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Nello stesso tempo, per lo stesso Tempio, per l’amor del Cielo

3 agosto 2013

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Una giornata memorabile ieri.

La nostra Lettera aperta al Presidente Crocetta per la vicenda del Tempio di Segesta ha ricevuto moltissime adesioni: tra il blog, l’evento e il gruppo su facebook ne abbiamo raccolte più di 1.200, che continuano ad aumentare nonostante sia stato revocato il permesso di organizzare eventi come quelli che hanno provocato la nostra indignazione.

Abbiamo percepito queste adesioni come un tesoro da custodire, e per questo avremmo voluto organizzare un evento che ci raccogliesse tutti. La nostra prima idea era quella di andare a dormire al Tempio: come a celebrare un antico rito, quello dell’incubazione.

Un tempo avveniva così:  quando non si stava bene, si andava al tempio, si dormiva e si attendeva che Asclepio, il Dio, inviasse dei sogni. Al mattino questi sogni venivano raccontati al sacerdote, che come oggi fanno i terapeuti, lo interpretava. L’incubazione era uno dei modi della cura, e noi avremmo voluto prenderci cura di questo nostro tempo e dei sogni che ne derivano: ognuno avrebbe espresso il proprio sogno riguardo alla terra, alle radici, alla cultura, al valore, al senso. Ognuno lo avrebbe fatto lasciando sulla pietra del Tempio tanti sogni quanti semi: e l’indomani gli uccelli avrebbero mangiato quei sogni, che sarebbero volati via lontano: non li avremmo trattenuti.

Era bello questo nostro sogno, ma avrebbe comportato un’azione impositiva: non si può rimanere al tempio dopo la chiusura, anzi non si può neppure entrare nel temenos, il recinto sacro che ormai è transennato, tagliato fuori, proibito, e ci rende tutti – nostro malgrado – pro-fani, cioè fuori dal tempio, estranei.

Noi però non siamo profani. Non accettiamo di essere tagliati fuori da uno spazio che ci appartiene e che è quello della nostra interiorità, perché il tempio di Segesta siamo noi tutti: il Tempio è un simbolo, non solo un luogo. Non accettiamo di tagliar via dalla nostra vita l’aspetto simbolico, che è quello che ci riconnette a noi stessi.

E così abbiamo progettato qualcosa di più semplice e immediato.

Non eravamo più di dieci,  a Palermo, ma rappresentavamo tutti quelli che hanno aderito. Siamo andati a cercare i manifesti che, pur essendo stati dichiarati illegali, ancora raccontavano delle cene trasformando il tempio in un’immensa pubblicità per la ditta che ha organizzato il catering.

Ci siamo andati e abbiamo cancellato la firma dello chef dal tempio e le persone tra le colonne: chi può osare di mettere la propria firma su un tempio????

I colori da discoteca non si potevano eliminare e li abbiamo dovuti lasciare. Abbiamo circondato il tempio col segno, semplice e netto, di un temenos, un recinto sacro tutto bianco, il colore della luce; lo abbiamo anche scritto: temenos, perché quello spazio sacro che abbracciava idealmente il tempio eravamo noi; non solo quelli che eravamo là, ma tutti quelli che hanno firmato e le circa tremila persone che ci hanno letto in questi giorni.

Ma non basta. Il nostro è stato un momento davvero sacrale, perché mentre noi abbracciavamo idealmente il Tempio qui a Palermo,  in un altro luogo della Calabria, a Roggiano Gravina, in contrada Larderia, là dove i resti di una villa romana di età imperiale sono addirittura parzialmente coperti dall’acqua di un lago artificiale, si svolgeva una performance: “Genius Loci”, di Delia Dattilo, con Delia Dattilo, Nanni Spina, Gianfranco Labrosciano e Roberto Arcaro.

