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Quelle donne, l’otto marzo, fuori dal coro

7 marzo 2012

La Terra Trema, Visconti, 1947

Riportiamo integralmente dal Blog di Giuseppe Casarrubea, che ringraziamo, questo bellissimo post:

Ogni anno, quando ricorre la festa delle donne, entro in crisi. Non so se per la banalità dei festeggiamenti e per la perdita di senso di un certo ritrovarsi al femminile, fatto di baci, abbracci e pizze, o se perché il mondo femminile che mi sono costruito nella mia storia personale, mi rappresenta le donne come statue greche, il segno della grazia, sofferenza e mani ruvide di terra e di fatica. Insomma un mondo mitico.

Sarà forse pure il fastidio della persistente riduzione del gentil sesso al suo lato più ortodosso e insignificante, o la persistenza del modello bonario e casalingo dell’essere donna imprenditrice, massaia, professionista o conquistatrice degli spazi di parità un tempo occupati solo dalla presenza maschile, ma questa giornata mi mette non poche inquietudini. Alcune inesprimibili, altre più chiare mi derivano da radici inestricabili, da luoghi ipogei e remoti, come la storia degli antenati.

Le donne che ho conosciuto e che subentrano nella mia coscienza sono numi tutelari che orientano il mio modo di essere. Affiorano da un altro pianeta. Forse inesistente. O scomparso. Penso a Francesca Serio, la madre di Salvatore Carnevale. La prima donna che gridò ai giudici i nomi e i cognomi degli assassini di suo figlio, sfigurato all’alba del 16 maggio 1955 in una trazzera di Sciara con una fucilata in testa sparatagli da un uomo rimasto sempre sconosciuto per i tribunali. Aveva trent’anni ed era figlio unico. Di mestiere faceva il sindacalista. Voleva migliori condizioni di vita per i lavoratori della terra. Lei, Francesca, sola, senza quel figlio unico, rimane ancora davanti a me come su un palcoscenico, a recitare il suo ruolo di testimone. Gigantesca, con il suo scialle nero, la sua parola tagliente contro i carnefici, il suo essere non più donna ma maschera di una tragedia universale. Così la dipinse Carlo Levi e così la vide, e poté abbracciarla per difenderne la causa, Sandro Pertini, quando scrivere significava portarsi dentro antifascismo e futuro  e fare politica dire la verità e scegliere la parte del popolo che soffre.

Lei, umile, seppe attrarre accanto a sé, con il suo potere di donna e di madre, grandi uomini e diventare simbolo e carne della dignità fattasi parola. Solo da allora le donne siciliane hanno cominciato a capire il valore liberatorio della parola, e che senza di essa, tutto è perduto. A un popolo, diceva Ignazio Buttitta, toglietegli il pane che mangia, o il letto dove dorme è sempre libero. Mettetelo in galera, non per questo perde la sua libertà. Un popolo diventa povero e servo quando gli levano la lingua adottata dai padri. E’ per questo che l’omertà, l’assenza di parola, è il peggior nemico dell’uomo.

Allora è perduto per sempre. La parola, unita al sacrificio, dà un senso alle donne di Portella. Ricordo mia madre, quando andò al processo di Viterbo, anche lei vittima della stessa mano criminale che aveva sparato sul pianoro della Ginestra. Era assieme a tutte le altre vedove e donne i cui congiunti erano stati falciati dai mitra quel 1° maggio di festa e di lutto e il successivo 22 giugno 1947. Donne rimaste vedove, sole. Avevano perduto tutto, tranne la parola. I giudici non le ascoltarono. Loro si posero nelle loro mani, ma quelle mani si aprirono come voragini, e le fecero cadere in una solitudine ancora più profonda. Quelle donne non erano mai uscite dalle loro abitazioni, non avevano mai varcato lo stretto di Messina, non avevano mai affrontato un lungo viaggio in treno. Eppure si misero tutte assieme, si fecero coraggio e partirono con i loro lunghi scialli neri, verso quel mondo lontano che non le capiva. C’è un Cinegiornale Luce che le ritrae tutte, mentre avanzano verso le aule del Tribunale di Viterbo. Ed è una scena che mi ricorda il film La Terra trema di Luchino Visconti, girato nel 1947 come un film che avrebbe dovuto riguardare il mondo contadino e le stragi, ma che per motivi ancora da approfondire, trattò del mare e dei pescatori.

Io non so se queste storie, sono ricordate dalle donne che festeggiano l’8 marzo, o se le loro commemorazioni si fermano a una visione estetizzante della femminilità e dell’essere donne. Per molte di loro so che non è così e che prevale il dono della femminilità della memoria come scrigno del patrimonio storico della nostra comune conoscenza. Il patrimonio collettivo che ci fa essere subalterni ma liberi, combattivi e ricchi di futuro.

Ce lo insegna anche con la sua semplicità Francesca Serafino, moglie di Calogero Cangelosi, il sindacalista di Camporeale ucciso da Vanni Sacco, il 2 aprile 1948.

Quando le ammazzarono il marito, fu costretta a fare le valigie e ad andare fuori dalla Sicilia con i suoi figli ancora tutti da allevare. Fino a qualche anno fa mi telefonava. Poi, silenzio. Ci teneva a dirmelo. Conservava ancora la cravatta crivellata dei colpi di fucile che avevano attraversato il petto di Calogero e che lei, rimasta sola con tutti quei figli da sfamare, assieme alla Serio e alle altre donne della Sicilia del coraggio, prime tra tutte, scendevano nelle piazze per rivendicare, il diritto ad essere libere dalla mafia. Il che non era solo un’anticipazione delle future battaglie femminili, ma era la prova di una vera e propria resistenza, quando combattere significava manifestare con le pistole nel petto perchè si rischiava la pelle. Questo era il livello dello scontro con la mafia. E non quello odierno fatto di retorica, dibattiti, coreografie, libri e quadri prodotti per far cassetta.

Lo sapeva bene anche Maria Caldarera alla quale un colpo di mitra attraversò la coscia mentre tentava di fuggire dalla carneficina di Portella. Donna decisa e combattiva, aveva occupato le terre del cavaliere Di Lorenzo, si era battuta per la riforma agraria a San Cipirello e, ignorata da tutti, aveva rischiato ancora la pelle, quando quel 1° maggio 1947 fu colpita da una scheggia di granata.

Sono queste donne e molte altre le antesignane delle donne impegnate in tutto il mondo per i diritti umani e la civiltà, contro la barbarie. Basti ricordare per tutte Anna Politkovkaya, la giornalista di Novaya Gazeta, nota per i suoi reportage sulla guerra in Cecenia, uccisa nel 2006. Oggi avrebbe 54 anni. Chi può dire che non ci mancano tutte, ora che ricorre la festa delle donne?

Giuseppe Casarrubea

Tante cose abbiamo dimenticato delle nostre antiche radici: troppe.
Ma quel Femminile mitico fatto di terra è dentro di noi e ci chiama da lontano: vi propongo le immagini tratte da un documentario di Sergio Zavoli girato a Caltabellotta molti anni fa. Sono vere, autentiche: mia suocera era una di loro, e ancora ce ne sono tante di donne così. Sono le Grandi Madri che resistono dentro di noi – sono gli Archetipi.

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