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Osama e Obama: guerra di carattere

3 Maggio 2011

Quasi coetanei Obama (nato nel 1961) e Osama (nato nel 1957): erano bambini nello stesso periodo.
Anche i loro nomi sono bizzarramente simili in tutto tranne che in un carattere, e così il loro destino da leader si somiglia.
Infine uno è sconfitto, e ci tornano in mente Ettore e Achille: anche loro coetanei ma nemici. Però il corpo di Osama (se è vero) è stato non solo straziato, ma anche trafugato e buttato in mare: non gli è stato concesso di essere pianto e sepolto dai suoi, perché era un Nemico.
Un tempo il Nemico era riconosciuto ed onorato: si capiva bene come fosse al suo “giusto” posto di nemico, che in qualche modo ratificava e confermava il proprio. Oggi no: ognuno pensa di essere nel giusto e di essere IL SOLO. Ho riletto il brano dell’Iliade in cui il vecchio Re Priamo va a chiedere il corpo del figlio morto ad Achille, il nemico che lo ha ucciso e straziato. Si inginocchia il Re e bacia la mano omicida, ma non per questo si umilia: nella testa e nel mento canuti, nelle parole del vecchio, Achille rivede il proprio padre; e lo rispetta, gli rende il corpo, lo rialza prendendo
“al polso la mano del vecchio,
la destra, perché in cuore non gli restasse paura”.
Quanto possiamo imparare da questo episodio! Ancora dopo tanti anni lo leggo e mi commuovo.

“… e il vecchio entrò dritto
Dove sedeva Achille caro a Zeus: lo trovò
solo (…), aveva appena finito
di mangiare e di bere: c’era lì ancora la tavola.
Entrò non visto il gran Priamo, e standogli accanto
strinse fra le sue mani i ginocchi d’Achille, baciò quella mano
tremenda, omicida, che molti figliuoli gli uccise.
Come quando grave colpa ha travolto un uomo,
che, ucciso in patria qualcuno, fugge in altro paese,
in casa d’un ricco, stupore afferra i presenti;
così Achille stupì, vedendo Priamo simile ai numi,
e anche gli altri stupirono e si guardarono in faccia.
Ma Priamo prendendo a pregare gli disse parola:
“Pensa al tuo padre, Achille pari agli dèi,
coetaneo mio, come me sulla soglia tetra della vecchiaia,
e lo tormentano forse i vicini, standogli intorno,
perché non c’è nessuno che il danno e il male allontani.
Pure sentendo dire che tu sei ancora vivo,
gode in cuore, e spera ogni giorno
di vedere il figliuolo tornare da Troia.
Ma io sono infelice del tutto, che generai forti figli
nell’ampia Troia, e non me ne resta nessuno.
Cinquanta ne avevo quando vennero i figli dei Danai,
e diciannove venivano tutti da un seno,
gli altri altre donne me li partorirono in casa:
ma Ares furente ha sciolto i ginocchi di molti,
e quello che solo restava, che proteggeva la rocca e la gente,
tu ieri l’hai ucciso, mentre per la sua patria lottava,
Ettore… Per lui vengo ora alle navi dei Danai,
per riscattarlo da te, ti porto doni infiniti.
Achille, rispetta i numi, abbi pietà di me,
pensando al padre tuo: ma io son più misero,
ho patito quanto nessun altro mortale,
portare alla bocca la mano dell’uomo che ha ucciso i miei figli!”
Disse così, e gli fece nascere brama di piangere il padre:
allora gli prese la mano e scostò piano il vecchio;
entrambi pensavano e uno piangeva Ettore massacratore
a lungo, rannicchiandosi ai piedi di Achille,
ma Achille piangeva il padre, e ogni tanto
anche Patroclo; s’alzava per la dimora quel pianto.
Ma quando Achille glorioso si fu goduto i singhiozzi,
passò dal cuore e dalle membra la brama,
s’alzò dal seggio a un tratto e rialzò il vecchio per mano,
commiserando la testa canuta, il mento canuto,
e volgendosi a lui parlò parole fugaci:
“Ah, misero, quanti mali hai patito nel cuore!
E come hai potuto alle navi dei Danai venire solo,
sotto gli occhi d’un uomo che molti e gagliardi
figliuoli t’ha ucciso? Tu hai cuore di ferro. (…)
T’è reso il figlio, o vecchio, come hai pregato,
è steso nel feretro: all’apparir dell’aurora
lo vedrai, lo porterai via. (…)
Ma via, dimmi questo e parlami con franchezza:
per quanti giorni vuoi celebrare gli onori funebri d’Ettore?
Ch’io fin allora stia fermo e trattenga l’esercito”.
E il vecchio Priamo pari ai numi rispose:
“Se tu mi permetti di compiere la sepoltura d’Ettore,
facendo questo, Achille, mi fai gran regalo. (…)
Per nove giorni lo piangeremo in casa,
al decimo potremo interrarlo, banchetterà il popolo,
innalzeremo la tomba sopra lui all’undecimo,
e al dodicesimo combatteremo, poiché è inevitabile”.
Rispose dunque Achille glorioso piede veloce:
“Sarà anche questo, vecchio Priamo, come tu chiedi:
sospenderò la guerra per tanto tempo, quanto hai pregato”.
Dicendo così, prese al polso la mano del vecchio,
la destra, perché in cuore non gli restasse paura”.

Iliade, libro XXIV, versi 471 e ss., trad. di Rosa Calzecchi Onesti.

One Comment leave one →
  1. 5 Maggio 2011 09:51

    bello da rileggere, mi è piaciuto specialmente come gli antichi eroi non avevano alcuna remora ad abbandonarsi ai sentimenti e alle lacrime!

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