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Uno spazio e un tempo anche per chi non è mai nato

30 luglio 2011

Riceviamo dal Collettivo femminista e lesbico Malefimmine quest’articolo da “Il Mattino” del 23 Luglio 2011:

L’Azienda Ospedaliera Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta nella persona del commissario straordinario Antonio Postiglione e l’associazione «Difendere la vita con Maria» rappresentata dal presidente nazionale don Maurizio Gagliardini hanno stipulato un Protocollo d’intesa al fine di promuovere il seppellimento dei «Bambini non nati», con la presenza della commissione locale dei volontari dell’Associazione, del cappellano Ospedaliero Padre Rosario Perucatti, e dei direttori Carmine Iovine e Michele Izzo. L’iniziativa fa seguito ad un convegno, promosso sempre dall’azienda ospedaliera casertana, sui traumi post-aborto, che aveva messo a confronto voci diverse, dal vescovo Pietro Farina alla parlamentare Giovanna Petrenga, dal sindaco Pio De Gaudio al presidente del consiglio comunale Gianfausto Iarrobino. «Si tratta del primo protocollo d’intesa di questo tipo firmato in Campania ed uno dei primi in ambito nazionale», fanno sapere dall’azienda ospedaliera. L’associazione «Difendere la vita con Maria» con sede a Novara è un’organizzazione di volontari che si occupa della promozione culturale e spirituale della vita umana nonché della difesa dei diritti del nascituro dal concepimento fino alla morte naturale. L’obiettivo è quello di assicurare una degna sepoltura a quelli che sono definiti tecnicamente «prodotti abortivi». Lo stesso Comitato Nazionale di Bioetica della Presidenza del Consiglio dei Ministri nel 1996 ha formulato le seguenti conclusioni: «Il comitato è pervenuto unanimemente a riconoscere il dovere morale di trattare l’embrione umano, sin dalla fecondazione secondo i criteri di rispetto e tutela che si devono adottare nei confronti degli individui umani a cui si attribuisce comunemente la caratteristica di persone». Don Maurizio Gagliardini ha apprezzato l’iniziativa esaltandone la tempestività e la condivisione etica da parte dell’Azienda Ospedaliera di Caserta, «con la consapevolezza che questo protocollo certamente sarà il testimonial e la locomotiva che trainerà nel mezzogiorno d’Italia, altre aziende sanitarie nella cultura del patrimonio comune del rispetto e della vita». «Con la sottoscrizione di questa convenzione, l’azienda Sant’Anna e San Sebastiano ha quindi dimostrato ancora una volta sensibilità e rispetto nei confronti della dignità della vita, rendendosi non semplice Istituzione dedicata all’assistenza sanitaria, ma Ente garante della vita umana in tutti i suoi aspetti ed in ogni sua fase temporale».

 

Vorremmo condividere una riflessione su questo tema controverso – e come sempre, al di là di ogni appartenenza, perché come sapete Domodama è una realtà di accoglienza e riconoscimento delle differenze nell’uguaglianza e dell’uguaglianza nelle differenze.

Noi siamo il nostro corpo, pienamente. Siamo un corpo profondo, non piatto e superficiale: un corpo inscindibile dal nostro pensiero, dalle emozioni, dai sentimenti, dalla memoria, dalla psiche, da ogni eco interiore.

Gli antichi riconoscevano nel corpo un piccolo Olimpo: ogni emozione passione sentimento aveva il nome di una divinità – ne ricordiamo solo alcune come Eros, Afrodite, Iride (la messaggera che ancora si affaccia ai nostri occhi), ma anche Mnemosine, Memoria, madre delle Muse; Chaos (lo stupore che a volte ci travolge e confonde), e tanti altri. Approfondire lo studio delle antiche divinità significa imparare a conoscere noi stessi con un linguaggio immediato, evocativo, suggestivo e straordinariamente profondo. E a questo proposito vi suggeriamo due volumi di Jean S. Bolen: Gli Dei dentro l’uomo e Le dee dentro la donna. Con grande semplicità, l’autrice insegna a riconoscere che i miti non sono raccontini o favolette per ingannare il tempo né per “spiegare” semplicisticamente la nascita dell’universo. I miti sono, come scriveva Salustio,  “quelle cose che non furono mai ma sono sempre”, quelle cose che ci parlano di noi stessi e di quel processo che ci consente di essere uno con ciò che siamo.

Il corpo è uno spazio sacro: il nostro. Nessuno ha un corpo uguale al nostro – possiamo trovare somiglianze con quello dei nostri genitori o dei nonni, ma non saremo mai tali e quali a nessuno che ci abbia preceduto. Il corpo, come la colonna di un tempio, è quello che ci consente di mettere in relazione il Cielo e la Terra e di scoprirceli dentro. Origene scriveva: “cerca di comprendere che tu sei un piccolo microcosmo, e che in te ci sono il sole, la luna e persino le stelle”.

