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Un Ponte sullo Stringere

21 febbraio 2012

Conoscere e approfondire l’etimo delle parole non è una cosa per dotti – o almeno, non solo.

Etymos vuol dire vero: e dunque scavare, proteggere, custodire, trasmettere i tesori sepolti nelle radici delle parole è un modo per avvicinarsi alla verità: al non-nascondimento che occhieggia dalla parola greca a-letheia; si tratta, insomma, di un percorso esperienziale, che richiede la nostra partecipazione, il nostro vissuto, l’entrare in risonanza con quegli antichi progenitori che, per la prima volta, diedero un nome alle cose riconoscendo così se stessi.

Sono i padri quelli che hanno sempre scelto i nomi dei figli e delle cose; ma sono le madri quelle che hanno chiamato all’esistenza cose e figli, e-vocandoli.

Le madri, in una ortofonia simbolica, sono le vocali; i padri le consonanti. E nell’articolazione dei suoni nasce il mondo, che ha un corpo, un senso e una direzione – o meglio che è quel senso e quella direzione, assumendo un corpo fornito di piccoli arti che connettono (articoli: piccole braccia che abbracciano le parole, piccole gambe per consentir loro di muoversi autonomamente), e ogni lettera è un carattere e ha un corpo e un peso.

Pontefice, lo sappiamo, significa letteralmente costruttore di ponti, come re-ligione è ciò che ci ri-lega, o che lega a doppio filo – quasi fossimo un libro di quelli antichi -, la nostra natura umana a quella divina: tutt’uno, rilegate fra loro, pagine con un recto e un verso, pagine ingiallite dal tempo ma autentiche.

Eppure sembra che oggi il valore di ri-connessione del simbolo sia misconosciuto: ed è come se i ponti rimanessero a mezz’aria, incompiuti, e le pagine di quei libri che siamo restassero sparpagliate qua e là. Le parole non evocano quasi più nulla, e le loro radici sono costrette in condizioni asfittiche; oggi rimane soltanto, come un monito, il linguaggio muto dell’arte, figurativa o no, a scuoterci dal nostro torpore chiedendoci di sistemare quei ponti e farci a nostra volta pontefici e rilegatori.

Di fronte a un dipinto, a una poesia, a una scultura, ognuno è chiamato a costruire a modo proprio, ed è questo il bello: non ci saranno mai due “ponti” uguali, perché le connessioni dipendono non solo dall’opera, ma anche da chi la fruisce; è così che guardando il dipinto di Carmelo Lo Curto che rappresenta Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, vivi e a carne viva,  penso alla possibilità di considerarli due pontefici della sofferenza, entrambi uniti da uno stesso destino e da due nomi che, guarda caso, letti in sequenza ricordano il penultimo Pontefice e quello precedente: Giovanni Paolo. 

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  1. 22 febbraio 2012 07:14

    Chi abbraccia una donna è Adamo. La donna è Eva.
    Tutto accade per la prima volta.
    Ho visto una cosa bianca nel cielo.

    Mi dicono che è la luna, ma
    che ci posso fare con una parola e con una mitologia?
    Gli alberi mi danno un po’ di paura. Sono così belli.

    I tranquilli animali si avvicinano perché io dica il loro nome.
    I libri della biblioteca non hanno lettere. Se li apro appaiono.
    Se sfoglio l’atlante progetto la forma di Sumatra.
    Chi prende un fiammifero al buio sta inventando il fuoco.
    Nello specchio c’è un altro che spia.
    Chi guarda il mare vede l’Inghilterra.
    Chi pronuncia un verso di Liliencron fa parte della battaglia.

    Ho sognato Cartagine e le legioni che desolarono Cartagine.
    Ho sognato la spada e la bilancia.
    Lodato sia l’amore in cui non c’è né possessore né posseduta, ma entrambi si donano.
    Lodato sia l’incubo che ci rivela che possiamo creare l’inferno.

    Chi entra in un fiume entra nel Gange.
    Chi guarda una clessidra vede la dissoluzione di un impero.
    Chi gioca con un pugnale prevede la morte di Cesare.
    Chi dorme è tutti gli uomini.
    Nel deserto ho visto la giovane Sfinge appena scolpita.
    Non c’è niente di antico sotto il sole.
    Tutto accade per la prima volta, ma in un modo eterno.
    Chi legge le mie parole le sta inventando.
    (Jorge Luis Borges)

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