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“riconoscere diritti a chi non ne ha non significa toglierne agli altri” Laura Boldrini

14 giugno 2013
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mani-che-si-sfioranoIo donna, mamma, palermitana, felice di sentire la terza carica dello Stato pronunciare queste parole durante i lavori di apertura del Palermo Pride:

‘I DIRITTI LGBT SONO DIRITTI UMANI’
INTERVENTO DELLA PRESIDENTE DELLA CAMERA DEI DEPUTATI, LAURA BOLDRINI
Palermo, 14 giugno 2013

Desidero innanzitutto ringraziare il Coordinamento Palermo Pride per l’invito a partecipare a questa iniziativa e salutare il Sindaco di Palermo Leoluca Orlando, la Ministra Josefa Idem – con la quale ci troviamo fianco a fianco in tante battaglie di civiltà – la deputata europea Sonia Alfano, le autorità presenti e tutte le persone presenti.

La scelta di Palermo rende il Pride Nazionale 2013, le cui attività si aprono oggi, quello più a Sud mai celebrato in Europa. Questa immagine, che è stata scelta alcuni mesi fa dal Presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz nel suo saluto al Comitato Organizzatore, non è evocativa solo dal punto di vista geografico, ma anche e soprattutto da quello politico e culturale.

Il Pride LGBT nazionale si svolge quest’anno in una città – ed in una terra – da millenni crocevia di popoli e di culture, dove da sempre chi vi arriva trova accoglienza ed inclusione e contribuisce a creare contaminazione ed arricchimento culturale.
La contaminazione non ci rende meno italiani, meno europei, ma ci arricchisce.

Siamo qui oggi per parlare di diritti, e nessuno ha il diritto di ridicolizzare questo nostro impegno: qui non vedo né carnevalate né pagliacciate. Si parla di diritti negati – e troppo spesso violati – sulla base dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere. E’ di poche settimane fa la pubblicazione di un importante studio dell’Agenzia europea per i Diritti fondamentali, dalla quale emerge che il 47% – una su due – delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender che vivono nei Paesi membri dell’Unione europea ha subìto discriminazioni o abusi nei dodici mesi precedenti il sondaggio. Una su quattro è stata aggredita fisicamente o ha rischiato di esserlo. E solo una persona LGBT su cinque ha sporto denuncia per le violenze subìte.

Fuori dall’Europa, sono ancora tanti – troppi – i Paesi dove l’omosessualità è reato, dove un uomo gay o una donna lesbica possono essere detenuti o perfino uccisi per il solo fatto di amare una persona dello stesso sesso. E mentre siamo qui, nel cuore dell’Europa dei diritti, ai nostri confini orientali si moltiplicano i provvedimenti e le norme che criminalizzano gli omosessuali e chi ne difende i diritti. Violando l’articolo 19 della Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo, che sancisce il diritto alla libertà d’espressione e di opinione, nonché alla libertà d’informazione, vengono approvate leggi contro la ‘propaganda’ in favore delle persone LBGT. In molti Paesi dell’Africa, vengono inasprite le pene per chi è omosessuale o anche solo per chi ‘mostra affetto’ verso persone dello stesso sesso.

Leggi come quelle che hanno costretto un vostro conterraneo a venir via dall’Eritrea: Paolo Mannina, insegnante di lettere, in una scuola italiana di Asmara, è stato espulso dall’Eritrea perché, in quanto omosessuale, rischiava dai tre ai dieci anni di reclusione.

Spesso, a sostenere i parlamenti ed i leader politici africani che introducono queste norme sono quei gruppi che negli Stati Uniti riescono ad influenzare sempre meno un’opinione pubblica ormai largamente favorevole al riconoscimento dei diritti delle persone LGBT.

E troppo spesso – lo dicono le organizzazioni internazionali e lo dice la stessa Agenzia europea per i Diritti fondamentali – chi fugge da questi Paesi per le persecuzioni subìte o temute non trova protezione in Europa. Molti Stati membri dell’UE non riconoscono infatti la protezione internazionale alle persone vittime di persecuzione a causa dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere, ritenendo che, qualora non rivelino la propria omosessualità, possano continuare a vivere nel loro Paese.

Si ritiene, dunque, che chi è omosessuale debba nasconderlo, debba cioè essere costretto non solo alla negazione dei propri diritti, ma anche alla solitudine. Da questa terra – tradizionalmente dedita all’accoglienza – arriva un messaggio chiaro e forte: non vi è tutela e garanzia per i diritti senza inclusione, senza la scelta di strappare tutte le donne e tutti gli uomini a quella solitudine che è figlia diretta delle discriminazioni e della negazione di diritti fondamentali. Alcune settimane fa, è stata pubblicata su un quotidiano la lettera di un adolescente omosessuale al quale ho sentito il bisogno di rispondere. Quel che più emergeva dalle sue parole era l’ineluttabile senso di condanna alla solitudine che nasce dalla tragica combinazione di pregiudizi, discriminazioni e silenzio delle istituzioni.

