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Le Navate dei Folli

12 luglio 2011

chiostro benedettino di Monreale

Compito dello “straniero” è quello di mostrarci ciò che non sappiamo vedere di noi stessi: lo dice la parola, che deriva da  “extraneus”, e quindi da “extra”.

Fuori, oltre, al di là, lo “straniero” viene da un’altra terra, da un altro modo di vedere, da altri usi e costumi – è lui stesso strano oltre che estraneo; strano al punto che i Greci, per definire coloro che parlavano una lingua diversa dalla loro, li definivano “barbaroi”, barbari, e sapete perché? Perché alle loro orecchie una lingua sconosciuta arrivava come una incomprensibile sequenza di suoni confusi e incomprensibili, bar-bar… :).

La nave dei folli, di Hyeronimus Bosch

Ancora oggi non guardiamo di buon occhio le differenze, di qualsiasi genere siano, né tanto meno gli stranieri: li trattiamo come facevano nel Medioevo con un altro tipo di “estraneo”, il folle. A quel tempo lontano i folli venivano fatti salire senza viveri su navi che poi erano lasciate alla deriva – lo stesso avviene oggi, per coloro che sono bollati da questa paroletta “extra”: gli extracomunitari, di cui non c’importa proprio perché sono fuori, oltre, al di là.

Eppure questa paroletta da nulla è presente anche nella parola “straordinario”, che è tutto ciò che è fuori dall’ordinario.
Proprio questa stranezza e questa apparente estraneità sono quelle che consentono spesso allo “straniero” di integrarsi talmente da entrare in risonanza con “noi”, mostrandoci ciò che altrimenti non saremmo capaci di vedere: le nostre parti straniere, sconosciute, estranee e perché no? STRANE.

Uno “straniero” di Francia da più di 25 anni innamorato della Sicilia di cui si definisce “ambasciatore”, Jean Paul Barreaud, ci ha guidato stamattina alla scoperta del chiostro benedettino di Monreale. E’ stata una visita entusiasmante perché iniziatica: dalla terra al cielo alla terra siamo stati guidati in un percorso circolare in cui ognuno si è scoperto serpente e aquila, tetramorfo e prostituta, monaco e pellicano, in un percorso di continuo capovolgimento prospettico da capogiro.
Hermes Trismegisto in persona ci ha preso per mano poco prima di uscire dal chiostro, quando abbiamo visto con ogni evidenza che “ciò che è in basso è come ciò che è in alto / e ciò che è in alto è come ciò che è in basso”. La terra era in cielo e il cielo in terra: senza poter parlare, siamo schizzati fuori con la scusa di dover tornare subito a casa perché s’era fatto tardi.

Ma già non vedo l’ora di visitare anche il Duomo di Monreale: le nostre saranno le Navate dei Folli 😀

Grazie, Jean Paul!

per notizie su Jean Paul Barreaud clicca qui

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5 commenti leave one →
  1. michele barresi permalink
    13 luglio 2011 06:53

    Intender non lo può chi non la prova

    • 13 luglio 2011 08:11

      è vero, caro Michele, grazie per il tuo commento, che ci ricorda come il nostro sia un percorso individuativo. E’ l’Anima a parlarci sempre, incarnata dalla Bellezza, quale che sia…

  2. Ely permalink
    24 luglio 2011 21:04

    vero …un percorso parlante…le arcate come ponti gettati tra un capitello e l’altro a dirci che tutto è un continuum ..tutto si lega nelle quattro direzioni dove spirano i venti che serbiamo dentro di noi e che ci permettono di spaziare e raccogliere al centro la loro voce.

    • 24 luglio 2011 21:06

      e le acque di sopra che si specchiano in quelle di sotto…. e quelle di sotto, sorgente divina…

  3. Ely permalink
    24 luglio 2011 21:13

    si nell’ottagono racchiuso nel cerchio….:-)

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