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Incomunicabilità

6 settembre 2012

Mi guardi, immobile – con quegli occhi miopi e tristi.

Ti guardo anch’io: e restiamo così, in silenzio,  l’uno di fronte all’altro, soli nella stanza vuota.

Se non sarò io a chiedertelo, lo so, non mi dirai nulla. Resterai lì lucido e freddo, inerte, lo sguardo fisso su di me – e se anche io non ci fossi, guarderesti allo stesso modo, con gli stessi occhi rotondi e fermi, il muro.

Ma non ti lascerò tacere così, non ti lascerò essere così solo e triste.

Voglio sapere quello che pensi, e devi dirmelo, perché solo così potrò aiutarti.

Allungo le mani verso i tuoi occhi: ti costringo a volgere lo sguardo, e tu abbassi gli occhi e parli, parli, parli senza fermarti più.

Una cascata di parole incomprensibili mi scivola addosso. Calda e fredda insieme, solo calda o solo fredda, tiepida, gelida – sembra che tu risponda ad ogni mio gesto, ed io mi lascio sommergere da quel tuo pianto infinito, ti ascolto e ti sento, mi immergo in quella tua sconfinata loquela finché dimentico di cercarvi un senso e mi abbandono al calore, all’irruenza, all’energia, all’innocenza di ciò che non è possibile capire.

Entrambi siamo contenuti, avvolti, appannati da quel limpido fervore. Non ti vedo più lucido, adesso, non più freddo, ma ancora immobile, e l’unica cosa che vive e si muove è ciò che mi riversi addosso, passivo, quasi non fosse qualcosa che ti appartiene, quasi non scaturisse da dentro di te.

Ma non mi basta sentire: io non capisco.

Ancora una volta allungo una mano verso di te.

Ti chiedo di non aver timore, di dirigerti verso di me, di essere appunto il più passibile diretto e preciso, conciso, sintetico, chiaro.

Se vuoi, se questo ti aiuta, ti tengo per mano.

Per un attimo taci, perplesso.

Poi un fiotto di energia sprizza verso di me dalla tua mano, inarrestabile ma diretto e preciso, conciso, sintetico, chiaro come ti avevo chiesto.

Stai parlando con me, con quella tua mano muta che mi tonifica e rinfresca, che mi pulisce.

Stai piangendo forse, con rabbia. Stai gridando con mille bocche il tuo strano dolore. Sento la tensione in tutto il tuo braccio, ma il tuo sguardo è sempre fisso e miope, ed io non so come risponderti.

Uso il tuo dolore per sciacquare il mio corpo.

Lo so, tu non hai alcuna voglia di parlarmi, nessuna di essere compreso, nessuna di essere aiutato, nessuna di ricevere una risposta.

Sì, i tuoi occhi sono su di me, ma questo non significa affatto che tu mi stia guardando.

Non ne saresti capace.

Per l’ultima volta allungo le mani verso i tuoi occhi, e questa volta per chiuderli: tu non sei altro che il rubinetto della vasca da bagno.

 Riproduzione riservata © Daniela Thomas
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