Quel ragazzo parlava della “sfortuna di nascere omosessuali”. Possiamo comprendere queste parole, figlie di una disperazione che non è né naturale né giusto provare a 17 anni. Ma ad esse va risposto che non esiste la categoria della “sfortuna”. Esiste solo la categoria delle scelte e delle azioni politiche.

La maggior parte dei Paesi UE prevede sanzioni penali per chi commette violenze omofobe e/o ha introdotto il movente omofobo quale circostanza aggravante. Alcuni Paesi condannano la discriminazione omofoba – in maniera esplicita o implicita – nelle loro Costituzioni. Anche qui in Italia l’azione politica e legislativa deve essere tesa a prevedere finalmente tutele per le vittime di omofobia e di discriminazioni omofobe, nonché fattispecie di reato per chi aggredisce una persona solo perché lesbica, gay, bisessuale o transgender.

E’ questo il senso stesso del lavoro cui sono chiamate le istituzioni: compiere scelte politiche, mettere in atto azioni legislative ed amministrative che allarghino il quadro della tutela dei diritti a tutte e a tutti coloro che oggi ne sono ancora escluse ed esclusi.

Devo fare una considerazione amara: la politica, in tema di diritti, avrebbe il compito di fare da apripista. È, invece, troppo spesso si muove in ritardo, a rimorchio delle scelte che una società matura reclama.

Oggi, dobbiamo sapere andare oltre. Dobbiamo promuovere la discussione sulle leggi a tutela dei diritti delle coppie omosessuali. In diciotto Paesi dell’Unione europea i gay e le lesbiche hanno il diritto di sposarsi o di contrarre un’unione civile. L’Europa non ci chiede solo politiche di rigore fiscale, non ci chiede solo austerità. L’Europa ci chiede anche di ampliare lo spettro dei diritti riconosciuti, ma non c’è la stessa fretta su questo punto.

E’ importante ribadire che non esiste tutela dei diritti di una comunità di persone se non dentro una cornice che includa ogni altra persona o ogni altra comunità.

Voglio cogliere l’occasione per un chiarimento che ritengo importante: sostenere i diritti degli omosessuali non può e non deve essere in alcun modo contrapposto al sostegno verso la famiglia, la cui centralità non è assolutamente in discussione. Rafforzare le politiche a sostegno della famiglia è un’esigenza che sento forte. Tanto più in un momento in cui la crisi economica colpisce duramente. Ma questo non mi impedisce di ribadire la necessità di vedere rispettati anche i diritti delle comunità LGBT.

Insomma, riconoscere diritti a chi non ne ha non significa toglierne agli altri.

Non esistono dunque priorità nella lotta contro le discriminazioni e contro le privazioni, siano esse economiche o dei diritti; non esiste un “prima” e non esiste una “maggiore urgenza”. Ma esiste e deve esistere un solo costante e fermo impegno delle istituzioni verso la condanna di ogni discriminazione e verso la sconfitta di ogni forma di esclusione. L’impegno verso la tutela dei diritti delle persone omosessuali e transessuali deve viaggiare fianco a fianco ed altrettanto prioritariamente con l’impegno contro le discriminazioni di genere, contro la precarietà nel lavoro, contro la discriminazione fondata sulla razza o sulla religione, contro il mancato riconoscimento dei diritti di chi da straniero nasce e vive in questo Paese. E’ un pacchetto unico: si chiama ‘pacchetto diritti’. Perché una società che discrimina le donne non potrà mai combattere efficacemente la discriminazione delle persone omosessuali e transessuali. Perché una società che discrimina sulla base dell’orientamento sessuale non potrà mai sconfiggere definitivamente il razzismo.

Perché, diciamoci la verità, l’omofobo, il maschilista e il razzista sono figli della stessa sottocultura alimentata dal pregiudizio. Perché i diversi tipi di discriminazione finiscono per sommarsi, creando una spirale di marginalizzazione e di esclusione sociale. Lo studio dell’Agenzia europea per i Diritti fondamentali che citavo poc’anzi evidenzia il fatto che le persone LGBT più povere sono anche quelle più soggette a discriminazioni.

In un mondo globalizzato, aperto, in cui la comunicazione ha abbattuto le distanze ed i confini geografici ci troviamo tutte e tutti dinanzi ad una scelta epocale: possiamo costruire la globalizzazione delle discriminazioni, delle paure, delle povertà e dello scontro tra differenze, oppure dar vita alla globalizzazione delle opportunità, del benessere, del confronto e dell’arricchimento reciproco tra le culture.

Credo che non ci siano dubbi: è quest’ultima la strada da seguire, quella di una società aperta. Possiamo farlo innanzitutto abbattendo il recinto della discriminazione nei nostri Paesi, possiamo farlo considerando nostro primo dovere istituzionale quello di non lasciare sola nessuna donna e nessun uomo, nessuna persona omosessuale, lesbica, transessuale. Perché chi è solo perde il senso della comunità e, con esso, il senso della cittadinanza, dei doveri e dei diritti che intorno ad essa si costruiscono.

Per questo motivo, ogni singolo atto di discriminazione ed ogni singola solitudine non sono semplicemente una offesa per la persona che ne è vittima, ma sono soprattutto il segno insopportabile di una sconfitta delle stesse istituzioni e di tutta la società.

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