Skip to content

Pane al pane e… latte al latte

9 ottobre 2011

Dare un nome alle cose significa e-vocarle, cioè chiamarle alla vita. Una cosa senza nome non esiste: e il nome non è soltanto un suono. E’ un senso. Il nome è il senso delle cose: le muove, come un’emozione; le fa percepire, a noi e in un certo modo a se stesse; le trasforma; le fa vibrare; le rende vive e vitali.

Il nome consente di toccare le cose, di sentirle gustarle vederle aspirarne il profumo. Di riconoscerle.

Il nome consente di essere: ci dona un’identità.

Ora, in riferimento all’articolo apparso ieri su D di Repubblica in cui un uomo racconta il suo desiderio di allattare al seno (clicca qui), vorrei parafrasare il poeta Bruno Tognolini: lui dice che le filastrocche sono uccelli con due ali, quella del senso e quella del suono, e che queste ali devono equilibrarsi fra loro: la filastrocca non può prendere il volo se l’ala del senso è più lunga di quella del suono o viceversa. Aggiunge Tognolini nel suo saggio L’uccello con tre ali (che trovate qui): Le due ali di Senso e Suono sono importanti, ma evidentemente da sole non bastano a fare una filastrocca “bella”, cioè una filastrocca che rigenera le parole stanche e fa alzare in piedi la mente e la fa danzare. Evidentemente occorre una terza cosa. Forse c’è una terza ala, invisibile. Forse è una coda, che fa da timone. E purtroppo si può nominare solo nella lingua del gran mago Signor de Lapalisse.
La terza ala invisibile delle filastrocche è la Bellezza. 

E che c’entrano le filastrocche?, vi chiederete. Beh, c’entrano, perché io quelle tre ali le vedo in ogni parola. Senso, suono e Bellezza (con la B non a caso maiuscola) rendono le parole alate, come diceva Omero. Alate come frecce con un ciuffetto di piume che le orientava nel volo e consentiva loro di essere dirette: dal cuore di uno al cuore dell’altro, passando attraverso la voce.

Un-uomo-che-allatta-al-seno ancora non è una parola: forse perché non ha senso, non ha ancora suono, e nemmeno piume; è una parola che non vola. E come si fa a riconoscere una parola che vola? Vi faccio qualche esempio.

I greci chiamavano il palato uranìskon: piccolo cielo. Già questo la dice lunga sul loro modo di battezzare le cose: le sentivano. Possiamo farlo ancora: sentire il palato con la lingua. E’ arcuato, proprio come il cielo – e qui, se lo facciamo risuonare, ci accorgiamo che per pronunciare la “c” di “cielo” abbiamo proprio bisogno del palato; sta in alto rispetto alla “lingua” – e quante volte abbiamo visto “lingue di terra”? Alcuni di noi, quando stanno in silenzio, tengono la lingua contro il palato: lo fanno naturalmente e non sanno che questa è una pratica per agevolare la meditazione; altri la lasciano pendere verso il basso; in ogni caso, ognuno di noi, nella propria bocca, coniuga cielo e terra, ma c’è di più.

C’è di più, perché sappiamo che in cielo ci sono le stelle. Stelle deriva da stille: “gocce”. Per gli antichi, infatti, le stelle erano le gocce di latte che schizzarono fino al cielo quando il piccolo Eracle, in braccio a Giunone, le diede una testata sul seno: nacque così la Via Lattea. Anche nel nostro piccolo cielo si formano quelle stelle, quando, appena nati, siamo alle prese con la nostra personale creazione del mondo. Stelle di latte a illuminare per la prima volta il nostro cielo delicato.

E quelle stelle di latte che illuminano il cielo ci fanno essere felici. Guardate anche questa parola, pronunciatela: comincia con un soffio appena, poi gioca attivando proprio il nostro palato, un po’ più avanti dapprima e poi dietro, proprio come un bimbo che cerca per la prima volta il capezzolo e poi, trovatolo, lo schiaccia contro il palato; è pregna questa parola, ha una radice antica che risale alla notte dei tempi, quando anche l’umanità era neonata e spremeva fra le labbra il capezzolo del cielo. Quella radice, dhe-, aveva senso suono e bellezza: significava contemporaneamente “allattare” ed “essere allattati”, e quindi – quindi perché gli antichi “neonati” tiravano le loro conclusioni senza tutti quei filtri mentali che utilizziamo oggi noi -, quindi da quella radice sono germogliate parole come “felicità”, “femmina”, “feto”, “figlio”.

Un-uomo-che-allatta-al-seno non è una parola perché non sta né in cielo né in terra: non c’è, semplicemente. Un uomo che tiene il suo cucciolo stretto al seno e lo allatta col biberon e gli dona insieme a quel latte ogni tenerezza; un uomo che  fantastica sui propri capezzoli come il giornalista autore dell’articolo citato (ma perché stimolarli col tiralatte??? ci sono modi meno meccanici per scoprire di averli!!!!) e vorrebbe nutrire di sé la propria creatura, quello sì che è bello. Ma stimolarsi il seno  – senza un bambino, come lui stesso afferma, senza una compagna o un compagno, di cui non dice nulla -, beh questo non ha senso né suono e bellezza, è come cavar sangue da una rapa: diciamo pane al pane e latte al latte, va’….

