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L’alfabetizzazione comincia dalla culla

6 ottobre 2011
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“Apri un libro. Il libro ti aprirà”, recita un proverbio. Per aprire il bambino alla vita è importante avvicinarlo ai libri sin dalla culla. Le letture ad alta voce dei genitori influiscono sul suo sviluppo cognitivo ed emozionale, spiega il neuropediatra Gian Paolo Ramelli.

Lo annusa, lo assapora, lo tocca, lo apre, gira le pagine, guarda le immagini da posizioni diverse. La scoperta di un libro per un bebè coinvolge non solo la vista, ma anche il tatto, il gusto e l’olfatto. Grazie al genitore, interviene pure l’udito. Spiegando al bambino il contenuto del libro, la mamma e il papà lo introducono nel mondo della comunicazione verbale, infondendogli al contempo una sensazione di rassicurante protezione.

È un comportamento che dovrebbe accompagnare ogni essere umano nella propria infanzia, poiché ha grandi ripercussioni sulla sua vita da adulto. Come il cibo per il suo corpo, i racconti quotidiani ad alta voce sono nutrimento per il cervello del bambino.

Lo hanno capito per primi dei pediatri negli Stati Uniti, che perciò, alla fine degli anni ’80, hanno lanciato a Boston un progetto per incentivare i genitori alla lettura ad alta voce con i figli sin da quando sono in fasce. Alla luce dei risultati ottenuti da quei precursori, il progetto si è diffuso anche in Europa.

Denominato Nati per leggere, nella Confederazione è stato introdotto nel 2006 da Bibliomedia Svizzera italiana e dall’Istituto svizzero Media e Ragazzi Ticino e Grigioni italiano. Oltre a biblioteche e librerie, vi aderiscono pediatri e operatori sanitari e gode del sostegno di numerosissimi comuni. I promotori hanno così creato una rete multidisciplinare che offre ai genitori consigli e strumenti adeguati per spronarli a dedicare regolarmente momenti di lettura ai figli.

Effetti visibili sul cervello
“È provato scientificamente: più si riesce a stimolare il bambino nei processi di verbalizzazione, più aumentano le sue competenze”, dice a swissinfo.ch il dottor Ramelli. Gli effetti degli esercizi di lettura quotidiani sullo sviluppo del cervello del bambino sono misurabili. Oggi “si possono dimostrare con delle risonanze magnetiche funzionali”, indica il primario di pediatria e di neurologia pediatrica dell’ospedale regionale di Bellinzona.

Occorre però intervenire in età precoce. “Le finestre di certi circuiti sono aperte solo per un determinato lasso di tempo. Passato quel periodo le finestre si chiudono e non è più possibile modificare quei circuiti”, dice lo specialista.

“Nel primo anno di vita il bambino impara la musicalità della lingua. È il cosiddetto periodo della lallazione”, prosegue il medico. Il bebè cerca di riprodurre le tonalità della lingua e pian piano pronuncia delle sillabe.

Il bambino con sviluppo tipico, intorno a un anno comincia a formare le prime parole, il cui numero aumenta poi costantemente. Intorno all’anno e mezzo inizia a usare le parole in modo funzionale: è la fase del linguaggio emergente, che prosegue fin verso i 20-22 mesi, quando subentra la fase dell’esplosione del vocabolario.

Capitale per i parlatori tardivi
Ma circa il 20% dei bambini è “parlatore tardivo”, ossia sviluppa il linguaggio molto più lentamente, precisa il neuropediatra. “Il parlatore tardivo non va banalizzato. È fondamentale stimolarlo sin dall’inizio, per permettergli di creare dei circuiti compensatori”. In caso contrario, il rischio di problemi di socializzazione e di gravi difficoltà scolastiche è molto elevato.

La stimolazione esercitata quotidianamente dai genitori con un bambino piccolo “è molto più efficace di quella di una persona estranea, anche se specialista, soprattutto se questa lo esercita solo una volta alla settimana”, sottolinea Gian Paolo Ramelli.

Infatti “è essenziale interagire in modo intensivo. Dunque, chi meglio del genitore lo può fare?” Il ruolo del professionista, per esempio il logopedista, in questi casi è piuttosto di “insegnare al genitore le tecniche adatte per stimolare il bambino e di effettuare la supervisione”.

Rendere consapevoli i genitori
Sia per bambini con sviluppo tipico, sia per parlatori tardivi, la lettura condivisa deve rappresentare una sorta di gioco, un piacere, un momento gratificante. Bisogna trovare il giusto dosaggio. “Il bambino non dev’essere né stimolato oltre le proprie competenze, né sottostimolato”.
Spetta al genitore “suscitare l’interesse del bambino, che poi si avvicinerà da solo al libro e più tardi, quando andrà a scuola, leggerà spontaneamente per conto suo”, afferma il neuropediatra. “I genitori conoscono meglio di chiunque gli interessi dei propri figli. Sono dunque in grado di motivarli a questi momenti di lettura. Devono solo far lavorare la propria fantasia”.

L’ambizione di Nati per leggere non è di creare dei bambini prodigio, ma di favorire lo sviluppo di tutte le loro potenzialità. L’idea è di “far capire ai genitori l’importanza di questo metodo per insegnare ai figli a comunicare verbalmente in modo corretto, ossia a trasmettere ai bambini una funzione che determinerà poi la loro qualità di vita”, rileva il dottor Ramelli.

Un’opera di convincimento che “non è sempre facile”, puntualizza lo specialista, rammaricandosi del fatto che “spesso proprio quei bambini che ne avrebbero più bisogno crescono in famiglie in cui l’interesse per la lettura è nullo”.

Il peso del pediatra
Un ruolo di primo piano in questa iniziativa è svolto dai pediatri che vi partecipano. Il primo passo è la sensibilizzazione tramite cartelloni e opuscoli nella sala d’aspetto.

“Sovente, il genitore che ha letto quelle informazioni, chiede al pediatra di approfondire il tema. Se non lo fa spontaneamente, il pediatra affronta la questione”, spiega il dottor Ramelli. Il genitore può così essere indirizzato verso biblioteche che offrono libri anche per i più piccoli e consulenza specifica.

“Il lavoro di Nati per leggere ha un grande valore, soprattutto in una società frenetica come la nostra, che tende a piazzare il bambino davanti alla televisione”, conclude il neuropediatra.

Sonia Fenazzi, swissinfo.ch
Bellinzona

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