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Latte e grovigli di budella

28 novembre 2011
Cara Samina, compagna di lacrime e di risate in questi anni recenti, può l’immagine a fumetti di una mucca in un post di cui condivido il contenuto, suscitare in me un groviglio di budella?
Ebbene sì 😦
e provo a dar voce al perché. In linea di massima se chiediamo a dei bambini  di rappresentare l’alimento della loro infanzia, nella maggior parte dei casi ti disegneranno un biberon o una bottiglia, se chiedi loro di rappresentare il latte ti disegneranno una mucca. E noi siamo figlie di quest’epoca…
Forse perché ricordo ancora lo stordimento in cui mi ritrovai quando con il mio bimbo di poco più di un’anno tra le braccia, all’affermazione “sì, è allattato al seno” mi sono sentita rispondere “ma che si sente, una mucca?” o forse perché in questi ultimi anni ho toccato con mano come nelle scelte delle mamme e dei papà tanto influiscono le sovrastrutture culturali, ti chiedo, conoscendo la tua sensibilità, in nome del sostegno all’allattamento al seno, di provare ad  accostare al “Latte” l’immagine di una donna che allatta il suo bambino; o se proprio vuoi utilizzare la mucca, trova un’immagine di una mucca che allatta un vitellino 🙂
Comprendo come latte possa essere voce, lingua, storia, ma proviamo a sciogliere anche certi stereotipi, trasformando voce in latte.
Con amore, Amrita
Ciao Amrita. Sorrido a queste tue parole perché mi ricordano me. Anch’io, quando mio figlio aveva tre settimane, mi sentii dire dal pediatra che “forse era allergico al latte animale”. Sorpresa, gli risposi che non era possibile, perché gli avevo dato soltanto il mio: e lui, un po’ imbarazzato ma anche ironico, mi rispose: “mi dispiace dover essere il primo a doverle dire che sì, è proprio così: lei è un’animale, siamo tutti animali!”.
E’ passato tanto tempo, per la precisione 26 anni, e mi ritrovo adesso a combattere non più contro gli stereotipi, ma contro gli stereotipi degli stereotipi: perché se è vero che quella risposta del pediatra non era corretta – infatti era impossibile che mio figlio fosse allergico al mio latte – è anche vero che sì, siamo animali. Animale è il nostro colpo caldo di mammiferi, animale è quell’istinto che ancora resiste, di attaccare al seno il cucciolo che abbiamo partorito, animale è il nostro istinto di femmine e di madri.
L’immagine della mucca che ho scelto nel mio post precedente è un’immagine scherzosa, caricaturale, della produttrice di un latte che noi umani utilizziamo durante tutto il corso della nostra vita ma non subito dopo la nascita. In effetti, però, scegliendola non pensavo minimamente all’allattamento nella nostra specie: pensavo all’etimologia della parola “voce”, che ha la stessa radice di vacca e di vagire. La mucca in India è infatti un animale sacro: e lo è anche perché rappresenta l’abbondanza, il nutrimento, la capacità di trasformare gli alimenti in una preziosa secrezione che può nutrire praticamente tutte le specie. Così anche la Parola – che è soltanto umana – nasce dall’elaborazione di ogni tipo di nutrimento, da quello fisico a quello spirituale, emozionale, psichico….
Mucche certo non siamo: mammiferi sì; divine pure. E una riflessione questa povera mucca maltrattata la merita, una sintesi eccellente l’ho trovata qui:

La chiamano civiltà
Venerata in India e nelle antiche culture descritte qui da Elémire Zolla
Da animale sacrificale a oggetto delle mattanze “igieniche” di oggi