Come Cielo e Terra e tutte le antiche divinità delle origini, anche noi concepiamo la vita. Sono molti i motivi per cui a volte questa vita ci rimane dentro solo per poco tempo. Ci attraversa, come una stella cadente attraversa il cielo di notte, e lascia in noi una scia luminosa che nulla potrebbe mai cancellare. Si tratta di qualcosa di molto profondo e intimo, qualcosa di cui non parliamo volentieri e a cui neppure vorremmo pensare, ma in un angolino remoto del nostro essere rimane, e ogni tanto si fa sentire, foss’anche con un brivido o una leggerissima stretta al cuore subito dimenticata.

Nascita e morte, tuttavia, nella nostra società sono state strappate alla nostra sensibilità, al riconoscimento, al vissuto. Si nasce e si muore molto spesso in ospedale: in un luogo cioè freddo e spersonalizzato, dove si “curano” le malattie del corpo, tagliate via dall’anima. Tutti abbiamo visto stanze, affollate come moderni pollai, di puerpere e neonati – o solo puerpere: i neonati tutti insieme nelle nursery – o altre stanze con letti di marmo come i corpi senza vita distesi sopra. Non sempre riconosciamo adeguatamente la gravità e la violenza di questi fatti, che ci alienano da noi stessi, dalla pienezza del nostro corpo, dalla naturalezza e bellezza di eventi come nascita e morte che riguardano noi e noi soltanto, insieme ai nostri cari. Lo stesso avviene quando una donna abortisce. Ciò che le viene tolto è buttato via fra i rifiuti speciali: un po’ come quando viene amputata una gamba o un braccio, o quando ci tagliamo capelli o unghie, o quando, ogni mese, gettiamo nella spazzatura i pannolini “sporchi” del sangue mestruale: sapete che un tempo si usava invece per fertilizzare la terra?

Può sembrare assurdo, eppure questo comportamento denuncia un gravissimo rifiuto: il rifiuto del nostro corpo, e dunque di noi stessi. Il rifiuto di ciò che siamo. Prendo il mio bambino e lo butto nella spazzatura, come farei con una bottiglia di plastica vuota. Non voglio saper più niente di ciò che magari involontariamente ho concepito, di quella vita che, se pure transitoriamente, mi ha attraversato: non mi concedo neppure la possibilità di piangerla, di elaborare il giusto lutto per ciò che ho perduto, insieme alle persone che mi sono care.

Non c’è un tempo né uno spazio per un bambino mai nato, non ha diritto a un ricordo né a una tomba, non ha neppure un nome. Ma è davvero così?

Vi suggerisco la lettura di un libro molto bello di Giorgia Cozza, Quando l’attesa si interrompe. Oltre a quelle di psicologi, ostetriche, ginecologi, ecc, il volume raccoglie le testimonianze di molti genitori che si sono concessi un tempo e uno spazio per il proprio sentire.

Una di queste è una lettera.

Mi piacerebbe conoscere il vostro parere su questo post. 🙂

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3 commenti leave one →
  1. adele permalink
    1 agosto 2011 11:02

    Ho appena letto questo post e la lettera. Non sono madre, ma ho vissuto indirettamente molte gravidanze, per la maggior parte serene e più o meno attese. Ne ho vissuta anche qualcuna che si è interrotta, involontariamente, in vari modi, alcuni anche devastanti, e almeno una gravidanza complicatissima e più breve del solito, conclusasi con l’avventuroso arrivo di un prossimo scolaro di prima elementare. Ho vissuto il dolore e la gioia delle madri e dei padri. Quello che ho capito da queste esperienze e da queste vite nate e non nate è che la vita è un miracolo e che non ci appartiene. Ci è donata e possiamo decidere cosa farne come di qualsiasi regalo, ma tutto ciò ha conseguenze perché ha a che fare con il sacro, in un mondo che ha messo da parte la sacralità. Non parlo solo di sacralità cristiana, ma di sacro in senso lato, proprio quello che abbiamo penso. Lo stesso sacro che unisce vita, morte, amore, dolore, gioia, dono di sé, la natura e gli esseri viventi.
    L’inizio è sacro, e già la sacralità dell’inizio si è persa per strada da vari millenni, probabilmente, ma dentro di noi lo sappiamo che l’inizio è sacro, il suo sviluppo, il suo farsi essere vivente, il suo venire alla luce. La riuscita di questo processo, che va protetta e aiutata, richiede la nostra collaborazione, ma – appunto – non dipende solo da noi. Essere vivi è un miracolo. Essere è un miracolo.

    • 1 agosto 2011 11:08

      Grazie, Adele. E’ vero: dentro di noi lo sappiamo. Bisognerebbe tornare a guardarsi dentro.

Trackbacks

  1. Avrei voluto vedere, toccare il mio bambino… « Domodama

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