Nello stesso tempo, per lo stesso Tempio: abbiamo dato forma a un abbraccio virtuale tra Calabria e Sicilia, abbiamo annullato – per un istante – ogni barriera.
La Terra è una sola, anche se cambiano i nomi dei luoghi: ma noi ne siamo custodi, per l’amor del cielo, che ancora non abbiamo diviso.

E – cosa non da poco – abbiamo riso moltissimo, abbiamo inondato di risate la città.

Rapidi, gli attacchini hanno ricoperto tutto. Ma il temenos, quello, non si può nascondere.

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4 commenti leave one →
  1. ornellapapitto55 permalink
    4 agosto 2013 06:04

    Bravissime e bravissimi. Cancellare la “vergogna” non è semplice, ma sostituirla con “temenos” è stato geniale!

    • 4 agosto 2013 06:41

      E’ stata una “trovata” collettiva. E dopo che lo abbiamo tracciato, il témenos, e che abbiamo scritto la parola, lo abbiamo anche “visto”. Te-Me-Nos. Il recinto sacro non esisterebbe senza la Relazione….

  2. 4 agosto 2013 07:42

    Temenos è il Recinto Sacro.
    Nessun Recinto Sacro potrebbe essere tracciato senza la Relazione, che è già nella parola: Te-Me-Nos.
    Ognuno di noi è un Recinto Sacro, un Tempio: siamo tutti Te-Me-Noi.

    TEMENOS

    L’altra notte siamo andati al tempio di Segesta.
    Al nostro arrivo le più alte cariche delle istituzioni ci hanno accolto in un silenzio pacato e tranquillo, aprendoci una ad una tutte le porte.
    Anche il Console americano J.L.Cross è venuto a salutarci e , ringraziandoci per quanto fatto sinora, ci ha offerto in dono dolci con semi di sesamo fatti, secondo antichi riti antichi, dal maestro di cucina, Pasquale Staccato.
    Siamo saliti verso l’alto nel silenzio della notte, sospinti dal ritmo musicale dei grilli, e ci siamo seduti a pochi passi dal Tempio in una radura di alberi fresca e accogliente, dove guidate da una irriducibile donna Bretone, altre donne vestite di bianco hanno cantato e recitato parole antiche simili ai canti magici elevati dall’ Augure per raccogliere gli auspici positivi
    Tutto con grande semplicità. Poi ci siamo addormentati

    Io ho sognato di salire su una scala bianca, gradino per gradino, sempre più in alto, all’ infinito verso il cielo, sino ad arrivare vicino ai grandi uccelli, e da quel punto così in alto capivo come potevo dare il giusto ordine alle cose scomposte del mondo.
    Vedevo esattamente il posto più bello che ogni cosa voleva avere.
    Ogni elemento svelava la propria natura con semplicità, come spinta da un lampo di luce che con la sua pulsione interna lo spostava docilmente, come se potesse fluire dentro il naturale movimento dell’acqua.
    Verso Nord, ho visto una donna in piedi posta nel mezzo tra due uomini seduti. Erano di spalle con lo sguardo rivolto a un grande specchio d’acqua e anche loro sognavano, all’interno del mio stesso sogno, una grande villa romana dipinta con meravigliosi affreschi e rivestita da mosaici straordinari. Man mano che la sognavano, infatti si vedeva la villa emergere dall’acqua, e i loro occhi nascosti avevano la forza degli antichi costruttori, la sapienza di tutti quelli che nel tempo l’avevano curata con amore.
    A quel punto in sintonia con l’intensità di quello sguardo ho preso un pennello grande, e con il colore bianco, ho cominciato a disegnare tutti gli spazi necessari.
    La prima cosa che ho voluto delimitare è stato un Temenos, la zona sacra degli Dei, senza copertura e con due sole punti aperti , uno a specchio verso l’altro, le soglie inviolabili, dove si poteva solo guardare e aspettare.
    Poi, di volta in volta, disegnavo i tunnel oscuri che portavano ai sotterranei dedicati agli uomini arroganti, in gran parte stupidi economisti da tenere li, gentilmente, per evitare che facessero ulteriori danni.
    Poi ricordo che nel sogno mi perdevo a disegnare meravigliose stanze in sequenze musicali fatte di improvvise dimensioni, colori, materiali e ritmi intrecciati con giardini e vedute del cielo. Spazi ispirati dai versi di una poesia del grande maestro. J.L.B
    Erano gli spazi adatti per gli uomini giusti….

