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Attenti al corpo delle parole: è carne che si racconta

10 gennaio 2012

"Attenti alle parole", installazione di Ben a Parigi. Foto di Anna Rizzuti.

Diventare una: o uno. Vuol dire riconoscere di esserlo, e può avvenire in un attimo, in una vita o mai.

Molte sono le strade – una è quella del mito, il racconto di “quelle cose che non furono mai ma sono sempre”.

Un racconto fatto di parole: ma cosa sono le parole? Sono corpo. Le parole siamo noi, che con le vocali “chiamiamo” e con le consonanti consuoniamo; noi che abbiamo a volte le articolazioni dolenti: i nostri piccoli arti, i nostri articoli. Noi che con gli apostrofi ci apostrofiamo, rivolgendoci con il nostro volto parlante. Le parole sono fatte di “caratteri”, come noi. Sono lettere: messaggi nella bottiglia del corpo. Lettere vive, con un peso preciso: “gramma” si dice in greco “lettera”, “gramma” come grammo. E quindi attenti alle parole, attenti a noi, al nostro corpo, a come siamo fatti, a ciò che diciamo anche quando siamo in silenzio. Attenti ai miti che ci parlano da dietro sotto prima: da prima che il senso diventasse mente.

Il mito ci racconta di un mondo animato da Dee e Dei, un mondo che non è immaginario perché ha sede nel profondo di ognuno. Demetra è la Dea Madre; Afrodite la Dea Amante; Artemide la Cacciatrice, Estia la Dea del Focolare, Atena la Dea della Giustizia… e così via. Imbottigliata nel traffico, ieri, pensavo a questi “modelli”, chiedendomi quale poteva essere quello in me predominante; e ho visualizzato l’immagine della mia vita interiore come un cerchio: Madre Amante Sposa Sorella Figlia  Creatrice Artefice Distruttrice… queste immagini giravano come un disco, cercando di integrare l’altro disco, quello con le immagini divine. E mi sembrava che fossero sfalsati, i due dischi, perché in effetti  non sono madre come Demetra né Sposa come Era, né Cacciatrice come Artemide, no: e si può essere madri come Artemide, che era Vergine? o come Afrodite, che era la madre di un figlio alla ricerca della propria Psiche perduta? si può essere amanti come le Dee vergini e spose come le Dee sorelle e Creatrici come le Dee spose e… si può mettere tutto sottosopra?

Beh, sì. Ma da sole non ce la si può fare.

E’ necessario integrare “l’altra parte”, il Maschile, il Logos, attivando quell’Eros che è relazione, scambio, linfa vitale.

E’ il relazionarci la “terapia”, perché ci consente di prenderci cura l’uno dell’altro sentendoci unità e non pezzi di qualcosa. E solo allora possiamo capire che non ci sono modelli: non ci sono, o saremmo tutti uguali. Non ci sono modelli. Ci siamo noi, e basta.

Madri come le Dee Vergini, Cacciatrici come le Dee del Focolare, Creative come le Guerriere, Figlie che ancora devono nascere, solo noi possiamo essere come siamo: è questo il racconto delle cose che non furono mai ma sono sempre.

Ancora una volta mi sono ritrovata, così, in quella piazza ottagonale – i Quattro Canti – che davvero è un mandala potente nella nostra Palermo: e il semaforo era rosso. In una città violenta, aggressiva, maschile, immagini di fiumi che diventano stagioni, e stagioni che diventano Sante attraversando il magico incontro coi Re: come spiegare? Forse solo con le parole con cui Iside, la dea, parla di se stessa dall’Anima antica di un uomo che le ha dato voce in un tempo lontano e presente:

La Statua di Artemide Efesina al Museo Archeologico di Napoli, Foto di Enzo Guzzo.

Io sono la genitrice dell’universo,
la sovrana di tutti gli elementi,
l’origine prima dei secoli,
la totalità dei poteri divini,
la regina degli spiriti,
la prima dei celesti;
l’immagine unica di tutte le divinità maschili e femminili:
sono io che governo
col cenno del capo
le vette luminose della volta celeste,
i salutiferi venti del mare,
i desolati silenzi degli inferi.
Indivisibile è la mia essenza,
ma nel mondo io sono venerata ovunque sotto molteplici forme,
con riti diversi, sotto differenti nomi.
Perciò i Frigi, i primi abitatori della terra, mi chiamano madre degli dei [Grande Madre, Cibele],
adorata in Pessinunte;
gli Attici autoctoni, Minerva Cecropia;
i Ciprioti bagnati dal mare,
Venere di Pafo;
i Cretesi abili arcieri, Diana Dictinna;
i Siciliani trilingui, Proserpina Stigia;
gli abitanti dell’antica Eleusi,
Cerere Attea;
alcuni Giunone; altri Bellona;
gli uni Ecate; gli altri Rammusia [Nemesis].
Ma le due stirpi degli Etiopi,
gli uni illuminati dai raggi nascenti
del dio Sole all’alba,
gli altri da quelli morenti al tramonto,
e gli Egiziani
valenti per l’antico sapere,
mi onorano con riti che appartengono a me sola, e mi chiamano
col mio vero nome:
Iside Regina.

O Regina del cielo,
tu feconda Cerere,
prima creatrice delle messi,
che, nella gioia di aver ritrovato
tua figlia, eliminasti l’antica usanza
di nutrirsi di ghiande come le fiere,
rivelando agli uomini un cibo più mite,
ora dimori nella terra di Eleusi;
tu Venere celeste,
che agli inizi del mondo congiungesti
la diversità dei sessi
facendo sorgere l’Amore
e propagando l’eterna progenie
del genere umano,
ora sei onorata nel tempio di Pafo
che il mare circonda;
tu [Diana] sorella di Febo,
che, alleviando con le tue cure il parto alle donne incinte,
hai fatto nascere tanti popoli,
ora sei venerata nel tempio illustre
di Efeso;
tu Proserpina,
che la notte con le tue urla spaventose
e col tuo triforme aspetto
freni l’impeto degli spettri
e sbarri le porte del mondo sotterraneo,
errando qua e là per le selve,
accogli propizia
le varie cerimonie di culto;
tu [Luna] che con la tua femminile luce rischiari ovunque le mura delle città
e col tuo rugiadoso splendore
alimenti la rigogliosa semente
e con le tue solitarie peregrinazioni spandi il tuo incerto chiarore;
con qualsiasi nome, con qualsiasi rito,
sotto qualunque aspetto
è lecito invocarti:
concedimi il tuo aiuto
nell’ora delle estreme tribolazioni, rinsalda la mia afflitta fortuna,
e dopo tante disgrazie che ho sofferto dammi pace e riposo.

(Apuleio, Metamorfosi, XI libro)

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