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Te-Me-Noi: dal Tempio di Segesta alla Relazione

4 agosto 2013

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Lo ripeteremo sempre, il “simbolo” è una moneta spezzata; sta a noi ricomporla, accostando la “nostra” metà a quella che non si vede ma che ne è fortemente evocata. Accostare, ricomporre, reintegrare, riunire, in una parola sanare: questo ci chiede la nostra moneta, che spezzata non avrebbe alcun valore.

Nel nostro tempo, invece, viviamo la spaccatura, in greco dia-ballein, da cui deriva “diavolo”, che secondo l’etimo è proprio ciò che divide frammenta, separa, allontana sé da sé: abbiamo perduto il simbolo e viviamo in una dimensione interiore piatta, senza prospettiva, dia-bolica, perché non attiviamo più l’immaginario. Privi di creatività, però, non possiamo crescere: non per nulla queste due parole hanno la stessa radice.

Uno degli effetti della nostra metà perduta è quello di vivere senza elaborare mai nulla, sull’onda dell’emozione: oggi questo e domani quello, senza mai riconnettere e armonizzare le nostre azioni. Così tutto diventa fuoco di paglia, arde brillante ma non ha neppure il tempo di scaldare, né di cuocere, né di trasformare. Con un fuoco di paglia non possiamo cuocere il pane, né indurire l’argilla e nemmeno illuminare la notte, se non per un breve istante subito dimenticato.

Cosa voglio dire? Che la nostra azione creativa, quella che abbiamo chiamato – anzi che si è chiamata da sola  TEMENOS -, è un’azione simbolica. A nulla è valso ricoprire i manifesti: il nostro “segno” non si può cancellare, e infatti continua. Continua nell’elaborazione di ognuno di noi, continua nella bellezza di questa parola temenos che evoca uno spazio sacro ritagliato sulla terra, come il tempio, che ha la stessa radice, e come il tempo, che è quello spazio tutto nostro che abbiamo ritagliato tra cielo e terra. Continua nella fantasia che ci suggerisce, guardando questa parola scritta, un’immagine bellissima, quella della Relazione: Te-Me-Nos, quella relazione che nasce a partire da due persone e poi coinvolge l’universo intero: Io sono Te, si legge nelle Upanishad,  e attraverso Te sono l’Universo. La parola temenoi, in greco antico “esisteva”, era il plurale di temenos, e per noi  è la scoperta che la relazione è lo spazio sacrale che ognuno ha dentro, è la scintilla che d’improvviso scocca e accende, è ciò che ci muove ben al di là dell’emozione, è Cre-Azione.

E’ quella sincronicità che ci fa trovare una scala proprio accanto al manifesto da coprire; è la bellezza contenuta persino nel nome della ragazza che dall’altra parte dello Stretto, in Calabria, si muove sintona con noi: Delia Dattilo. Cos’è il “dattilo”? E’ il “piede” di un metro che si usava nell’antica poesia greca, eppure vuol dire “dito”, perché è composto da tre sillabe, la prima lunga e le altre due brevi, proprio come le falangi delle nostre dita.

Lontana eppure vicina, Delia con il suo “dito” che è anche “piede” evoca in silenzio la Poesia. Erano anche esseri primordiali i Dattili, nati dallo sforzo che fece Rea per partorire Zeus, all’inizio del Mondo. Accovacciata per terra, la Dea fece forza con le mani per terra, spingendo forte: e dalle impronte delle sue dita nacquero cinque figlie e cinque figli: i figli sarebbero divenuti esperti nell’arte siderurgica, le figlie sarebbero divenute Maestre di Orfeo. Così Delia fa sì che si sprigioni il “Genius Loci” dalla nostra Terra che è una sola come uno è il Cielo.

Sono passati giorni e la nostra Cre-Azione ancora vive, perché è sym-ballein: unione e riunione. E qui di seguito ecco le parole di uno di noi, un sogno ad occhi aperti che lo dimostra, come l’immagine in cui l’irruzione del colore, del volo di gabbiani, del cielo azzurro evidenzia che cosa accade quando usciamo dal grigio della quotidianità alla ricerca del nostro vero spazio.

Perde tanto la nostra politica – e il Presidente Crocetta che non risponde, travolto dal vortice delle sue vicende neppure sfiorate dalla Poesia che è Fare, da poiein – a stare fuori dal tempio: pro-fana. Perde tutta la Bellezza che misconosce, e che è la sola che possa creare e ricreare: perde gli Dei. Perde la Relazione.

TEMENOS

L’altra notte siamo andati al tempio di Segesta.
Al nostro arrivo le più alte cariche delle istituzioni ci hanno accolto in un silenzio pacato e tranquillo, aprendoci una ad una tutte le porte.
Anche il Console americano J.L.Cross è venuto a salutarci e, ringraziandoci per quanto fatto sinora, ci ha offerto in dono dolci con semi di sesamo fatti, secondo antichi riti antichi, dal maestro di cucina, Pasquale Staccato.
Siamo saliti verso l’alto nel silenzio della notte, sospinti dal ritmo musicale dei grilli, e ci siamo seduti a pochi passi dal Tempio in una radura di alberi fresca e accogliente, dove, guidate da una irriducibile donna Bretone, altre donne vestite di bianco hanno cantato e recitato parole antiche simili ai canti magici elevati dall’Augure per raccogliere gli auspici positivi.
Tutto con grande semplicità. Poi ci siamo addormentati.

