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Un italiano delle pietre e delle foglie: Bruno Tognolini

23 aprile 2012

Dopo l’incontro con Bruno Tognolini vi riproponiamo la visione di questo video:  Sappiamo che non si fa, di proporre di nuovo la stessa cosa: è contrario alle leggi di comunicazione per cui le notizie devono sempre apparire nuove; ma è proprio di un ritorno che scriveremo.

Perché il ritorno è quello che apre: la mente, il cuore, l’orizzonte.

Un tempo i Nostoi, i “Ritorni”, erano oggetto di poemi epici come l’Odissea, che narravano quanto possa essere lungo e difficile il cammino per tornare a casa. Da questa parola, nostos, deriva “nostalgia”: il dolore per un ritorno ardentemente desiderato.

La prima volta che vediamo una cosa, la guardiamo e così la conosciamo.

Ma è solo quando la guardiamo di nuovo che la ri-conosciamo: e allora le diamo un nome per poterla chiamare, invocandola, evocandola e provocandola perché possa apparirci ancora.

Guardate bene l’inizio di questo filmato così poetico: c’è un’antica Madre che apre.

Apre la porta di casa: esce, va.

Va incontro alle gru che ritornano.

Non è cambiato nulla eppure è cambiato tutto: non importa che le gru siano le stesse dell’anno precedente, perché ciò che ritorna veramente è la ciclicità. Quello che torna è un tempo diverso, un tempo altro: quello delle stagioni, del battito del cuore, dell’ alternanza fra il giorno e la notte, fra inspirare ed espirare.

E’ il tempo della casa.

Guardate come l’antica Madre e le gru si vengono vicendevolmente incontro: cauta, lei, per non far loro paura; timide  e insieme curiose, loro.

Si china piano, lei; ancora una volta apre, questa volta la mano in cui tiene dei semi: non sono tanti, ma sono sufficienti per consentir loro di spiegare le ali e volare lontano con più forza, con fiducia.

Abbiamo visto Bruno così: chino, attento, mentre offriva il microfono ai bambini seduti, frementi, pronti a volar via come quelle gru.

Bruno con nel cuore, spalancato come due piccole mani antiche,  quelle parole/seme: non tante, no, ma poche e immense.

Poche e immense come solo i semi sanno essere.

Abbiamo visto quella antica Mamma Lingua diventare Bruno e andare incontro alle gru-bambine  per restituire loro le parole, quelle che

Sanno come si chiamano le cose 
Perché vengano, che s’erano smarrite 
Perché vadano e ritornino preziose


Perché vengano
, perché vadano: senza trattenerle. Lo abbiamo visto riconoscerle, quelle parole, alimentarle con le proprie, e poi – poi lasciarle andare.

Bruno tutt’uno con la sua antica Mamma Lingua: che risuona attraverso l’accento di Cielo d’Alcamo o quello di Dante che ci ha donato più tardi; nel tempo di Sempre, quel sempre semplice che vuol dire una volta per tutte non perché sia fermo e immobile, ma perché sgorga e non s’inaridisce mai: la Vita.


Ci vogliono orecchie grandi per sentire tutto questo. Le orecchie crescono con noi, ha detto Bruno.
Forse crescono perché possiamo sentire sempre più profondamente. Forse, via via che cresciamo e che ci crescono le orecchie, le parole diminuiscono e si fanno poche e immense perché ridiventano tutt’uno con le cose, chissà.

Certo è che noi vorremmo dedicare a Bruno la Filastrocca che lui ha scritto per gli ottant’anni di Tullio De Mauro, e ve la trascriviamo qui:

FILASTROCCA PER GLI OTTANT’ANNI DI TULLIO DE MAURO

Gnomo Grammatico, pastore di parole
Che hai vegliato sulle loro transumanze
Nelle steppe delle strade e delle scuole
Negli intrichi di radici e desinenze
Nel corrompersi, nel crescere stupendo
Ora ascolta: qualcosa sta cambiando
La lingua madre ormai è lingua moglie
I suoi nomi sono pani sulle mense
Un italiano delle pietre e delle foglie
Le sue parole si fanno poche e immense
Sanno come si chiamano le cose
Perché vengano, che s’erano smarrite
Perché vadano e ritornino preziose
E allora grazie per averle custodite
Contale ancora, fino all’ultima che arriva
Le bocche muoiono
La lingua è viva

Bruno Tognolini in una foto di Daniela Zedda

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