    “Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
    Chi è contento che sulla terra esista la musica.
    Chi scopre con piacere una etimologia.
    Due impiegati che in un caffè del sud giocano in silenzio agli scacchi.
    Il ceramista che premedita un colore e una forma.
    Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
    Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
    Chi accarezza un animale addormentato.
    Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
    Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
    Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
    Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo”.

    E mentre sto ancora dormendo sotto gli alberi sacri vicino al Tempio, arriva proprio lui , il maestro, a ricordarmi che non siamo solo io e loro che lo stiamo sognando, ma queste sono le immagini del sogno di noi tutti che lo stiamo insieme pensando.

    The other night we went to the temple of Segesta.
    Upon our arrival the highest offices of the institutions they welcomed us in a peaceful silence and quiet, opening all the doors one by one.
    The American Consul J.L.Cross came to greet us and thanking us for what has been done so far, has given us the gift of sweets from the master chef, Pasquale Staccato prepared with sesame seeds according to the ancient rites.
    We climbed up into the silence of the night, driven by the rhythm of the music of crickets, and we sat near the temple in a clearing of trees fresh and welcoming, where guided by an irreducible Breton woman, other women dressed in white have sung and spoken words similar to ancient magical songs from Augure to collect the auspices positive
    All with great simplicity. Then we fell asleep
    I have dreamed of getting on a white staircase, step by step higher and higher, endlessly into the sky, until you get close to the big birds, and from that point so high I could understand how to give the right order of things broken the world.
    I saw exactly the most beautiful place that all things wanted to have.
    Each element revealed its nature simply, as driven by a flash of light with its internal drive moved it meekly, as if it could flow into the natural water movement.
    Towards the North, I saw a woman standing between two men placed in the middle seated. They were behind with his gaze on a large body of water and also they dreamed of, within my own dream, a large Roman villa with wonderful frescoes painted and covered with mosaics overtime. As the dreamed, in fact you could see the villa emerge from the water, and their eyes had hidden the strength of the ancient builders, the wisdom of all those who in time had taken care of with love.
    At that point in tune with the intensity of his gaze I took a big brush, and with the color white, I began to draw all the necessary spaces.
    The first thing I wanted was a defining Temenos, the sacred area of the Gods, without coverage and with only two spots open, one mirror to the other, the thresholds inviolable, where you could only watch and wait.
    Then, from time to time, drew the dark tunnel that led to the basement dedicated to arrogant men, largely stupid economists to hold them, gently, to avoid them to do further damage.
    Then I remember that I lost myself in the dream to design beautiful rooms in musical sequences made of unexpected dimensions, colors, materials and rhythms intertwined with gardens and views of the sky. Spaces inspired by the verses of a poem by the great master. J.L.B
    They were spaces suitable for righteous men

    “A man who, as Voltaire wished, cultivates his garden.
    He who is grateful that music exists on earth.
    He who discovers an etymology with pleasure.
    Two workers in a Southern café, enjoying a silent game of chess.
    The potter pondering on a colour and a shape.
    A typographer who sets accurately this page, which he may dislikes.
    A woman and a man reading the final tercets of a certain canto.
    He who is stroking a sleeping animal.
    He who justifies, or seeks to justify, an injustice done to him.
    He who is grateful for Stevenson’s existence.
    He who prefers the others to be right.
    These people, unaware of each other, are saving the world.”

    And while I’m still sleeping under the trees near the sacred Temple, arrives he, the master, to remind me that we are not just me and them that we are dreaming, but these are the images of the dream of all of us that we are all thinking.

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