Io ho sognato di salire su una scala bianca, gradino per gradino, sempre più in alto, all’infinito verso il cielo, sino ad arrivare vicino ai grandi uccelli, e da quel punto così in alto capivo come potevo dare il giusto ordine alle cose scomposte del mondo.
Vedevo esattamente il posto più bello che ogni cosa voleva avere.
Ogni elemento svelava la propria natura con semplicità, come spinta da un lampo di luce che con la sua pulsione interna lo spostava docilmente, come se potesse fluire dentro il naturale movimento dell’acqua.
Verso Nord, ho visto una donna in piedi posta nel mezzo tra due uomini seduti. Erano di spalle con lo sguardo rivolto a un grande specchio d’acqua e anche loro sognavano, all’interno del mio stesso sogno, una grande villa romana dipinta con meravigliosi affreschi e rivestita da mosaici straordinari. Man mano che la sognavano, infatti si vedeva la villa emergere dall’acqua, e i loro occhi nascosti avevano la forza degli antichi costruttori, la sapienza di tutti quelli che nel tempo l’avevano curata con amore.
A quel punto, in sintonia con l’intensità di quello sguardo, ho preso un pennello grande, e con il colore bianco, ho cominciato a disegnare tutti gli spazi necessari.
La prima cosa che ho voluto delimitare è stato un Temenos, la zona sacra degli Dei, senza copertura e con due sole punti aperti , uno a specchio verso l’altro, le soglie inviolabili, dove si poteva solo guardare e aspettare.
Poi, di volta in volta, disegnavo i tunnel oscuri che portavano ai sotterranei dedicati agli uomini arroganti, in gran parte stupidi economisti da tenere lì, gentilmente, per evitare che facessero ulteriori danni.
Poi ricordo che nel sogno mi perdevo a disegnare meravigliose stanze in sequenze musicali fatte di improvvise dimensioni, colori, materiali e ritmi intrecciati con giardini e vedute del cielo. Spazi ispirati dai versi di una poesia del grande maestro,  J.L.B.
Erano gli spazi adatti per gli uomini giusti…

“Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che premedita un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo”.

E mentre sto ancora dormendo sotto gli alberi sacri vicino al Tempio, arriva proprio lui , il maestro, a ricordarmi che non siamo solo io e loro che lo stiamo sognando, ma queste sono le immagini del sogno di noi tutti che lo stiamo insieme pensando.

The other night we went to the temple of Segesta.
Upon our arrival the highest offices of the institutions they welcomed us in a peaceful silence and quiet, opening all the doors one by one.
The American Consul J.L.Cross came to greet us and thanking us for what has been done so far, has given us the gift of sweets from the master chef, Pasquale Staccato prepared with sesame seeds according to the ancient rites.
We climbed up into the silence of the night, driven by the rhythm of the music of crickets, and we sat near the temple in a clearing of trees fresh and welcoming, where guided by an irreducible Breton woman, other women dressed in white have sung and spoken words similar to ancient magical songs from Augure to collect the auspices positive
All with great simplicity. Then we fell asleep
I have dreamed of getting on a white staircase, step by step higher and higher, endlessly into the sky, until you get close to the big birds, and from that point so high I could understand how to give the right order of things broken the world.
I saw exactly the most beautiful place that all things wanted to have.
Each element revealed its nature simply, as driven by a flash of light with its internal drive moved it meekly, as if it could flow into the natural water movement.
Towards the North, I saw a woman standing between two men placed in the middle seated. They were behind with his gaze on a large body of water and also they dreamed of, within my own dream, a large Roman villa with wonderful frescoes painted and covered with mosaics overtime. As the dreamed, in fact you could see the villa emerge from the water, and their eyes had hidden the strength of the ancient builders, the wisdom of all those who in time had taken care of with love.
At that point in tune with the intensity of his gaze I took a big brush, and with the color white, I began to draw all the necessary spaces.
The first thing I wanted was a defining Temenos, the sacred area of the Gods, without coverage and with only two spots open, one mirror to the other, the thresholds inviolable, where you could only watch and wait.
Then, from time to time, drew the dark tunnel that led to the basement dedicated to arrogant men, largely stupid economists to hold them, gently, to avoid them to do further damage.
Then I remember that I lost myself in the dream to design beautiful rooms in musical sequences made of unexpected dimensions, colors, materials and rhythms intertwined with gardens and views of the sky. Spaces inspired by the verses of a poem by the great master. J.L.B
They were spaces suitable for righteous men

“A man who, as Voltaire wished, cultivates his garden.
He who is grateful that music exists on earth.
He who discovers an etymology with pleasure.
Two workers in a Southern café, enjoying a silent game of chess.
The potter pondering on a colour and a shape.
A typographer who sets accurately this page, which he may dislikes.
A woman and a man reading the final tercets of a certain canto.
He who is stroking a sleeping animal.
He who justifies, or seeks to justify, an injustice done to him.
He who is grateful for Stevenson’s existence.
He who prefers the others to be right.
These people, unaware of each other, are saving the world.”

And while I’m still sleeping under the trees near the sacred Temple, arrives he, the master, to remind me that we are not just me and them that we are dreaming, but these are the images of the dream of all of us that we are all thinking.

Dona Bellezza

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