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Nascita

16 settembre 2011

Anna in braccio alla nonna, 1987, archivio privato

«Un sacco cieco, una tana delicata. Inutile aprire gli occhi, non vedrebbe che tenebra. Ugualmente il corpicciolo matura un’indistinta certezza di sé; e di essere sé dentro un altro. Galleggia, irrisorio isolotto, in un bagno di misterioso tepore. Vi nuota e ristagna, elastico e inerte a un tempo, sotto la vernice di grasso che lo protegge. Se ne unge, abbevera e nutre, così come d’una stilla d’acqua una zolla di terra in un vaso. Solo che a lui la focaccia della placenta garantisce ogni giorno ulteriori sughi e umori lungo un cordone infallibile. Ne cresce, se ne ingrossa, si fa da moncone creatura. Fino all’istante in cui, nel suo esilio intoccabile, un lampo brilla, un alito soffia: “Io, io, io!”; un alito che non è ancora voce, coscienza, pensiero, ma solo infinitesimo, opaco, stuporoso sprigionamento dal Nulla… “Io, io, io!”… se così possa chiamarsi il trasalimento confuso, in lui, di remotissimi suoni e remotissimi moti; e l’ancor più ignara alleanza col mostro nelle cui viscere sta: quel Leviatano di morbida, montuosa carne di cui sente battere il cuore all’unisono col suo.

Poi, un mattino, nella strettura dov’è, si sente eccessivo e smania di scatenarsene. Nel grembo, ch’era finora una patria, indovina un ostacolo e lo sforza duramente col capo, cercando in basso l’uscita. Spasimi senza legge, infrenabili come quelli che una notte voluttuosamente lo accolsero seme, assecondano la sua rivolta. Un’agonia – la prima e la penultima agonia della sua vita – con sudore e sangue lo dirige verso la luce. Ode grida sopra di sé, alte grida. E un altissimo croscio di cataratte. Ma lui, impavido, per emergere usa precocemente astuzia e violenza; allunga, appiattisce la testa, ne impicciolisce le fontanelle; attenua l’ingombro dell’ossa; s’induce a strisciare, a sgusciare lungo il cunicolo come meglio non saprebbe fra le sbarre il più slogabile evaso. Attenzione: lo sbocco è imminente. Dall’orifizio, fra due gambe spalancate e convulse, il grinzoso vecchietto s’affaccia, tutto pieghe, la pelle timida e blu. Uno gnomo miserabile e piangente, un ennesimo, effimero fuoco, ma anche una buccia e polpa di barbara vitalità, un testimonio senza confronto che in un semplice vagito assolve e certifica il mondo.

Guardatelo: già insegna ai polmoni le meraviglie del respiro, li espande, li contrae, torna a espanderli; inaugura gloriosamente l’aria e le sue misture nutrienti…

È nato. Ha cominciato a vivere. Ha cominciato a morire.»

(Gesualdo Bufalino, Nascita, da Calende greche, Bompiani, Milano, 1992, pp. 9-10).

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2 commenti leave one →
  1. adele permalink
    17 settembre 2011 09:33

    che meraviglia! (e descritto da un uomo, poi!)

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