Skip to content

Cingere campane d’autunno per la primavera

7 ottobre 2011

Clicca qui per un articolo tratto da Wikipedia sulle Campane tibetane

Comincia l’autunno, la terra si prepara al suo riposo: è questo il tempo silenzioso e all’apparenza immobile in cui si forma l’humus.
Foglie colorate e frutti maturi cadono e si sfaldano, come i nostri capelli e la pelle abbronzata dal sole estivo.

Come in ogni stagione, è bene mettersi in ascolto di sé: la terra siamo noi, infatti, e ciò che avviene “fuori” avviene, nello stesso modo, “dentro”. Abbiamo spesso più bisogno di silenzio e introspezione, la nostra creatività è rivolta tutta verso noi stessi, ed è bene assecondare, compatibilmente con la nostra quotidianità, questi richiami. Bastano pochi minuti al giorno di ascolto e stiamo meglio.

Io ho preso una campana tibetana, ad esempio, come quella nella foto. Per isolarla dal pavimento e non farla girare su se stessa l’ho appoggiata su una guarnizione da caffettiera :), e poi l’ho osservata. Quando mai osserviamo le cose?

E’ femmina, la campana. Rotonda accogliente piena dorata. Osservare le cose consente di sentirle.

E’ fatta di sette metalli, secondo alcuni cinque, secondo altri nove o dodici: a me poco importa la quantità, perché è il senso di questi metalli che mi affascina, la loro simbologia. Cosa sono i metalli infatti? Sono il sangue del Cielo che scorre nelle vene della Terra. Un tempo Cielo e Terra erano uniti, ce lo racconta Esiodo: ogni notte lui scendeva su di lei ad avvolgerla con il suo mantello di stelle. Erano amanti, e lo aveva generato lei, come un vero e proprio Principe Azzurro: “in tutto simile a lei, perché potesse coprirla in ogni sua parte”, ci dice l’antico poeta. Tra loro non c’era alcuna distanza, erano un tutt’uno. Ma poi fu necessaria una separazione, cruenta bisogna dire. La Terra, dato che il Cielo la riempiva di sé ma poi non le lasciava partorire i figli che lei generava, armò la mano di uno di loro perché la separasse dal Padre. Erano i tempi primordiali in cui ancora Luce e Ombra erano uno: gli stessi tempi che ancora vivono dentro di noi quando succede qualcosa di bello e necessario ed anche terribile, ma noi non ce ne accorgiamo nemmeno. E così una notte, quando il Cielo come sempre scese ad avvolgere di sé tutta quanta la Terra sua amata, balzò fuori da uno dei recessi più segreti un figlio che con un falcetto evirò il padre.

Il Cielo balzò indietro straziato, e la sua carne bollente cadde nel mare, generando una schiuma bianca che poi sarebbe diventata Afrodite (Aphròs infatti vuol dire “schiuma”). La Terra sospirò e finalmente potè liberarsi da quei figli che le urgevano dentro. Tra lei e il Cielo ora c’era come una bolla, uno spazio vuoto ma riempito dal Tempo: era lui infatti il figlio che li aveva separati. Il suo nome in greco era Crono.

Ma l’amore tra il Cielo e la Terra era stato profondo, perché lui era parte di lei e lei di lui: si vedevano l’uno nell’altro. Per questo tutto ciò che nel cielo aveva un nome divino, nella terra ancora scorreva come un metallo; l’Oro era Sole, l’Argento Luna, il Rame Venere, il Piombo Saturno… è ancora così, ma noi facciamo come se non ci importasse. Gli Dei sono ancora nel nostro cielo e attendono di essere riconosciuti dentro di noi: nell’anima, che è tutt’uno con il santuario del corpo.

Torniamo alla campana sulla guarnizione da caffettiera. In lei, dunque, ci sono pezzi di quell’amore infuocato, e sono mescolati e risolti in una combinazione straordinaria, in una fusione alchemica.

E’ a terra e sembra che mi guardi o che aspetti qualcosa. Forse mi chiede un po’ di cielo, quello di un tempo; mi chiede di far risuonare quei metalli preziosi, ma è muta.

Che vuol dire “muta”? Vuol dire che non apre le labbra, anzi al contrario le stringe ed emette un suono indispettito: mu. Eppure da questo piccolo suono, che è anche una radice, deriva la parola “mito”. Cosa mi racconta la campana stando così muta?

Mi dice che senza relazione non può esistere racconto né voce. La Terra senza Cielo è muta, e lo stesso il Cielo senza Terra. E’ muta perché non sente, e quindi rimane là, inerte, insignificante, vuota.

Così prendo quella specie di batacchio di legno che sempre l’accompagna, ma non la colpisco, la circondo con il suo tocco leggero, la cingo. E così, pian piano, la campana inizia a vibrare, dapprima con un suono appena percettibile, poi sempre più forte, e penso che si potrebbe considerare in-cinta. Incinta di quel tocco leggero che l’avvolge, la solletica, la chiama alla vita. Allora la riempio d’acqua, e provo a “cingerla” così. Un raggio di sole cade proprio su di lei, e vedo l’acqua vibrare, e tante minuscole gocce si alzano in volo come scintille dorate.

E’ incinta la mia campana, incinta di cielo. Chissà cosa nascerà in Primavera.

Annunci
One Comment leave one →
  1. 7 ottobre 2011 11:31

    “senza relazione non può esistere racconto né voce”… com’è vero! buon ascolto di te stessa… ❤

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: