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I picciriddi muti dell’Albergheria e le pietre delle parole

17 febbraio 2012

In questi giorni, nella stradina laterale alla Biblioteca Le Balate, la via Colluzio, alcune delle balate che lastricano la strada hanno ceduto: e sotto è apparso il vuoto.Sotto di noi il vuoto: ma in fondo a quel buio, fresche, scorrono ancora le acque del fiume Kemonia e poco più in là del Papireto.

Sono acque di vita, quelle: e forse se facessimo scorrere, insieme a loro, le parole, restituiremmo vita alla nostra città. Per questo abbiamo trascritto per voi – per noi tutti – un racconto che Giulia Lo Porto ha letto a chiodo fisso, un programma andato in onda su radiotre mercoledì 15 febbraio. Cliccando sul nome del programma potrete ascoltarlo direttamente dalla sua voce: è bellissimo perché autentico. Ci siamo tutti noi, in questo racconto che vive.

Buongiorno. Mi chiamo Giulia Lo Porto e sono nata e cresciuta a Palermo. Ho frequentato il Liceo Vittorio Emanuele II e la Facoltà di Teologia. Entrambi si trovano nel centro storico della mia città, tra il quartiere del Capo e il quartiere dell’Albergheria. E poiché mi stava a cuore raccontarvi la vita del quartiere dell’Albergheria, che è uno dei quartieri più poveri della mia città, pur vivendo a Roma da qualche tempo sono tornata a Palermo, e mi sono proprio addentrata nelle strade del quartiere, tra i vicoli, tra la gente, e ho incontrato una donna, Donatella Natoli, che è una delle fondatrici della Biblioteca per bambini Le Balate.

Abbiamo parlato a lungo: lei mi ha raccontato delle diverse povertà che vivono gli abitanti del quartiere dell’Albergheria; e dalle parole che ho ascoltato, dalle vite che mi ha raccontato, è nata in me la necessità di scrivere un racconto, che adesso voglio leggervi:

C’è un quartiere a Palermo che si chiama Albergheria.

Il nome glielo hanno dato i Normanni, quando l’Imperatore Federico II ci deportò gli abitanti di Centuripe e Capizzi. Glieli deportò perché osarono ribellarsi a lui che era lo stupor mundi. Ma furono gli Arabi a costruire il quartiere. Ci vivevano insieme: Arabi ed Ebrei, e gli Arabi fondarono il mercato, il Ballarò, il più antico mercato di tutta la città, dove si può camminare e comprare ancora oggi.

Poi all’Albergheria gli Aragonesi portarono gli artigiani, i contadini e i poveri.

Il fiume Kemonia trascinava nel quartiere umidità e sporcizia, e la gente moriva all’Albergheria. Allora gli abitanti, sulle rive del fiume Kemonia, ci misero le balate, che sono pietre grosse e levigate, pietre imponenti, che stanno ancora dentro alla città, e che adesso sono lisce lisce, perché ci sono passati, ogni giorno, gli uomini e i secoli. Poi arrivarono gli Spagnoli e poi ancora i Borboni. Nell’Ottocento provarono a risanare il quartiere. Buttarono giù le case per costruirne di più nuove e belle, ma le macerie sono ancora lì. E ci pensò la guerra infame del Novecento ad aggiungere macerie a macerie. Povertà, balate, mercato e macerie dall’Albergheria non sono uscite più; e oggi, accanto agli Arabi e ai Normanni, è arrivata altra storia e altro mondo. Oggi l’Albergheria è anche Africa: Africa Centrale e Asia e Cina. Sulle balate delle strade camminano anche loro.

Ci sono uomini all’Albergheria: uomini, donne, picciriddi e vecchi. Gli uomini dell’Albergheria dicono tutti di essere muratori: ma per la verità hanno trasportato pietre, con le carriole, da una parte all’altra dei cantieri che assumono in nero. Carrianu petri, e da una parte all’altra della città trasportano anche droga, perché soltanto con le pietre, trasportate sulle carriole, in nero, non si mangia. E non sanno né leggere né scrivere: la firma soltanto sanno mettere. E i picciriddi a scuola ci vanno, e fino alla terza elementare custodiscono tutti la speranza di un cambiamento, di un futuro differente, che non sanno come dovrebbe essere ma che sperano diverso.

Spesso la speranza però si infrange. Gli esperti – quelli che conoscono non solo le lettere ma pure i numeri, quelli che inventano sulle carte le circoscrizioni, disegnando linee fasulle in mezzo alla vita quotidiana e alle case della gente – dicono che a Palermo la dispersione scolastica arriva al 12%, e in periferia c’è il 20% di posti vuoti fra i banchi. Si sfascia, la speranza, contro il muro di lettere e parole: giacciono le lettere, muoiono le parole. E se in terza elementare le lettere non si sono ancora imparate, allora non resta che trascinarle, come le pietre sulle carriole, fino alla quinta elementare, e poi su, su, con sforzo e indifferenza, fino alla terza media: perché a Palermo, la terza media, si può raggiungere anche con le lettere a pezzi tra i piedi. I picciriddi dell’Albergheria non ci vogliono andare più a scuola quando il foglio scritto diventa bianco, quando gli altri bambini scalano i muri dei fogli aggrappandosi con agilità agli appigli delle parole. Quando gli altri bambini volano sui muri dei fogli e corrono, i picciriddi dell’Albergheria restano soli e muti, e le maestre dicono che non si possono fermare con i picciriddi muti, dicono che devono far correre i bambini che volano sulle parole, dicono che non è giusto rallentare chi è veloce. Allora i picciriddi muti tornano a casa, tra i vicoli degli Arabi e sulle balate delle genti. Tornano a casa dai genitori che la firma la sanno mettere, ma che restano in pigiama, con la notte addosso, per tutto il giorno, perché tanto la vita, con le sue possibilità, non ci passa sopra le balate.

Eppure c’è la civiltà sopra le balate: ci sono le chiese e il palazzo del Re, con i mosaici tutti d’oro e Cristo Pantocratore. C’è la civiltà, visitata dai turisti a maniche corte pure in inverno – che si sa, a Palermo, l’Africa è vicina.

E’ infame la scuola, come la guerra con le sue macerie. La scuola marca i confini tra la Palermo dei ricchi e la Palermo dei poveri: perché esclude, questa scuola, e non include. Lascia fuori i picciriddi figghi dei muti e i picciriddi degli extracomunitari; e accompagna, mano nella mano, i bambini con i genitori che il pigiama lo tengono addosso soltanto la notte, perché di giorno vivono e parlano e lavorano.

Ma di bambini muti tra i banchi di scuola non ne vogliamo più. Tra i vicoli degli Arabi e le balate dei Normanni vogliamo vedere camminare a testa alta masculi e fimmini e picciriddi, tra li biddizzi della civiltà antica, e sui sentieri di nuove integrazioni e mescolanze di culture e lingue e tradizioni e musica e odori e sapori.

E vogliamo trovare le parole per dire a cu’ cumanna che le macerie della scuola infame non si possono scaricare più al quartiere dell’Albergheria, e neppure al Capo, a Borgo Nuovo o allo Zen. Che venissero a prendere, con le loro carriole d’oro, tutti i pezzi delle vite perdute, e sparite nel silenzio. Che se le debbono caricare sulle spalle le macerie dei loro progetti senza fondamenta. Tra i vicoli del centro storico di Palermo bisogna fare spazio alle parole, alle lettere tutte in fila, da capire, da arrampicarcisi su per vedere cosa c’è oltre il muro. Le devono venire a raccogliere le macerie, perché tra i vicoli degli Arabi è tempo di imparare a leggere e scrivere, a usare le parole, e a costruire vite nuove con le pietre delle parole.

12 commenti leave one →
  1. 18 febbraio 2012 11:08

    E’ un racconto bellissimo, specie per chi per quei vicoli c’è passato parecchie volte e grazie a questo racconto lo rivive con odori, colori e suoni.
    Palermo è una città nella quale convivono fianco a fianco realtà diversissime, un coacervo di culture, idee, esperienze, sogni che non è facile trovare da altre parti.
    Palermo è sempre stata così, basta guardare per pochi secondi il Duomo per rendresene conto, ma alla Palermo felicissima si è sostituita la Palermo policisissima, trionfo della furbizia e del malaffare gestiti sapientemente.
    Per fortuna Palermo è anche il posto delle persone speciali, quelle che non hanno paura di dare il loro, seppur piccolissimo, aiuto.

    • 18 febbraio 2012 14:01

      è vero. Palermo è la città degli opposti, e proprio per questo è alchemica: solo dalla coniunctio oppositorum nasce il Lapis, la Pietra Filosofale, che è la realizzazione di ciò che davvero siamo.
      E l’aiuto di ognuno – o, come scriveva Danilo Dolci, ogni uno – è sempre grandissimo: noi viviamo un po’ come quel colibrì che, durante l’incendio della foresta e la conseguente fuga di tutti gli animali, volava in direzione opposta, proprio verso la foresta. Quando il leone gli chiese “ma dove vai, non vedi che tutto brucia e persino io, che sono il re della foresta, fuggo?”, il colibrì rispose “ho una goccia d’acqua nel becco: vado a spegnere l’incendio”. Rise, il leone, facendosi beffa dell’uccellino minuscolo, ma il sorriso gli si gelò sul muso quando il colibrì gli rispose, volando via “io faccio la mia parte!”.
      Noi facciamo la nostra parte, che è la sola che possiamo fare, e non è quantificabile né misurabile in relazione a quelle degli altri. Se siamo colibrì facciamo i colibrì, se siamo elefanti, facciamo gli elefanti.🙂

  2. alessandra permalink
    25 febbraio 2012 16:22

    questo link nn aggiunge niente che già sappiamo, ma leggere questo breve racconto oltre ad essere un viaggio dolciastro fra i bambini poveri di ieri e poveri di oggi, è un dovere morale, per non dimenticare. … la rassegnazione fa a pugni con la rabbia, ogni giorno ,

  3. 3 marzo 2012 09:55

    Sicuramente molti hanno dato e danno un contributo, secondo la propria condizione, per migliorare la qualità di vita dell’Albergheria… eppure Questa continua a regredire, di male in peggio!!! COME MAI???
    Essendo nato e cresciuto in Vicolo Santa Maria Maggiore n.7, trasferitomi poi in Via San Nicolò all’Albergheria n.14, (adesso non vivo più lì), forse, avrei un frammento di storia vera ed emblematica da dove trarre qualche indicazione: io sono nato nel 1957. Tra gli anni 70/80, la Parrocchia “San Nicolò di Bari all’Albergheria” venne affidata a Padre Venanzio Rossetto, dei Servi di Maria, tutt‘ora vivente a Verona. Allora l’arcivescovo era un certo adriano pappalardo. Padre Venanzio dovette affrontare un inizio davvero DURO: insulti, gli buttavano addirittura i petardi nella Chiesa…!!! La popolazione locale era abituata a ricevere i Sacramenti senza una adeguata catechesi…, insomma Padre Venanzio, da autentico Servo di Dio e di Maria, con umiltà ma con fermezza, SENZA PELI SULLA LINGUA in ogni contesto, specialmente sulla “politica” che governava allora la città, riuscì ad essere accettato e, finalmente, apprezzato tanto da cominciare a vedere germogliare i FRUTTI EDUCATIVI CONCRETI, anche con la collaborazione di Comunità di base, di cui mi onoro di avere fatto parte (con la guida di Don Meli, Padre La Rosa). Ad un certo punto Padre Venanzio viene trasferito a Roma con una motivazione alla quale non ho MAI creduto e che, comunque, se fosse vera offenderebbe DIO, La Santa Chiesa e cancellerebbe l’Ordine dei Servi di Maria, la motivazione sarebbe questa: siccome i Servi di Maria devono vivere in Comunità (almeno tre) e poiché NESSUNO dei suoi confratelli voleva venire a coadiuvarlo si è dovuto farlo rientrare a Roma. IO NON CI CREDO!!! Se poi a questa storia andiamo ad associare la storia di Padre Puglisi, EMARGINATO dal suo vescovo, lo stesso adriano pappalardo, sicuramente emerge, almeno per me, qualche indizio che obbliga a RIFLETTERE SERIAMENTE su un sistema politico mafioso, dove emerge che la chiesa locale ne è parte (vedi quel cuffaro tanto cattolico e tanto “benefattore“ per la chiesa…)!!! Certamente Padre Venanzio e Padre Puglisi SONO La Santa Chiesa, come avrebbe dovuto esserlo CON MAGGIORE SENSIBILITA’ quell’adriano pappalardo; poiché sono abituato ad analizzare le “omelie dovute” e i FATTI CONCRETI, per me, La Vera Salvezza è affidata solo e solamente a persone di buona volontà, appartenenti ad ogni settore, credenti o non credenti, atei, di ogni cultura e religione… MA NON ALLE ISTITUZIONI PREPOSTE, ESSE, per me, SONO IDENTIFICABILI IN ESSERI COME ciancimino, cuffaro, cammarata… adriano pappalardo!!! francesco cappello, ispettore della polizia di stato in pensione (a motivo di due infarti)

