è solo una visione che ti consente di scoprire come fra avvenimenti tra loro in apparenza differenti esistano dei nessi, dei legami. Al contrario di quanto tu pensi, questa visione consiste di far ordine dentro di sé: credo che partiamo da spazi differenti, e per questo sarebbe bello incontrarci. Ciò che definisci caos per me è causalità :).
      (Le donne di Gaza non erano tranquille ma ognuna di loro è diversa dalle altre, così come il suo parto: se fossero presenti potrebbero raccontarci la loro storia).
      Come gli antichi alchimisti, i mistici di tutti i tempi e gli attuali psicologi, siamo consapevoli che, come scriveva Origene, “siamo un microcosmo: e dentro di noi c’è il sole, c’è la luna, ci sono persino le stelle”. Tutto ciò non è mera espressione poetica: ha un profondo valore simbolico. Riconnetterci profondamente all’uni-verso vuol dire diventare in-dividui, cioè indivisibili, integri, “sani”, e vivere riconoscendo la profonda risonanza dell’Unità.

  3. 5 marzo 2011 23:00

    molto interessante questo incontro… ho “subito” 2 tc, e questo incontro mi tocca il cuore, spero poter venire

    • 6 marzo 2011 08:43

      Ti aspettiamo! Dar voce alle ferite e condividerle è prendersi cura di sé: è questo ciò che conta. Solo prendendoci cura di noi stessi possiamo accogliere gli altri. Diceva Jung che il vero guaritore è “ferito”, perché riconosce in sé le cicatrici che cura.

    • amrita permalink*
      11 marzo 2011 13:29

      Ti aspettiamo Donatella!
      Un abbraccio

  4. Loretta permalink
    10 marzo 2011 09:13

    Parteciperò col pensiero…la mia ferita si chiama episiotomia. Non sono riuscita ad aprirmi alla vita, non sono stata in grado di aprire la via a questo mondo al mio bambino. Questa ferita mi ha impedito di offrire tutto l’amore e il rispetto con cui mio figlio meritava di essere accolto? O sono state le mie paure che hanno impedito alla mia mente e al mio corpo di aprirmi e accogliere l’amore più grande della mia vita?
    Durante il travaglio mi sentivo forte, ho rifiutato l’epidurale, volevo essere lì, presente, stare con il dolore significava stare con il mio bambino, aiutarlo a venire al mondo, partecipare a questo miracolo con tutta me stessa. Alla fine non ce l’ho fatta. La dottoressa mi ha accusata di essere vigliacca, ha detto che stavo uccidendo mio figlio…poi il taglio. Non sono riuscita a dare il giusto benvenuto a mio figlio, non sono riuscita a sentirlo parte di me. E, sicuramente, le 4 ore in cui l’hanno tenuto lontano da me non ci hanno aiutati a ristabilire quell’incredibile rapporto che ci univa da nove mesi…e che adesso, per fortuna, ci lega a filo doppio. La ferita si sta cicatrizzando… ma il suo segno me lo porterò per sempre!
    Mi sarebbe piaciuto tanto partecipare…buona vita a tutti!

  5. amrita permalink*
    11 marzo 2011 13:27

    Cara Loretta, il tuo pensiero ci sarà vicino e ci aiuterà a trasformare il nostro dolore in risorsa.
    Non credo proprio tu abbia colpe, quello che manca spesso è un’accoglienza umana, un’attenzione alla persona nel momento della nascita.
    Il mio corpo non ha subito tagli quando ho dato alla luce, ma sia il mio corpo che penso anche quello del mio bambino hanno sentito la ferita del VUOTO.
    Dopo nove mesi di pienezza, di gestazione, lo hanno allontanato da me (ho saputo poi) senza alcuna ragione e per tante ore, solo per protocollo e perchè essendo il nido in un piano diverso dalla degenza nessuno poteva portarmelo e neanche consegnarlo ai familiari. In quelle lunghissime ore, i nostri corpi pronti ad accoglierci, ad annusarci, ad assaporarci, a conoscerci, si ritrovavano soli, addolorati e piangenti. Conseguentemente il nostro inizio non è stato dei più felici e abbiamo dovuto penare non poco prima di ri-conoscerci e amarci.
    Buona vita a te!
    Un abbraccio

  6. 15 marzo 2011 06:28

    qui vi raccontiamo il nostro incontro:
    https://domodama.wordpress.com/2011/03/14/874/

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  1. Alle madri che “scelgono” il parto cesareo…(prima parte) « Domodama

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