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Crisi? No, grazie! Preferiamo l’austerity….

13 settembre 2011

Chi non sa cos’è l’austerity può leggere su Wikipedia che “è stato un periodo a cavallo tra il 1973 ed il 1974, in cui fu imposto dal governo italiano un risparmio obbligatorio dell’energia, a causa dello choc petrolifero (aumento repentino del prezzo del greggio nel 1973), conseguito ad alcuni fattori politico-economici. […] 

Questo diede vita, oltre ai famosi divieti di circolazione degli automezzi la domenica, anche alla riscoperta delle fonti energetiche alternative e all’adozione di misure per evitare sprechi di energia. Fu varata una campagna per la sensibilizzazione dei cittadini italiani, che portò in breve tempo all’impiego di isolanti per coibentare le abitazioni, oppure all’uso di apparecchiature automatiche per il controllo della temperatura degli impianti di riscaldamento: il comfort termico venne fissato a 20 gradi negli edifici civili.

Erano bandite le insegne luminose animate e di grandi dimensioni. Le trasmissioni televisive RAI, allora monopolio statale, terminavano alle 22.45. I cinema chiudevano alle 22“.

Io di quei tempi mi ricordo, ero bambina.

Come oggi, anche allora  una crisi incombeva su tutti noi: ma non tanto da ottundere la nostra immaginazione, la creatività, la voglia di vivere, la gioia.

La domenica uscivamo in bicicletta: ricordo bellissime passeggiate allegre, colorate, festose, con mio padre e mia sorella, in cui vivevamo la città rilassati, chiacchierando, sorridendo a tutti perché ci sentivamo in armonia con noi stessi. Ricordo il sole e il cielo azzurro che così spesso ignoriamo eppure ci accompagnano ogni giorno. Nessuno di noi sentiva la mancanza delle grandi insegne animate, né dei programmi TV. Non usavamo impianti di riscaldamento perché quando c’era freddo ci coprivamo di più e non ce ne importava niente se i cinema chiudevano alle 22. Eravamo contenti – e non solo io e mia sorella, che eravamo due bambine: ognuno si scrollava di dosso un peso, tornava a respirare l’aria del mattino, sentiva lo spazio urbano come proprio. E’ stato in quei giorni che ho cominciato ad amare certi luoghi – e non parlo dei monumenti, ma proprio di certi particolari altrimenti invisibili, di certi disegni dell’intonaco o delle ringhiere, della pavimentazione stradale o del bordo del marciapiedi che mi sapeva di torroncino, della consistenza della roccia rosata di Monte Pellegrino che mi faceva sentire in bocca il sapore del bollito, della via Libertà che per me era una via di Parigi…

Eravamo contenti: contenuti e insieme contenenti, pieni, anzi tracimanti vita, nonostante la parola austerity evocasse vecchie istitutrici inglesi in crinolina.

Oggi non parliamo di austerity ma di crisi: e questa parola crisi ha la stessa radice di cernere e discernere e del dialetto crivu, che indica il setaccio per la farina. E’ una bella parola che ci invita a discriminare e discernere, a setacciare allegramente come facevamo con la sabbia sulla spiaggia quando giocavamo a fare i piccoli cercatori d’oro o come le nostre nonne facevano con la farina per renderla più fine, o come si fa con lo zucchero a velo per trasformarlo in un’impalpabile neve sulle torte fatte in casa.

E’ una bella parola ma nessuno lo sa, e ce la portiamo come un macigno sulle spalle: “ormai c’è crisi”, ripetono i negozianti, le persone in fila alla posta, sull’autobus, al panificio e dappertutto. E stringono le labbra, e scuotono la testa, cupe.

E’ il momento, allora, di aprire gli occhi e vedere, vedere davvero. Noi vediamo ciò che siamo, anche se non è questo il messaggio che ci arriva dal sistema di cui siamo parte. Siamo bombardati da messaggi che ci destituiscono da noi stessi, che ci dicono se c’è caldo o freddo e cosa dobbiamo mangiare e quando dobbiamo bere e quanto e come dev’essere regolata la nostra vita sessuale e come dobbiamo tagliarci i capelli e quali sono i colori dell’estate e quali sono i film cult e….

NO! APRIAMO GLI OCCHI! I NOSTRI OCCHI!

Siamo noi a creare la nostra vita: noi e noi soltanto.

E se i cinema chiudessero di nuovo alle 22, non ci interesserebbe per niente, per niente: perché noi possiamo crearlo da soli il nostro personale cinema, con la nostra creatività, facendo uno dieci mille film per ognuno, senza spendere un solo centesimo e senza essere manipolati né vittime di alcun condizionamento! Ecco un semplice esempio:

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2 commenti leave one →
  1. arimun permalink
    15 settembre 2011 12:16

    Bell’articolo, grazie! Mi tira un pò su di morale e mi aiuta ad accettare meglio questo difficile periodo. Peccato però che non riesco ad aprire il link.

    • 15 settembre 2011 12:26

      peccato davvero, è molto carino! Forse sei in ufficio, prova ad aprirlo da casa.

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