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Il filo rosso dei femminicidi

22 luglio 2012

Basta femminicidi, certo: ieri ero anch’io alla manifestazione.

Ma già da quando mi sono svegliata avvertivo un malessere strano: perché, cos’è?, mi dicevo, ma non trovavo risposta. Sono uscita malvolentieri, e a metà strada ho desiderato tornare indietro “ma no, vai, su!”, mi sono detta.

Ho incontrato la mia amica, e neanche lei sembrava messa meglio. Poi, alla manifestazione, un’altra amica mi dice: “Ma se questi uomini violenti li generano le donne, cos’è che non va?”.

Cos’è che non va, bella domanda centrata.

Forse la violenza è in noi? In tutti noi? Perché la violenza non è di genere, è violenza e basta, anche se si può declinare in tantissimi modi diversi prima di diventare assassinio. “Non ho mai ucciso nessuno”, mi dice un’amica “forse perché non ne sono capace, ma mi sono trovata a volte a desiderare fortemente, con tutta me stessa, la morte di qualcuno”. Questa è violenza o no? Non si vede, non è agita, non appare; ma c’è. Quanta violenza è in ognuno di noi? Allora forse, invece di gridare “basta femminicidi” potremmo provare a guardare un po’ oltre; potremmo gridare “basta violenza”: ma poi perché gridarlo? Si può anche dire, a testa alta più che a voce alta; a sguardo dritto, a mente serena. Che cosa ci porta ad esser violenti? E dico “ci” anche se non ho ucciso nessuno, ma quante volte sono violenta, io? In quanti modi?

Così partecipo alla manifestazione ma non parlo e tanto meno grido; mi sento fuori posto, non a mio agio. Poi scopro una cosa importante: stavolta non sfilo dietro nessuno striscione, non appartengo a nessuno schieramento, non rappresento nessuno e niente: solo me.

Il filo che seguo è il mio e non segna appartenenze ma tessiture, non divide ma unisce, non lega ma racconta e si dipana: forse per non esser violenti bisogna semplicemente esprimersi? Trovare lo spazio, sentirselo intorno? Chi di noi sarebbe violento se non nascesse e vivesse in una società violenta? Che bisogno ce ne sarebbe? Mi risponde la mia amica, dall’interno di un’ anima femminile che ha molte e molte voci e ne risuona:

“per me non è sempre così, alcune volte  la sento venir fuori, la violenza, non solo se non mi sento libera di esprimermi, ma come il mio linguaggio, la mia modalità. Per  questo ritengo utile dopo averne preso conoscenza, provare ad applicare linguaggi e metodi diversi, è come se provassi a ri-educarmi. A provare a far uscire da me altre possibilità non ereditate ma ugualmente consone al mio essere.”
E’ questo, allora, forse, ciò che mi manca oggi: la possibilità di intessere il mio filo. Mi manca la possibilità di raccontare, di elaborare, di cantare, mi manca una trama. Ognuna sola col suo filo: no, non mi ci vedo. Rievoco le parole di un Poeta che anche se non è Donna sa tessere, che sa sentire e riconoscere le voci del mondo in un’armonia:

…donne sorelle intrecciano i fili dei destini una con l’altra, si mischiano le vite, in un tappeto solo.

Bruno Tognolini, da Ismene, la sorella, clicca qui se vuoi leggerlo per intero.

Quel tappeto, quello sto cercando: dove le differenze di genere sono solo armonia e ognuno intesse le storie insieme a tutti gli altri, senza gridare, ma perché riconosce le proprie ombre e non perché le ignora.

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5 commenti leave one →
  1. 22 luglio 2012 09:33

    L’aggressività fa parte dell’animo umano. Può declinarsi in tanti modi, solo raramente negativi. Una di queste declinazioni, la violenza, non sempre è negativa: per autodifesa da una violenza devo usare violenza, se voglio difendere qualcuno da una violenza che sta subendo, devo usare violenza, se voglio tenere alla larga un violento devo sapere che i miei denti fanno paura.
    Cosa c’è che non va, bella domanda centrata, concordo !

    • amrita permalink*
      22 luglio 2012 11:32

      una declinazione può essere una violenza che scorre dentro e che quando viene fuori non ti piace, non ti rispecchia, soprattutto se senti che per qualcuno accanto a te, magari agli occhi di un bambino puoi essere un esempio. E allora benvenga come dice Samina trovare il proprio filo e iniziare a tessere con gli altri.
      Un abbraccio Marzia, torna presto 🙂
      ti aspettiamo

    • 23 luglio 2012 08:28

      Concordo con te Marzia, la sana aggressività delle donne è stata sommersa da incrostazioni di finto perbenismo e gentilezza. Esaltare la bellezza e non violenza delle donne porterà sempre più violenza in questo mondo. E’ ora che le donne tornino a ringhiare quando avvertono la minaccia intorno a loro e siano autorizzate a fare quello per cui sono chiamate: proteggere se stesse e la loro prole dai predatori.

  2. 22 luglio 2012 22:06

    Condivido il sogno di un tappeto in cui le differenze di genere siano intreccio e armonia “dinamica” capace di rigenerarsi continuamente, anche da sani e vitali conflitti (ben altra cosa rispetto a violenza e negazione dell’altra/o).
    So anche che “nei sogni cominciano le responsabilità” come scriveva Yeats e allora preparo le dita per la fatica e il piacere di intrecciare e tessere, sapendo di non essere da sola.
    E’ vero Samina, anch’io penso che è tempo di dire “Basta violenza” in un modo diverso: si può dire a testa alta, si può dire guardandosi dentro, si può dire con la disponibilità a mettersi in gioco, con le dita pronte a dipanare i propri fili.
    E voglio dirlo non più solo da donna a donna, ma – insieme a uomini altrettanto disposti a mettersi in gioco – voglio ri-dirlo da donne-e-uomini a donne, uomini e bambini/e.. Vorrei che i molti uomini capaci di questo prendessero più spesso voce e ci fossero accanto ogni volta che affrontiamo la questione “genere”, considerando “loro” la questione e non per semplice solidarietà.
    Accadrà.
    Comincia ad accadere.
    Penso anche che tra i molti modi in cui la violenza può declinarsi ci sia ancora la “violenza di genere” e che questa sia una categoria non ancora anacronistica, purtroppo.
    Nonostante anche le donne possano certamente essere, anche loro, violente non solo contro gli uomini, ma anche contro altre donne – e perfino con le modalità che storicamente sono riconoscibili come tipiche della violenza maschile contro le donne – è ancora molto più “probabile” che a morire (fisicamente o psichicamente) di violenza di genere sia una donna e che questo accada per mano di un uomo. I numeri sono troppo alti..

    Desiderare di uccidere ci rivela la nostra importantissima ombra e con essa la nostra non-estraneità con chi opprime, tuttavia desiderare di uccidere non è un reato.. quello che voglio dire è che c’è un piano della realtà e della “giustizia” di cui non possiamo non prendere atto e che non possiamo ancora “liquidare”.

    Infine grazie per questa riflessione.. è sempre un piacere condividere e “mischiare” ai propri i fili di pensiero di Domodama.
    Vi lascio augurando a noi tutte e tutti nuovi fruttuosi intrecci. ^_^

    Luisa/ Louise Bonn’heure

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