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Storie per una buonanotte – David Grossman

10 ottobre 2011

Qualche parola ai papà e alle mamme che hanno letto una storia ai loro bimbi. Ecco, avete appena finito di leggere un racconto ai vostri bambini, avete rimboccato le coperte e li avete salutati, separandovi da loro e dal mondo infantile che li avvolge. Non so se avete letto il racconto di buon grado, con gioia, pronti a tuffarvici insieme ai vostri piccoli.Forse avete faticato a liberarvi dai vostri impegni per sprofondare in un racconto per bambini per lunghi minuti. Come padre, ricordo casi simili.

Ma quasi tutte le volte che leggevo ai miei figli una favola della buonanotte avvertivo quanto quei momenti fossero speciali e diversi dal resto delle ore della giornata.Se durante il giorno un senso di “pragmatismo” impone a bambini e genitori l´obbedienza a un ritmo esterno, esigente e pressante (Fai questo, non far quello, perché l´hai fatto, mi avevi promesso che…, se non fai questo…) ecco che il momento della storia-della-buonanotte crea una specie di bolla di vicinanza e tenerezza nella quale le tensioni possono dileguarsi, svanire, e i due complici della storia – il genitore e il bambino – hanno l´occasione di raggiungere un luogo primario e profondo dentro di sé e anche dentro il legame fra loro.Il bambino è seduto o sdraiato sul letto, accanto alla mamma o al papà. Avverte il calore del corpo, l´odore del genitore. Nel momento in cui alle sue orecchie risuona quella voce particolare – “la voce della storia” – si prepara a passare a una realtà e a una dimensione differente: quella del racconto.

Per esperienza – essendo stato bambino e padre – so che già in tenerissima età i piccoli riconoscono che quello che il papà o la mamma stanno per raccontare è una storia, diversa da ogni altro genere di informazione che gli viene trasmessa. E quando raccontiamo una storia a nostro figlio, anche in noi qualcosa cambia: la nostra voce, il nostro intuito, il nostro modo di porci, l´atmosfera che creiamo. Il bambino lo avverte subito: qui si apre una nuova realtà, ha inizio una magia. E se per gran parte della giornata ognuno di noi si trova immerso nel proprio mondo, ecco che ora – insieme a nostro figlio – siamo invitati a entrare in un altro mondo che non è “solo del genitore” o “solo del bambino”, ma è un luogo in cui entrambi godiamo dello speciale status di ospiti, di turisti in viaggio.

La storia è una sorta di “luogo” in cui diventano legittime cose che non sempre (e non in ogni famiglia) trovano espressione. L´immaginazione e la fantasia, per esempio. Naturalmente siamo tutti contenti di sapere che i nostri figli possiedono una fervida immaginazione. Di solito, però, la incoraggiamo solo fino a un certo punto, finché non interferisce con il “corretto” svolgimento della loro – ma soprattutto della nostra – routine. Però ecco che grazie al racconto l´ordine del mondo si sfalda. E con l´approvazione dei genitori, oltretutto. La realtà nota, quella che i bambini spesso vedono rigida, limitante e arbitraria, comincia a disfarsi, a diluirsi in correnti fantastiche, leggendarie, oniriche. A un tratto tutto è possibile. E anche se la storia verte su argomenti concreti e familiari al bambino, spesso irradia la possibilità di un´altra esistenza, di un diverso modo di essere e di rapportarsi al mondo. La realtà percepita dal bambino è in ogni caso molto soggettiva, fragile, e lui deve compiere un grosso sforzo emotivo e mentale per adattarla e collegarla alle norme e alle regole dettate dall´ambiente in cui vive.

