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la medicalizzazione

18 novembre 2012
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Fonte PartecipaSalute Articolo di Silvio Garattini

MEDICALIZZAZIONE

Le società occidentali sono ormai completamente vittime della medicalizzazione, un brutto termine che definisce una prevalente sudditanza nei confronti degli interventi medici. La medicalizzazione si traduce nell’impiego di diagnostica, terapia e riabilitazione senza evidenza di efficacia; nasce dalla convinzione che vi sia un rimedio per ogni stato di malessere, insoddisfazione o disagio; si esprime anche come accanimento terapeutico quando non vi sono più speranze di ottenere un beneficio.
I determinanti della medicalizzazione sono molteplici, ma si possono sintetizzare in due grossi gruppi. Gli interessi economici di tutti coloro che devono vendere prodotti che hanno o dovrebbero avere un impatto sulla salute e le esagerate promesse di ricercatori e clinici che anticipano con enfasi risultati preliminari non ancora validati da studi clinici controllati. Questi due determinanti utilizzano ampiamente i mass-media e i social networks per convincere il pubblico al fine di ampliare il mercato o di acquisire notorietà. Ciò si riflette, ad esempio per quanto riguarda i farmaci, in frasi del tipo “ci sarà pure un farmaco per curare il mio problema”, “sono deluso perché il medico non mi ha prescritto neppure un farmaco”.

La medicalizzazione si traduce in molte prescrizioni che non hanno probabilità di indurre benefici ma che invece possono indurre effetti indesiderabili. Molti farmaci antitumorali rientrano in questa categoria: se va bene uno o due mesi di vita in più, ma con una cattiva qualità di vita a causa delle reazioni tossiche. Molti dei farmaci antidepressivi non agiscono nelle depressioni che si manifestano a causa di eventi avversi della vita, ma inducono forme di diabete seppure in un numero limitato di casi. I farmaci che si utilizzano per l’Alzheimer non cambiano purtroppo la storia naturale della malattia.

Un’altra conseguenza della medicalizzazione è il trattamento del rischio, senza sapere se ciò si tradurrà in un vantaggio per il paziente. Ad esempio val la pena di trattare una modesta ipertensione, quella che supera di poco il valore di 140/90? Sarebbe certamente utile se permettesse di ridurre la probabilità di avere un ictus, ma una recente revisione sistematica del Cochrane Center ci informa che anche se si controlla l’ipertensione lieve non cambiano la mortalità, l’incidenza di malattie coronariche o di ictus. Usare l’aspirina per trattare il rischio di infarto in soggetti che hanno già avuto un infarto è certamente positivo, ma usarla per la prevenzione primaria, quando il rischio è molto basso significa avere più sanguinamento che protezione da malattie cardiovascolari.

La medicalizzazione si esprime soprattutto nel trattamento di persone sane, prive di rischio. E’ il caso della mania di credere che esistano terapie per prevenire l’invecchiamento attraverso l’utilizzo di vitamine, estratti d’erbe, integratori alimentari, mentre numerose ricerche mostrano che questi trattamenti non cambiano affatto la frequenza della mortalità, dell’infarto cardiaco o dei tumori. Anche il mito degli “antiossidanti” ha ricevuto un fiero colpo da una recente analisi che ne ha stabilito l’inutilità. In realtà il sogno di curare i sani è sempre stato l’ideale di tutti coloro che vendono prodotti facendo leva sulla credulità del pubblico: bombardati dalla pubblicità, molti finiscono per accettare l’idea che si possa fermare il fluire del tempo.

Silvio Garattini
Direttore Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, Milano

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