Annunci
8 commenti leave one →
  1. amrita permalink*
    9 ottobre 2011 15:44

    grazie Samina per la bella riflessione 🙂
    La prossima volta che parlerò di “posizione e attacco al seno” porterò con me quel “ognuno di noi, nella propria bocca, coniuga cielo e terra”.
    Sull’ -uomo-che-allatta-al-seno sono daccordo, non sta né in cielo né in terra, nè simbolicamente nè pragmaticamente.

  2. 9 ottobre 2011 16:48

    Un commento di Marco, su fb:
    Sto vivendo, per diverse cause, un ‘esperienza simile, e sono consapevole di quanto questa ” sintomatologia ” vuole dirmi, il mio “femminile” vuole prendere il sopravvento con prepotente invadenza e probabile dominio sul mio ” maschile ” che, con altrettanta determinazione intende riprendersi il suo giusto ruolo. Hai compreso sicuramente che è solo sul ” giusto ruolo ” che io posso concedermi ad un dialogo, anche serrato, su tale argomento, il resto non mi affascina nemmeno, e poi, quando l’uomo smetterà di sfidare i suoi limiti? il suo ” LIMES “, quando?!

  3. 9 ottobre 2011 18:15

    Peter commenta su fb:

    Ho letto il pezzo da cui scaturisce la tua riflessione (quello di Michael Thomsen). Più che superare la barriera dei generi, l’esperimento/esperienza del tizio mi è parsa rafforzarla, perché voleva ad ogni costo affermare uno dei caratteri principali della maschilità che si può riassumere con “e perché io no?”
    Ad ogni modo il desiderio di un uomo di allattare non mi pare soprattutto il tentativo di rubare alla donna una cosa che è sua, quanto piuttosto il fraintendimento di un evento in cui l’uomo può avere un ruolo (che sia complementare o “decorativo” è da vedere). In altre parole si può partecipare all’allattamento in tante maniere, senza togliere il ruolo principale alla donna e al bambino, ma sostenendolo.
    Certo, c’è l’esempio dei pigmei aka, ma mi sembra calzare poco: infatti, essi centrano il punto, che non è l’allattamento paterno, ma l’accudimento, il dono di se stessi al bambino, il 47% del proprio tempo dedicato al bambino, in assenza della madre. E, badate, non è una decisione dell’individuo, ma della tribù, ovvero di ciò che noi chiamiamo società o stato, che, dalle parti nostre, non ammette una paternità che abbia un ruolo nel rapporto madre-figlio che vada oltre l’assegno di mantenimento se ti beccano col test del DNA!…e poi li chiamano selvaggi…

  4. 9 ottobre 2011 18:18

    Anche Humu Mu commenta su fb:
    che densità questo articolo: una rivelazione! grazie

    Umberto scrive:
    Per quanto riguarda il concetto che qualcosa senza nome non esiste, sono assolutamente d’accordo:siamo noi che abbiamo dato senso al mondo, chiamando per nome tutte le cose. L’uomo che allatta? Avrebbe più fortuna se fosse un cavalluccio marino maschio ( che si occupa del parto), anche se non essendo un mammifero non allatta.

  5. pietro permalink
    10 ottobre 2011 06:48

    molto stimolante, occorrerebbe una lunga riflessione, provo ad essere breve. Tutto ciò che viviamo ha un senso e un suono dettati dall’esperienza individuale che ognuno fa nel momento in cui E’. Potere affermare il proprio nome e quindi prederne senso è strettamente legato al diritto di esistere che ogni bambino, in età infantile, riceve dai propri genitori. Senza questo diritto apparentemente elementare il bambino e poi l’adulto avrà difficoltà ad affermarsi nel mondo che lo circonda. A tal proposito invito alla lettura di “Apprendere la violenza” di Gigliola Lo Cascio libro-ricerca di parecchi anni fa.
    La voglia di allattare al seno da parte di un uomo simile alla pulsione di portare in grembo per nove mesi la crescita del feto, in quanto uomo,ne posso comprendere la fantasia ma, ci piaccia o no a noi uomini, queste rimangono specificità femminili affascinanti e ricche di emozioni trasmesse e non in prima persona vissute.
    Chiudo riportando un brano tratto da “Dialoghi” di Platone;
    “La musica è una legge morale, essa da un’anima all’universo, le ali al pensiero, uno slancio all’immaginazione, un fascino alla tristezza, un impulso alla gaiezza e la vita a tutte le cose. Essa è l’essenza dell’ordine ed elabora ciò che è buono, giusto e bello, di cui essa è la forma invisibile ma tuttavia splendente, appassionata ed eterna.”
    A presto. Pietro.

    • 10 ottobre 2011 07:03

      Grazie, Pietro. Speriamo di poter restituire senso, suono e bellezza all’Anima del mondo, che è la nostra.

  6. 30 ottobre 2011 15:01

    ihihih ho trovato una discussione su questo tema, è molto interessante, ma non dimenticate di guardare anche il video 🙂
    http://gabrielelaporta.com/2010/05/28/la-tradizione-della-paternita/

Trackbacks

  1. Anche un uomo…. « Domodama

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: