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Bruno Tognolini: il Poeta Rematore

31 gennaio 2013

150602_10151200527487653_416836941_n“Se la gente sa, e la gente lo sa
che sai suonare,
suonare ti tocca,
per tutta la vita
e ti piace lasciarti ascoltare” 

* (Fabrizio De Andrè, “Il suonatore Jones”)

Suonare ti tocca, dice Tognolini, e parla di sé: lo dice mettendo la mano sul cuore.

Lui, uno gnomo poeta di sessantun anni età umana e quattrocento età di gnomo, uno che ci ha messo tanto per avere i capelli bianchi, quei bei capelli morbidi e scompigliati da ragazzo; ci ha messo tanto per mantenere la trasparenza degli occhi, che nella luce fatata della sera sembrano, chissà perché, due ciliegie, e di giorno sono mare sconfinato: prima verde acqua, poi turchese, poi azzurro, poi blu. Anzi: blu oltremare. Lo chiamano così proprio perché è lontano, è oltre.*

Suonare ti tocca, dice, e davvero tocca a lui e tocca lui – e con lui l’Anima del mondo che attraverso il suo dire risuona.

Le filastrocche hanno due ali, una del senso e una del suono, dice, allungando un braccio e poi l’altro e muovendo le dita come fossero le piume più estreme di ali che il nostro occhio non vede ma percepisce lo stesso; e poi ce n’è una terza, invisibile: e nasconde le mani dietro, come fosse un bambino – ma non lo è.

La terza ala è la Bellezza, sussurra, e accade una cosa straordinaria. Che nello stesso istante tutte le persone presenti vibrano all’unisono e sentono nello stesso modo. Tutti comprendono, in quell’istante lieve e fulminante, che cos’è la Bellezza, gli occhi sono lucidi, l’aria vibrante di tanti cuori insieme. In piedi nell’abside di quella che  è stata una Chiesa e ora è una Biblioteca, Bruno Tognolini è l’officiante della Poesia – la Poesia fa: è preghiera, ritmo che incanta. Ritmo dell’autoincantamento, parola magica. E’ la voce che “fa”: la lingua dice. Ed è proprio così: il suono di ciò che lui dice suggerisce il senso, e quel senso è oltre tutte le possibili parole.

Le filastrocche sono molto di più di quello che sembrano: vengono da lontanissimo. Sono ritmo di remo nel mare, rime d’ala in volo, remigare quieto. E Bruno allarga le braccia e sta in punta di piedi, si alza, si siede, si alza, e il ritmo in lui è respiro e voce, battito del cuore, respiro, stagione, abbraccio, vento della sera.

Tre giorni a Palermo con Bruno sono una rivoluzione. Sono burro di stelle, sono camion dei rimorsi,  cammello d’argento, sono le ferite delle palme che diventano racconto. Sono vederlo contare con le dita della mano, non come fanno tutti, un dito dopo l’altro e la mano si apre, ma un dito dopo l’altro e la mano si chiude: perché Bruno raccoglie, conserva, custodisce, trasforma e alla fine scrive.

Scrivere = Leggere + Costruire, ha detto. 

Appena può, Bruno scappa da solo a Piazza Marina a cercare tra le pieghe del grande albero delle radici qualcosa che nessuno sa e che lui ricorda sempre – una volta son venuto qui con la figlia – non dice mia figlia, dice la, e in questo modo sottolinea che è una, una sola, e preziosa e libera: lui che raccoglie confidenze e storie come un’ape e le trasforma in polline o in strati successivi di perdono che assolvono i padri, assolvono le madri, impollinano i fiori – Tu figlio di chi sei? Di un grande albero solo / ma così alto e forte che da lui io spicco il volo…

Ascoltandolo non riesco a mangiare in modo dignitoso: mi ritrovo, mordendo un raviolino fritto, la crema di ricotta che cola sulle dita e non mi sembra il caso di leccarle, mi asciugo su quei tovagliolini lisci che in questi casi sporcano di più e rimango tutta appiccicosa; parlando di Tarkovski mi sbriciolo addosso il panino con la milza, e quando addento un crostino mi schizza la besciamella dappertutto, ma perché? non lo so, ma ne approfitto per pulirmi alla meglio mentre lui invia un sms alla sposa – e com’è bella questa parola! Non moglie ma sposa: ogni volta che la pronunzia il mondo intero si vela di bianco e  si fa nuvola – nuvola vola, nuvola vola / vola nel cielo una nuvola sola… 

Ma tu, com’eri da bambino? gli chiede una persona, e lui si descrive piccolino, sfigato, con gli occhiali, magrino e balbuziente: e ancora torna talvolta la balbuzie, ma lui, che la sente arrivare, con un dito sulle labbra la mette a tacere e lei si acquieta, perché

L’uomo, quando nasce,

è tenero e debole,

quando muore,

è duro e rigido.

Tutte le cose, l’erba, gli alberi,

quando nascono,

sono teneri e fragili,

quando muoiono,

sono aridi e secchi.

Ciò che è duro e rigido,

appartiene alla morte,

ciò che è tenero e fragile,

appartiene alla vita.

(Tao Te Ching)

E Lui, Bruno, è così: tenero e fragile. Appartiene alla vita e ce la restituisce ogni volta rinnovata.

Torno, sai? io torno, mi assicura prima di andar via: Bruno torna come una rima, come le maree, come il sole che tramonta da una parte e spunta sempre dall’altra: e ride il silenzio che c’era prima.

FILASTROCCA DELLE FILASTROCCHE

Apro la bocca e dico la rima 
Ride il silenzio che c’era prima 
Un filo brilla fra le parole 
Mare con mondo, luna con sole 
Un filo piccolo che tiene insieme 
Fiore con fiume, sole con seme 
E ora vicine le cose lontane 
Come le perle di belle collane 
Danzano in tondo, perché se tu vuoi 
Mondo fa rima con Noi 

* da Doppio Blu, ed. TopiPittori

Un ringraziamento speciale alla Biblioteca dei Bambini e dei Ragazzi le Balate di Palermo, alla Biblioteca Liciniana di Termini Imerese e in particolare a Maria Grazia Bova, alla libreria Modusvivendi e alla Libreria Tante Storie di Palermo. Grazie a tutte le persone che hanno partecipato e che hanno applaudito con le mani, col cuore e con qualche lacrima grata e commossa, grazie a quel bambino che ieri camminava nel chiostro della Biblioteca Liciniana leggendo a voce alta le rime di Mal di pancia calabrone e sembrava un fraticello. E un ringraziamento anche… a me, perché no? 😀 Senza noi tutti insieme non sarebbe stato così bello.

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One Comment leave one →
  1. 31 gennaio 2013 14:44

    Peccato che l’ho perso!

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