Skip to content

Il mito insegna che… – Antico Stabilimento Balneare di Mondello

5 febbraio 2012

 

E’ in corso all’Antico Stabilimento Balneare di Mondello una bella mostra sul Mito: il Racconto Muto, quello fatto al di là delle parole, a bocca chiusa, come è scritto nella radice della parola:

μυ-

Mu: serrare le labbra e stare mu-ti. Soli con se stessi, nel più assoluto e profondo silenzio. Solo così è possibile raccontare come nasce l’Universo ogni volta che nasce un Uomo – ogni volta che nasce una Donna.

Una rampa di scale, e si accede a una grande sala che appare come sospesa tra cielo e terra; all’interno i quattro Padri Fondatori: Mariano Brusca, Franco Lo Coco, Mario Lo Conte e Carmelo Lo Curto.

Da tre lati della grande sala irrompono, attraverso le vetrate, gli azzurri differenti e cangianti di mare e cielo: a tratti piove,  a tratti spunta un sole tiepido, quasi caldo; il quarto lato si apre su terra e strada, e c’è anche il verde delle palme.

Mi piace ritrovare gli stessi colori negli occhi di Mariano, Mario e Carmelo: cielo o mare di terre e stagioni  diverse, mentre in quelli di Franco, verdi, è come se cielo e sole si fossero trasformati e risolti in erba.

Sono storie di Cielo alla ricerca della Terra, infatti, quelle raccontate qui.

Mario ha curato l’allestimento con attenzione, senza lasciare nulla al caso. Le opere dialogano fra loro e con lo spazio sia interno che esterno, e l’effetto è davvero quello di un microcosmo. Alcune sono adagiate su tappeti di foglie all’interno di specie di temenoi, recinti sacri, quadrati o rettangolari, delimitati da mattoni. Queste foglie – proprio come i fogli di un ipotetico racconto – appartengono ad alberi  e tempi differenti; alcune sono ancora verdi, altre sono molto secche, altre a a metà. Molte le hanno portate amici, e così raccontano anche storie di altri.

Altre opere sono circondate da pietre e sassi, sabbia nera di vulcano, o sabbia fine e rossiccia di chamotte, come gli uccellini di Mariano che aspettano di essere imbeccati.

C’è anche un albero con gli uccellini come foglie che invece di cadere sono pronte a prendere il volo. “Ho preso due palluzze di creta, le ho messe una sull’altra e poi ho fatto esplodere il becco e le ali, così“, mi dice Mariano muovendo le mani come se plasmasse l’argilla; e mi torna in mente la storia sufi di Gesù, che  da piccolo creava uccellini di creta e poi li animava col proprio soffio e li lasciava volare via.

Eleganti canopi fanno da contrappunto agli uccellini volgendo al cielo gli occhi.

Mariano ha lavorato con argille di vari colori seguendo gli antichi metodi tradizionali mentre era a Djerba. Acqua aria terra fuoco  trasformano l’argilla morbida in un materiale duro che dura, contiene e dà forma e sguardo al vuoto.

Sullo sfondo, immenso e inquietante, campeggia il polittico di Carmelo Lo Curto. E’ la storia di uno smembramento, raccontato sui fondi di cassette di frutta smembrate anch’esse – si pensa a Dioniso bambino fatto a pezzi dai Titani che sopraggiungono alle sue spalle mentre lui rimira la propria immagine mendace nello specchio straniante e riecheggiano le parole di Nonno di Panopoli.

Farsi a pezzi per potere rinascere uno, proprio come Dioniso. Cercarsi e ricercarsi nell’analogia con frutti e ortaggi sacrificali e sacrificati. Seme che diventa latte nonostante lo squartamento – e i Giudici Falcone e Borsellino che vivono, se pure orrendamente macellati.

Sacrifici nell’accezione letterale di sacrum facere – occhi nel piatto circoncisione sangue nero di un seno che non ha avuto il tempo di secernere il bianco del latte. Il mare che inghiotte il membro del Cielo perché possa nascere la Dea dell’Amore. Una melanzana che oscuramente evoca, e non solo per l’assonanza linguistica, quella melancholia che così spesso è madrina della creatività.

Sulle tavole verticali dello sfondo, volutamente grezze e accostate l’una all’altra come a rappresentare un libro dalle pagine bianche, i racconti di Carmelo scrivono una storia di ri-composizione. Ri-uniscono le giunture, ri-creano l’orizzonte, pian piano tessono e ritessono un senso: o almeno uno dei tanti possibili sensi. “Dopo la mostra“, mi dice, “molti di questi dipinti torneranno ai privati che li hanno acquistati“. Ancora una volta ripenso allo specchio di Dioniso in frantumi e a come ogni frammento diventi riflesso e riflessione d’unità.