  4. 3 marzo 2012 14:00

    Egregio dr. Cappello, La ringrazio per la Sua testimonianza, e mi permetto di correggerLa per ciò che riguarda il nome del Vescovo, che era Salvatore Pappalardo e non Adriano, noto cantante di quegli stessi tempi.
    Ciò che noi auspichiamo è un rinnovamento tale che le “persone di buona volontà” possano agire sia fuori che dentro le istituzioni; non dimentichiamo che siamo noi cittadini ad investire del loro potere coloro che lo detengono.
    Lavoriamo dunque prima di tutto su noi stessi e sulle nostre capacità discriminatorie, e, dato che siamo alle porte del voto, non perdiamo quest’occasione.

    • 3 marzo 2012 19:39

      Gentilissima Samina grazie per la sua giusta correzione e sottoscrivo il suo pensiero! Solo mi vengono spontanei una miriade di interrogativi, ne esplicito solamente uno: come può un Popolo oppresso già dai bisogni primari di sussistenza ad avere quegli strumenti indispenzabili per esprimere una preferenza elettorale obiettiva??? Mi fermo qui perché la politica (divenuta trampolino di lancio per arrampicatori sociali…) ci porterebbe ad argomentazioni già trite e ritrite. Personalmente, già da diversi anni, quando “vado a votare” rinuncio al voto facendo riferimento al D.P.R. 30 marzo 1957, n.361 – art.104 del testo unico delle leggi elettorali, specificando la mia motivazione: “sono stufo di continuare a votare ogni cinque minuti per vedere una politica sempre più avvelenata e corrotta”!!! Concludo ringraziando di cuore tutte le persone di buona volontà che CONCRETAMENTE e col CUORE PURO fanno quanto possono per il BENE DEL PROSSIMO…!!!
      P.S.: non sono un dottore, sono semplicemente uno di quei “picciriddi dell’Albergheria” che sin dall’infanzia ha ricevuto La Grazia di OSSERVARE e SPERIMENTARE la vita dal di dentro… facendo scelte autonome, accettandone le conseguenze!!! GLORIA A DIO!!!

      • 4 marzo 2012 06:21

        🙂 Anch’io ho più domande che risposte, e credo che sia bene così, non sono un grillo parlante e nemmeno un vecchio saggio, ma solo una persona in cammino, come Lei.
        Però quello che penso è questo:se vediamo il “bicchiere” mezzo vuoto, ci sentiamo inutili e sprechiamo una possibilità, che è quella di dire la nostra.
        Se lo vediamo mezzo pieno, allora facciamo di tutto per riempirlo e magari condividere con altri ciò che contiene. A che serve e a chi giova deporre ogni speranza? Rimbocchiamoci le maniche, e facciamo in modo che chiunque ci rappresenti abbia anche il nostro appoggio, le nostre proposte, la nostra forza. W i picciriddi muti che però non sono sordi e sentono, e quindi a un certo punto parlano pure!

  5. 4 marzo 2012 09:23

    Gentilissima Samina l’esistenza di questa Bibblioteca vitalizzata dal vostro nobile impegno (realtà che spero di venire a conoscere di persona) è appena un esempio concreto per dimostrare che il “bicchiere” non è né mezzo pieno né mezzo vuoto, è pieno traboccante!!! L’Arcobaleno è meraviglioso proprio perché formato da infinite cromature, sintesi armonica della Creazione e metafora di ciò che dovrebbe essere una Società Civile…!!! W TUTTI I PICCIRIDDI DEL MONDO, SPERANZA DEL FUTURO E MANIFESTAZIONE CONCRETA DEL MISTERO DELLA VITA…!!!

  6. 4 marzo 2012 10:20

    Sarà un piacere per noi conoscerLa, se vuole il 15 marzo può aderire all’iniziativa “Amici della Biblioteca”:https://domodama.wordpress.com/2012/03/02/amici-della-biblioteca-unitevi/

  7. 4 marzo 2012 19:51

    Occasione splendida, farò di tutto per esserci, GRAZIE DI CUORE…!!!

  8. 5 marzo 2012 08:46

    Si dice che la gattina frettolosa faccia i gattini ciechi, invece io confondendo “gli effetti cromatici dell’Arcobaleno con le cromature” e scrivendo “bibblioteca anziché biblioteca” ho commesso degli “orrori grammaticali” che mi ricordano i bei tempi delle elementari…; santa pazienza!!! Mi scuso con chi legge!!!

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