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Da Animali ad Anima

29 dicembre 2012

img493Da sempre i gatti sono stati per me interlocutori fondamentali, punto di riferimento, certezze, mistero.

La mia prima amica gatta si chiamava Bianchina, e mi veniva a trovare nel giardinetto della via Notarbartolo, che quasi cinquant’anni fa – tanti ne sono passati dal 1964 – era un vero paradiso. Mia sorella ancora non era nata, ed io trascorrevo ore e ore da sola giocando in quel giardino incantato dove crescevano nespoli, banani, albicocchi… Con Bianchina, che era una gatta libera e dallo sguardo magico, parlavamo per ore in silenzio: io seduta sugli scalini di marmo, lei accoccolata davanti a me, la coda lunga a punto esclamativo che indicava, distesa per terra, un misterioso Altrove. Occhi negli occhi, ci raccontavamo mille cose in silenzio, e le pagliuzze dorate che brillavano nel suo sguardo tenerissimo non le dimenticherò mai. Quando stavo per rientrare in casa, anche Bianchina si alzava e miagolava qualcosa che fingevo di non capire perché mi piaceva ogni volta mettere alla prova il suo amore per me. Allora lei veniva e con i denti, delicatamente, mi tirava per le calzette bianche di cotone. Questo era ogni volta il massimo, nel nostro incontro: era più di un abbraccio, era tutto quello che il suo cuore di gatta poteva donarmi e che io con il mio cuore di bambina di quattro anni potevo ricevere.

Un giorno, cercandola, la vidi distesa sotto un cespuglio e corsi spaventata a chiamare la nonna: “Nonna, Bianchina se la stanno mangiando!”

“Ma che dici?”, rispose la nonna, “chi la sta mangiando?”

“I vermi, nonna! E’ tutta piena di vermi bianchi che le mangiano la pancia!”

Mia nonna uscì con me in giardino, e vedendola sorrise: “Non la stanno mangiando, è lei che sta dando loro da mangiare. Li sta allattando, quelli sono i suoi cuccioli, saranno nati stanotte”.

Fu una scoperta commovente e straordinaria, non la dimenticherò mai. Bianchina mi insegnò a suo modo che i mammiferi allattano.

Tredici anni dopo, un’altra gatta, Miciù, mi veniva a trovare in via Cappuccini. In quella casa dove trascorrevamo ore spensierate fra amici, anche lei ci faceva compagnia sdraiata sul divano e sulla bella copertina colorata fatta da mia suocera. Là allattava i suoi gattini, e sembrava non volessero smettere mai: ancora dopo molte settimane e dopo lo svezzamento, i suoi tre cuccioli continuavano beatamente a godere del suo latte massaggiandole il ventre per agevolarne la discesa. Intanto crescevano, e crebbero talmente che quando si distendevano su di lei si vedeva solo un’enorme palla di pelo e lei spariva.

Nel 1985 mi venne a trovare un’altra bella gatta. Distrattamente, la considerai un maschio – era piuttosto grossa e con uno sguardo sicuro e forte – e la chiamai Antonio. Era estate ed io lasciavo la finestra aperta mentre leggevo seduta sul divano, col mio pancione: erano gli ultimi mesi della mia prima gravidanza. Antonio entrava dalla finestra e si accoccolava sulla mia pancia, guardandomi negli occhi e facendo le fusa. Quante cose mi diceva, che bellezza e che calore riusciva a trasmettermi! Stavamo pomeriggi interi così, faceva buio ed io non accendevo la luce, incantata da quelle iridi dorate che illuminavano ogni cosa. Ma un giorno, mentre eravamo pancia a pancia, accadde una cosa: sentii un movimento leggero, come una specie di gomitata, arrivare dal suo ventre, e subito dopo rispose il mio bambino con un movimento praticamente uguale. Meravigliata, la interrogai con lo sguardo, e mi sembrò che sorridesse (ma era buio). Insomma, Antonio era una femmina e aspettava due gattini… Da quel momento non ci lasciammo più. Le preparai una cuccetta vicino alla finestra (Antonio era libera e pretendeva la possibilità di entrare e uscire a suo piacimento). Quando arrivò il momento, mi venne a chiamare miagolando forte: aveva le pupille dilatate, non l’avevo mai vista così. Suonava il telefono e feci per andare a rispondere, ma lei gridò: sì, veramente gridò perché voleva che la seguissi, e così feci. Si distese nella sua cuccetta e vidi il ventre che le si contraeva; vidi come respirava seguendo le contrazioni, vidi come si abbandonava senza resistenza alle doglie, e tutto questo sempre con gli occhi fissi nei miei. Zitte, eravamo: non c’era bisogno di parole. Si sentiva solo il respiro di Antonio, velocissimo durante le doglie, poi nulla.

Nacquero due gattini: uno e due. Uno morì subito, l’altro sopravvisse. Antonio mangiò la placenta e non sporcò nulla: il lenzuolino  su cui aveva partorito rimase bianco.

Antonio mi ha insegnato a respirare durante le doglie, a non trattenermi, a sentire. Accanto a lei ho percepito il nostro essere femmine e mammiferi come uno solo.

Grazie a Bianchina e Miciù ho scoperto l’allattamento; ancora non sapevo che l’OMS suggerisce a mamma e bambino di allattare fino a due anni ed oltre, finché entrambi lo desiderano, e in fondo non era poi così importante.

Noi siamo animali, abbiamo un istinto, un sentire atavico che ci mettono nelle condizioni di sapere perfettamente quello che ci è necessario. Quell’istinto, man mano che “cresciamo”, viene sopraffatto e sconfitto da tutto ciò che ci accumuliamo sopra; oppure, d’un tratto, si aggancia a qualcos’altro, e diventa un sapere peculiare: un sapere d’anima.

E’ questo il nostro percorso, in fondo: da animali ad Anima.

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