Il temenos che Mario ha segnato intorno all’opera di Franco Lo Coco evoca la presenza di un Tempio: non a caso la radice tem- indica una porzione ritagliata, un recinto sacro che ritroviamo anche nella parola Tempo.

In principio, come narra Esiodo nella sua Teogonia, Cielo e Terra erano uno. La Terra aveva creato il Cielo stellato “in tutto simile a lei perché potesse contenerla tutta“, e lui ogni sera l’avvolgeva riempiendola in ogni sua parte.

Fra i due non c’era tempo né spazio: la loro unione era assoluta. E quando lei generava, lui le ricacciava i figli nel grembo. “Ma la Terra è Natura, deve proteggere la vita: per questo arma la mano del figlio per evirare il padre e consentire una distanza”, mi dice Franco.

Senza quel gesto cruento non ci sarebbe nessuno di noi: il figlio era Crono, il Tempo. La bolla fra il Cielo e la Terra in cui noi viviamo.

Acciaio e sangue che sprizza in mille tessere che si accendono di vita e di luce nella ferita che rende vivo il Cielo; e la Terra ramata si ammanta del corpo celeste impregnandosi di vita.

La loro separazione li unisce per sempre: è così che nelle vene della Terra ancora scorrono i pianeti che il Cielo vi ha riversato nella propria furia d’amore: Mercurio Venere Saturno Luna Sole in lei sono metalli – mercurio rame piombo argento oro.

Ai piedi di Cielo e Terra, le offerte votive. Su una bianca coltre di sale che sembra neve, le tracce delle passeggiate di Franco e dei suoi incontri con la Bellezza. Piccole montagne che possano manifestarsi, mi dice, facendo con le mani il gesto di contenerle; piccole pietre, la Cuba, e su tutte l’impronta del suo pollice, un’impronta creatrice e portatrice di luce “avevo pensato di collocarci dentro una candelina accesa”, mi dice: e penso a Prometeo, al suo furto del fuoco che ha donato agli uomini insieme nutrimento e creatività. In questa nuova luce il sale diventa sapore: quello delle lacrime e del sudore di tutta la Terra intera.

Un’armonia musicale e musiva rimanda dall’una all’altra delle opere dei quattro autori: quattro come i punti cardinali  gli elementi le stagioni, quattro come i lati delle tessere colorate che rivestono di luce ferite scale e arcobaleni dell’uno o dell’altro. Quattro come i lati del quadrato, disegno fondante che rappresenta la stabilità della Terra e danza la sua archetipicità nel susseguirsi ritmato delle forme evocate da Mario Lo Conte.

Il ritmo serrato di cinque piedistalli, uno dietro l’altro, anima la celebrazione di una quaternità che è l’armonia della vita stessa  e si piega, ripiega e spiega in una danza che apre nuovi orizzonti e passaggi. Il quadrato di base si ribalta e diventa quasi farfalla – non è un caso che sia questo il primo significato della parola greca psychè; ma è anche limite, soglia, porta, passaggio. Penso a Poros, che Platone designa come padre di Eros: Poros è proprio il passaggio e l’espediente che lo consente, il motore che attiva quella traversata che porta a impregnare di vita Penia, la Povertà/Bisogno madre del Dio.

Quadrate come tessere di un mosaico interiore, queste forme di Mario mi appaiono, nella loro essenzialità, come tessere di riconoscimento di sé. Sono cinque e scandiscono un tempo sacrale che si riconosce anche nella dimensione: venti centimetri, come se il quattro volesse sublimarsi in una quintessenza alchemica dopo aver risolto la dimensione ternaria madre-padre-figlio che sta alla base di tutto (e infatti i piedistalli, disegnati da Mario, hanno proprio tre piedi).

Amo la sezione aurea e cerco sempre di riprodurla“, mi dice, ed io penso all’Oro dei Filosofi, e all’alchimia che tutto questo sottende.

E’ proprio una bella mostra, un percorso di fondazione che accompagna dentro di sé, e si conclude con una scala che non è una scala e nasce dalla suggestione di una vecchia scala divelta, memoria di antichi fasti. Non parte e non arriva, quel percorso, disegnata da Mario e inondata di luce da Franco. Sale e scende contemporaneamente, e la luce si intensifica o si rarefà a seconda dello sguardo che la coglie.

E torno a casa pensando alle parole di Salustio “Il mito racconta quelle cose che non furono mai ma sono sempre“.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Le foto sono di Mariano Brusca e Carmelo Lo Curto

La mostra è aperta fino a domenica 12 febbraio da lunedì a sabato 10,00/13,00 – 17,00/20,00 e domenica dalle 10,00 alle 13,00
Annunci
3 commenti leave one →
  1. 5 febbraio 2012 14:22

    Splendida recensione, ci ripaghi di tanta fatica.

  2. 5 febbraio 2012 14:23

    errata corrige: ci ripaga di tanta fatica.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: