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Gheddafi e un cambiamento che non è un cambiamento

21 ottobre 2011

Sono di ieri le immagini della morte di Gheddafi: immagini cruente che (al di là naturalmente dell’esigenza oggettiva di porre fine al regime tirannico promosso dal premier libico) ci fanno riflettere su noi stessi.

Ogni nostra azione ha una valenza per così dire “oggettiva” ed una “simbolica”: è riconoscendo quest’ultima che possiamo aspirare ad una crescita e a una conseguente trasformazione del nostro essere, così che possiamo essere noi gli artefici e non le vittime della nostra vita, giacché, come dicono i maestri, chi guarda fuori sogna, chi guarda dentro si sveglia.

Guardare fuori vuol dire riconoscersi goccia del mare – piccoli, umili, inermi ed impotenti rispetto all’immensità; guardare dentro vuol dire riconoscere l’intero oceano in ogni goccia, e dunque qualsiasi evento, non importa se lontano o vicino a noi, ci riguarda e in qualche modo ci appartiene, anzi per meglio dire noi siamo quell’evento. Osservare quest’identità e riconoscervisi è crescere.

Guardiamo dentro, allora: dentro la goccia.

Guardiamo noi stessi, che siamo stati figli dapprima. Figli proprio di quei genitori di cui avevamo bisogno per poter essere noi stessi – i soli. Dopo l’incanto degli inizi li abbiamo combattuti talvolta duramente: per poterci differenziare da loro, per capire fin dove eravamo noi stessi e che cosa voleva dire esistere. Abbiamo individuato con chiarezza i loro errori e ne abbiamo preso le distanze, spesso giudicandoli malamente: ci siamo sentiti certi di poter fare di meglio.

Poi c’è stato un tempo diverso, in cui, crescendo, si è aperto un orizzonte più ampio: abbiamo avuto appena il tempo di intuire che quei genitori avevano a loro volta una storia complessa, che il loro agire cercava di dipanare la matassa in cui erano aggrovigliati, che i loro errori erano in qualche modo necessari: per il loro cammino e indirettamente per il nostro. Capire che hanno fatto solo ciò che potevano fare data la storia che avevano alle spalle. Che li avevamo scelti – sì, proprio scelti per questo: perché soltanto essendo loro noi avremmo potuto essere noi.

Appena il tempo d’intuire questo e siamo diventati noi i genitori, bersaglio di strali a nostra volta. Eppure eravamo certi che a noi non sarebbe mai accaduto, perché eravamo riusciti ad essere diversi. E invece, in un attimo, puff, la storia si ripete.

Tutto ciò è scritto dentro di noi, lo ritroviamo tale e quale in qualsiasi mito cosmogonico, perché il mito è l’insieme delle “storie che non furono mai ma sono sempre”. Uno a caso quello di Esiodo, la Teogonia, che ci è più familiare degli altri perché le nostre radici vi affondano ancora.

Quel mito ci narra delle nostre origini, identiche a quelle del cosmo. In principio, racconta (ve lo sintetizzo saltando alcune fasi), c’erano Urano e Gea, e cioè il Cielo e la Terra. O meglio, la Terra aveva creato il Cielo stellato “in tutto simile a lei” “perché l’avvolgesse tutta”: un vero e proprio Principe Azzurro, o meglio Celeste. Ogni sera il Principe Celeste scendeva e avvolgeva la Terra: erano un tutt’uno. Tra loro non c’era alcuna separazione, alcuna distanza, tanto che neppure i figli potevano venire alla luce: il Cielo li ricacciava nelle profondità della Terra, e loro le urgevano sempre da dentro.

Così lei, per non esplodere, armò la mano di uno di loro con un falcetto affilato. Quel figlio attese che il padre si preparasse ad avvolgere e penetrare la madre: al momento buono uscì un braccio dai recessi selvosi materni ed evirò il padre. Quel figlio era Crono: il Tempo.

Da quel momento Cielo e Terra furono separati da una bolla di spazio che noi chiamiamo tempo, e il nuovo Sovrano divenne Crono.  Pensate come doveva sentirsi potente e diverso dal padre….

Crono si unì a Rea e generò tanti figli, ma certo quel gesto che aveva compiuto era scritto profondamente dentro di lui e alimentava il suo terrore di essere a sua volta sopraffatto da un figlio. Per impedire che questo accadesse, lui li divorava tutti alla nascita: tutti tranne uno, Zeus, che la madre nascose altrove proprio per impedire che facesse la stessa fine. Per non alimentare sospetti in Crono, Rea gli diede da mangiare, al posto del figlio appena nato, una pietra avvolta in semplici fasce. E così, una volta cresciuto, Zeus costrinse il padre a vomitare dapprima la pietra e poi tutti gli altri figli: nacque il Cosmo, e Crono venne esiliato. Il nuovo re divenne Zeus.

Questa storia si sarebbe potuta ripetere in eterno, se non fosse che Zeus (il cui nome significa “luce del giorno”) rappresenta in qualche modo una nuova e diversa consapevolezza. Crono non venne ucciso né reso impotente, come era accaduto ad Urano. Venne mandato nelle Isole dei Beati, dove divenne un re saggio; secondo il mito romano, venne inviato in una terra chiamata Ausonia (la nostra, non a caso). Accolto amichevolmente dal dio Giano (Ianus, che è il dio doppio delle porte  -ianuae -, dei passaggi, il dio che guarda indietro e contemporaneamente avanti, il dio che esigeva che durante le guerre le porte del suo tempio fossero spalancate per consentire i “passaggi”, il dio che dà il nome al mese di “gennaio” – ianuarius -, che per noi è la “porta dell’anno”), Crono, con il nome di Saturno, divenne un re saggio e benvoluto, insegnò agli uomini a coltivare la terra e generò un re, Picus, mitico fondatore del Lazio.

La sua proverbiale pesantezza lo porta ancora oggi a rappresentare simbolicamente, nelle viscere della sua Madre Terra, il piombo; ma Saturno esiste anche nel cielo: è diventato un pianeta. E cioè si è trasformato.

Cosa c’entra tutto questo con la morte di Gheddafi?, vi chiederete. C’entra. C’entra perché la nostra fragilità nasce proprio dall’aver perduto la consapevolezza della trasformazione. E’ chiaro che un tiranno non può rimanere tale ad oltranza; ma senza entrare nel merito delle questioni che pure andrebbero approfondite (come mai cioè un simile tiranno possa avere l’appoggio internazionale finché è considerato “utile” e poi la situazione possa capovolgersi), c’è anche un altro piano, ed è quello, appunto, simbolico, quello in cui tutti siamo Gheddafi e tutti siamo il suo popolo oppresso. Massacrarlo, trascinarlo nella polvere, spogliarlo, comportarsi con lui così come lui si è comportato con i propri nemici equivale a prendere il posto di Crono. Non serve se non a perpetuare questo comportamento.

Essere invece in grado di riconoscere la fine di un dittatore, la fine di un Tempo e l’inizio di un altro, assegnando un senso al tempo passato ma aprendosi a uno nuovo, questo farebbe la differenza.

Aspettarsi di buttare tutto a mare, demonizzare il passato, attribuire ogni efferatezza e ogni errore a ciò che è stato prima di noi e sentirci diversi a tutti gli effetti, portatori ad oltranza di giustizia e di cambiamento, ci mette nelle stesse condizioni di ciò che vogliamo combattere.

Ecco perché questo giovane che qui vediamo portato in trionfo mostra già la fragilità evidente di un cambiamento che non è un cambiamento.

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One Comment leave one →
  1. 21 ottobre 2011 20:03

    molta saggezza nelle tue parole, profondo il senso del tempo….grazie

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