Poiché quelle norme e quelle regole spesso contraddicono le sue sensazioni di base, e talvolta lo opprimono e lo minacciano, il bambino prova un grande sollievo quando può “stemperarsi” nel mondo fantastico che il racconto propone. E se sente che anche i genitori – responsabili ai suoi occhi di far rispettare le leggi della realtà – possono essere suoi complici di questa “violazione”, di questo slancio travolgente e spensierato, ecco che la sua esperienza si fa ancora più intensa. E naturalmente anche noi genitori possiamo sentirci liberi in momenti come quelli, farci coinvolgere, rivivere una sensazione dolce e agognata che pensavamo persa per sempre. Anche il linguaggio è una parte importante della “licenza” che la storia ci concede. Leggere ad alta voce ai bambini trasforma la lingua utilizzata nella storia – anche se semplice e quotidiana – in un qualcosa di diverso. Il bambino all´improvviso, anche senza capirlo, avverte che quelle parole sono la chiave di un´esperienza particolare, più “raffinata” di quella alla quale è abituato, dei soliti dialoghi con genitori e amici. E sviluppa una maggiore sensibilità anche nei confronti di un lessico nuovo, un po´ diverso da quello che conosce a casa e all´asilo.

E poi, ovviamente, c´è l´umorismo, la possibilità di ridere insieme, di farsi trascinare dalla corrente di un pensiero diverso, buffo, sfrenato, quasi anarchico (dal punto di vista della “realtà” nota al bambino): la possibilità di divertirsi insieme, di infrangere le regole, di sovvertire i punti di vista, di solleticare tutto ciò che è rigido e severo, di scatenarsi e di fare stupidaggini insieme. Spesso, nel pieno di questa turbinosa allegria, il bambino può vedere com´era il padre alla sua età: un bambino piccolo, discolo…Un´altra cosa. Quando scrivo un racconto per bambini non dimentico che dopo i dolci attimi della lettura, prima di mettere a letto i piccoli, arriva il momento in cui il papà o la mamma spengono la luce e nella camera cade il silenzio, ha inizio il dominio della notte. La notte fa paura, è piena di sogni, di incubi. Il bambino fa fatica a comprendere come mai il sogno è solo suo, nessuno può entrare a salvarlo. E la notte è buia, fitta di ombre. La manica di una camicia che penzola da una sedia appare come un serpente, o la proboscide di un elefante. Un quadro sembra una grande bocca spalancata. Le voci degli altri membri della famiglia – che proseguono le loro occupazioni – echeggiano e risuonano in modo diverso. Ma anche quando quelle voci sono gradevoli e infondono un senso di sicurezza è possibile che il bambino provi a un tratto la sensazione strana, vaga, che un intero mondo vada avanti senza di lui.

Qualche anno fa, il 21 dicembre, dopo aver messo a letto mio figlio Yonatan che allora aveva circa tre anni, gli dissi casualmente che quella era la notte più lunga dell´anno. Gli rimboccai le coperte, gli diedi il bacio della buonanotte, spensi la luce e me ne andai per le mie faccende. Alle primissime luci dell´alba Yonatan si precipitò nella nostra camera, quella dei suoi genitori, sudato e agitato. «Papà, mamma» gridò «è passata, questa notte è finita!». E io potei solo immaginare cosa aveva provato durante tutte quelle ore, la paura che la notte non finisse mai, che il sole non tornasse a splendere… Noi adulti siamo ormai esperti, abbiamo la certezza (o l´illusione?) che le regole del mondo e della natura sono immutabili. Ma un bambino non ha difese. Niente è scontato per lui. La terra gli trema sempre un po´ sotto i piedi e persino il sorgere del sole è una meraviglia che si rinnova. In un certo senso mio figlio era come il primo uomo di cui racconta una leggenda ebraica il quale, quando la sera del primo giorno dopo la Creazione cominciò a fare buio, fu assalito da una terribile angoscia perché era sicuro che Dio avrebbe fatto scendere l´oscurità e distrutto il mondo a causa dei suoi peccati.

Per il bambino l´inizio della notte è la partenza per un viaggio non facile e io spero sempre che la storia che gli ho raccontato lo accompagni in questo viaggio. Che lo protegga e sia per lui un ricordo piacevole da portare con sé, come un bacio sulla guancia.

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