FreudJung, psicologie di ogni sorta, ormai non servono più. Perché le psicosi non sono più di noi, degni figli dell’homo sapiens, ma delle mucche che da miti ispiratrici “di vigore e di pace” al cuore di Carducci sono diventate di colpo le sole, vere, spietate “pazze” del nuovo Millennio. Altro che pazzi! Noi intelligentissimi siamo: trasformiamo gli erbivori in carnivori e li ingrassiamo a forza di “ceneri” di carcasse infette, di scarti di macellazione, perfino di placente umane essiccate. Poi, per diventare più sani, forti e virili ce li mangiamo “al sangue”, a fettine con le patate, nelle trattorie della domenica, alla fiorentina, alla milanese o alla palermitana, su piatti ancora caldi di lavastoviglie. Quanto all’encefalopatia spongiforme noi, proprio, non ce la meritavamo. E per questo, in mattatoi lontani dai nostri “occhi innocenti”, giustiziamo, carne sopra carne, le mucche, i loro mariti, i loro figli. Fino a ieri, però, prima ancora di essere “pazze” le mucche erano da sempre state “sacre”. E in nome di questa sacralità, già nell’Ottocento, due ambasciatori indù mandati in Inghilterra, al loro ritorno in India vennero considerati talmente impuri dal loro contatto con gli europei che soltanto una nuova nascita simbolica poteva ridare loro la vita. Per rigenerarsi, annotò Frazer nel suo Ramo d’Oro, gli impuri indiani dovettero rivalersi sul macello europeo strofinandosi a una statua d’oro puro, raffigurante il potere femminile della natura nella forma di una vacca. Tutt’oggi, ci conferma il grande umanista e studioso di religioni Elémire Zolla, “un indiano della casta bramina dà per scontato che una persona normale debba sentire riverenza verso questo animale, il quale dà tutto offrendo se stesso in un sacrificio totale e perenne a favore dell’uomo. La vacca in India è essenza del dono supremo, è incarnazione del dono divino, della vita stessa e non c’è parte di essa che non abbia funzione sacrale; perfino i suoi escrementi servono ad accendere il fuoco. Per le strade, paralizzate dalle folle, la vacca ha il primo posto e nessuno si sognerebbe di molestarla, di ostacolarla. Da qui le proibizioni che ne derivano: è un grosso insulto, ad esempio, entrare in una casa bramina calzando scarpe di pelle di mucca o di toro e il divieto di mangiare carne di mucca in India è dato per qualcosa di istintivo assolutamente incomprensibile per un europeo.
Uccidere o mangiare una vacca per un indù sarebbe un delitto abominevole quanto l’omicidio”. Come simbolo dell’ahimsa, ossia della non violenza fondata sulla sacralità della vita, l’induismo ha tramandato la sacralità della vacca anche ai buddhisti che, come nei templi della Thailandia del Nord, la offrono al Buddha modellata in piccole statue di terracotta. Le immagini sacre della vacca e del suo misterioso fluido vitale, risalgono, però, ai culti arcaici della genitrix, a quelli delle Grandi Madri paleolitiche dalle multiple e abbondanti mammelle scoperte e studiate dall’archeologa lituana Marija Gimbutas. Da queste discende Iside, nell’antico Egitto ritratta come donna dalla testa di vacca. Sull’Egitto, rileva però Zolla, “abbiamo prospettive infinite e pochissime notizie.
Certa è la presenza nei templi egizi della mucca come eloquente principio della fertilità della terra, di fecondità, quale presupposto indispensabile alla vita. La stessa statua della Diana multimammia di Efeso ripropose l’archetipo della mucca sacra. L’uomo greco e romano l’assimilarono, poi, al primo latte, al primo cibo ricevuto”, Ripreso dall’Oriente e dalla civiltà cretese (si pensi anche al mito del Minotauro ucciso da Teseo) il culto della mucca sacra rivive, così, nell’Odissea attraverso il celebre episodio delle sacre vacche del Sole: per averne uccisa una, dopo sette giorni di digiuno, la