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Mediterraneo in Biblioteca

12 marzo 2012

Stamattina in Biblioteca è venuta una terza media.

La dispersione scolastica è forte all’Albergheria, e quelli che dopo la terza media decidono di continuare a studiare sono veramente pochi.

Le ragazze vogliono fare tutte le estetiste o le parrucchiere, perché credono che sia un modo per non studiare più. I ragazzi rimangono un po’ più nel vago: per questo stiamo avviando un lavoro con questi ragazzi più grandi, sperando di far nascere in loro il desiderio di scoprire nuovi orizzonti e magari inventarsi qualcosa che li faccia sentire protagonisti della loro vita e non semplicemente comparse in un mondo che “tanto non si può cambiare”.

Insieme a Donatella Natoli e a Libera Dolci, così, stiamo proponendo loro un percorso di “approfondimento” sulla storia della Sicilia, e stamattina io mi sono ritrovata a lavorare con cinque di loro sul periodo della dominazione Araba.

Ho chiesto quali fossero i loro paesi di provenienza: Tunisia, Mauritius, Sri Lanka, Ghana e un altro che non ricordo.Tre erano musulmani, una induista, uno “laico”. “Mio padre era francese”, ho detto, “vi rendete conto che intorno a questo tavolo c’è mezzo mondo?”. Hanno sorriso ed è stato davvero molto bello. Abbiamo parlato degli Arabi e di come all’inizio la popolazione siciliana non li vedesse di buon occhio; abbiamo visto una bellissima immagine di questi dominatori arabi che, armati fino ai denti, combattevano contro i siciliani anche loro armati fino ai denti, e abbiamo notato come fra i due eserciti la differenza più rilevante era rappresentata dalla bandiera. “Sono uguali in fondo”, ha detto L., ed era vero. Ho chiesto loro cosa vuol dire “sceicco” in arabo. “Sarà shaikh, vero?” mi ha risposto S., “è un anziano saggio, quello che voi chiamate ‘prete'”. E’ nata da qui una bella discussione ed io ho raccontato loro una delle leggende del re Miramolino, quella che spiega perché in dialetto siciliano “asino” si dice “scecco”:

Quando gli Arabi arrivarono in Sicilia, i Siciliani non ne furono proprio contenti, perché stare dalla parte dei conquistati è pesante. Il re Miramolino (italianizzazione di una parola araba che significa “Principe dei credenti”), consigliato dalla figlia che si era innamorata di un giovane siciliano, decise di non usare la forza per sedare le ostilità, perché, come sosteneva lei, “si prendono più api con un ramo fiorito che una grossa botte d’aceto”. Così consentì ai siciliani di lavorare la terra, suonare le campane delle chiese e commerciare per mare e per terra come avevano sempre fatto; ma proibì loro di usare le armi e di montare a cavallo, così venivano salvaguardati il potere e “l’altezza” degli arabi, che non era opportuno si trovassero ad essere più bassi di un siciliano a cavallo.

Ma gli orgogliosi siciliani non apprezzarono per niente e sembra abbiano detto “né noi, né loro!”. Così durante la notte avvelenarono l’acqua degli abbeveratoi, e così già l’indomani tutti i cavalli dell’isola erano morti.

Allora il re Miramolino fece arrivare dal nord Africa delle navi piene di cavalli, ma durante una tempesta affondarono tutte, tranne una che però era carica di asini.

Fu così che i potenti dominatori dovettero rassegnarsi a cavalcare gli asinelli, e siccome erano ridicoli, i siciliani li prendevano in giro dicendo: “talè cu c’è, u sceccu!” “guarda chi c’è, lo sceicco”, ma alla lunga la parola sceccu finì per indicare l’asino. Il re allora andò su tutte le furie e pensò di ordinare agli abitanti di inchinarsi al passaggio degli asini, cavalcati o no che fossero. La principessa figlia di Miramolino, che si chiamava Nevara, capì che questo li avrebbe coperti di ridicolo, e lo disse con le migliori maniere al padre, che l’ascoltava sempre: fu così che Miramolino revocò l’ordinanza precedente e permise ai siciliani di usare le armi e cavalcare i cavalli normalmente. Da quest’episodio nacque una bella amicizia fra i due popoli, che continua ancora oggi 🙂

 

Si sono divertiti molto, e quando ho aggiunto che Nevara, il nome della principessa, vuol dire “Fiore”,  L. ha detto “anche il mio nome al mio paese vuol dire questo”.

Poi mi hanno raccontato che nei loro paesi le confessioni religiose diverse convivono ma non sono integrate: “Un musulmano non può andare a casa di un indù, e nemmeno si possono sposare, anche per i cristiani vale la stessa cosa”. Però oggi eravamo tutti seduti allo stesso tavolo, e a Palermo i nomi delle strade in alcune vie sono scritti in ebraico e in arabo, oltre che in italiano.

Guardando quei loro occhi scuri e sorridenti, oggi ho sentito per la prima volta la grande potenza aggregante di questa nostra terra di Sicilia. E’ centro, culla, snodo, Grande Madre, è athanor alchemico, passaggio. E’ luogo d’incontro e scambio, è viva; e il nostro mare Mediterraneo davvero “unisce ciò che separa”.

Questi siamo noi: non ci resta che scoprirlo.

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