ciurma di Ulisse fu punita da Zeus che “stese sulla concava nave un fosco nembo, e si ottenebrò di sotto il mare”. Dioniso, ancora, veniva rappresentato spesso in forma di capretto o di toro secondo la diffusa simbologia che lega questi animali alla vegetazione, agli spiriti tutelari del grano. Lo stesso ciclo del latte si legava, in antichi culti quali quelli sumeri, ai cicli meteorologici, a quelli astrali, al fluire del tempo cosmico in cui si dispiega quello della vita umana. Il dio Enlil, per i Sumeri, era il “Signore dei venti e dell’uragano”, il “Dio del corno”, fratello di Inanna, la “Grande Vacca” simbolo della vegetazione. La vacca, nota qui Zolla, “prima di tutto dà il latte e se non lo dà soffre. Essa è quindi congegnata per consegnarci questo principio fluido che è la base di ogni tempo, di ogni vita”. Così accade nelle culture folkloriche dell’Europa orientale dove, ancor oggi, si rappresenta la vacca come una donna vestita di spighe e fiordalisi. Questa è, spiega insomma Zolla, “l’enorme messe di dee affiorate dall’Ucraina alla Grecia che testimoniano una civiltà matriarcale imperniata su un culto della vacca che precede l’invasione indoeuropea. E fra gli indoeuropei erano i Celti ad avere un forte rispetto della mucca. La stessa corrida ha basi celtiche, anche se oggi figura come retaggio degradato e mostruoso di antichi rituali sacrificali e propiziatorii”. La vacca, prosegue Zolla, “si offre agli uomini e, per questo, gli uomini l’hanno sempre consacrata agli dei. La vacca vuole essere munta per riversare sugli uomini il latte quale dono divino e nutrimento supremo. E nel concorso a simboleggiare il fondamentale principio di vita è chiaro che la vacca ottiene il primo posto”. Primo posto come dono sacrificale reso agli dei o – come fra gli Egiziani che scongiuravano sulla testa di un toro gettata sul Nilo tutti i mali che altrimenti sarebbero ricaduti sopra di loro – come capro espiatorio. Le scene sacrificali, dove sono le virtù sacre dell’animale a essere consacrate in banchetti rituali, commemorano eventi mitici, ristabiliscono il patto con l’aldilà e contribuiscono al buon funzionamento del cosmo, della natura, della società. Dall’antico Egitto all’Islam che obbliga i musulmani partecipanti all’ayd el-edha (la “grande festa del sacrificio”) a sgozzare gli animali facendo colare a terra il sangue, ricettacolo dell’anima: fino alle odierne popolazioni Nuer del Sudan di cui l’antropologo inglese Evans-Pritchard riporta la relazione intima di simbiosi per la quale “gli uomini e le vacche formano un’unica comunità del più stretto tipo” e ogni forma di macellazione costituisce evento religioso. La nostra messa a morte delle mucche non ha più nulla di sacro o di sacrificale. Ce ne rendiamo conto accostando le vacche celesti dei graffiti preistorici alle foto di questi giorni dove le ruspe sollevano pesanti corpicini e li scaricano sui camion. Questa è la morte “igienica” inflitta dalla zootecnia del Duemila: senza sangue, senza vittime, senza sacerdoti, senza scandali. Per noi la mucca non è viva, non ha corna, non ha cervello, non ha muggiti, non ha narici fumanti, non ha occhi bianchi che riflettono la luna, non ha cuore. Per noi le mucche sono fettine cellofanate, pallide apocalissi del supermercato. Non le mangiamo più e le contiamo sui banchi freddi della nostra memoria, questa sì, impazzita.

Il latte è presente nell’inconscio collettivo con una straordinaria potenza: è divino, è via Lattea, è il frutto della dea dalle corna di vacca. Anche i Dogon del Mali immaginano la creazione del mondo da una immensa goccia di latte, e il latte è quello di un’immensa Vacca Celeste.

La voce è latte, sì, e il latte è voce. Quella voce che sempre stupisce 🙂

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