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E’ nato Enkelados, la Rivista Mediterranea di Psicologia Analitica del CIPA Meridionale

7 agosto 2013

E’ con grande soddisfazione e con immensa gioia che vi annunciamo la nascita della Rivista Mediterranea di Psicologia Analitica “Enkelados” del C.I.P.A., Istituto per l’Italia Meridionale e la Sicilia “Enkelados”, edita a Palermo da Nuova Ipsa Editore, che  sarà presentata per la prima volta al  XIX Congresso Internazionale di Psicologia Analitica dello IAAP che si svolgerà dal 18 al 23 agosto a Copenhagen (per il programma cliccate qui).

Eccovi la copertina, con la bella immagine di Pierluigi Longo e il logo di Roberto Miata che dicono moltissimo anche senza nessuna parola:

copertina_esterno

Ed eccovi l’interno della copertina con i nomi di tutti coloro che con la loro energia sono presenti (cliccate sull’immagine e vedrete meglio):

copertina_interno

Enkelados raccoglie la voce del nostro mare, la nostra – e non aggiungeremo parole a quelle dell’editoriale e della presentazione di Franco La Rosa, Medico Umanista, Primario Emerito di Psichiatria, Psicologo Analista Didatta del C.I.P.A., Istituto per l’Italia Meridionale e la Sicilia:

Presentazione di Franco La Rosa

Enkelados, o voce trattenuta – dall’etimo -, il gigante ribelle della mitologia greca cui si ispira questa rivista, è un’esperienza culturale che, come l’Etna, il vulcano sotto cui questo Titano soggiace, ci auguriamo possa trovare la sua espressione nella molteplicità creativa dei suoi figli.

Esportare un prodotto mediterraneo attraverso Enkelados, è un po’, allora, la possibilità di rappresentare un modello di integrazione ideale fra le culture più stridenti e variegate nelle terre di mezzo del Mare Nostrum, pabulum simbolico, veicolo di pace, sulla base di un denominatore comune che è la ricerca individuativa e il fare anima!

Non solo una rivista scientifica dunque Enkelados, ma anche un riferimento alla Weltanschauung junghiana in una prospettiva di crescita continua sul piano individuale tra tutti noi, e come costante confronto, costruttivo e fecondo sul piano esistenziale, sotto l’egida della più eletta dimensione etica, sapienziale, spirituale.

Si tratta di una rivista che raccoglie la voce di analisti del Mediterraneo, qui, in questi luoghi del Mistero, ove i silenzi del Mito e i fragori delle guerre potranno forse trasformarsi in struggenti rapsodie ad armonizzare differenze e placare intemperanze.

E da raptein, è come un poter “cucire assieme” con gli strumenti dell’ascolto, della cultura e degli affetti, le nostre riflessioni o i nostri manifesti inni di PACE, armonie “inaudite” o “sogni possibili”…, non più mura ma ponti tra Palestina e Israele, tra Est e Ovest, tra Sicilia e continente…. Un mandala ideale che colga i mille nessi che si possono individuare in questo particolare “inconscio collettivo”.

Sulla scorta di quanto ci racconta il mito, si è pensato per questo di sintetizzare in un logo Enkelados a partire da quegli elementi grafici che ne caratterizzano l’ “esistenza”: il sangue di Urano, il vulcano dell’Etna, la sua attività sotterranea che produce lava e terremoto.

Documento1 La A è un ponte immaginario ma anche il vulcano, fucina e athanor di ciò che ribolle in ognuno di noi; il suo apostrofo rosso è goccia di sangue del Gigante e lava; la sua corsa, centrifuga e insieme centripeta, ad apostrofare le nostre tendenze alle centro-versioni ma in una contemporanea spinta verso l’alto.

Rivista di Pace, dunque, come potere vedere già da qui, da queste prospettive, le cose che (ancora) non sono. Un pre-vedere, forse nel nome di Pro-meteo, in questo Caucaso di rabbia e di speranza, di rimpianti e di progetti, di costrizione e libertà.


Editoriale di Franco La Rosa

Quando parliamo di Mediterraneo, ci riferiamo solitamente al mare, e invece il Mediterraneo è anche altro, è insieme mare, cielo e terra, come scrive Albert Camus, luce spessa, che coagula l’universo e le sue forme in un barbaglio oscuro.1

Luce spessa, il nostro Mediterraneo, dunque: un paesaggio dell’Anima in cui cielo e mare sgorgano dal grembo inesauribile della Terra. Quella Terra o Madre dal corpo grande e forte, il ventre gravido, talmente ardente di aprirsi da spaccarsi talvolta, per gridare dalle fenditure la propria voglia sconfinata di dar vita, sempre, senza tregua, inebriandosi di sé e dell’umore vitale che sembra sprizzare incessantemente da enormi seni turgidi e fecondi.

immagine editoriale (2)

Salvatore Rizzuti, Gea, gesso, cm 180, 1983

È la terra che viviamo che ci ha donato questa capacità: Mediterraneo è un modo d’essere. È l’ulivo dal tronco tormentato che tuttavia rappresenta la sacralità di Atena e la pace, e dai cui frutti si distilla un olio preziosissimo per la nostra alimentazione e per la nostra spiritualità.

È Thalatta e Ponto, il mare femminile, fecondo e luminoso…, il mare oscuro, ostile e pieno di perigli, sterile, ma sempre pieno a riempire, e “cinto” a cingere.

Ed è il Mistero che si celebra in questo Mare di Mezzo, il mistero che vela e disvela – alla stessa maniera – come un burqa, che sempre nasconde o allude, e comunque rimanda…, forse a modulare l’eccessivo bagliore dei colori abbacinanti, in queste terre, o a oscurare le mille verità – le nostre – spesso dominate dal potere incontrastato e confondente della ingannevole Maya.

Mare di mezzo, ancora, questo Mediterraneo, ove si affacciano popoli con lingue, culture e religioni diverse. Mare che unisce e divide, cielo che riflette e coniuga, qui a sancire i luoghi dello spirito e i territori della mente nel congiungimento di molteplici diversità, come si coglie in quella lettera di pietra esagonale del XII secolo conservata al Museo della Zisa di Palermo, che porta sui quattro riquadri degli angoli incisioni in latino, ebraico, greco ed arabo -, a costellare al centro un cerchio ed una croce.

Un mandala ideale dunque, che coniuga spazi senza confini, e tempo senza tempo, in un’unica direzione, in un unico senso, in un unico progetto… quella segreta e inconsapevole aspirazione – coniunctio oppositorum – di chi fa delle tensioni, degli opposti stridenti e ambivalenti, ma anche delle mille identità, una straordinaria risorsa ed alla stessa maniera anche una particolare modalità esistenziale.

Ma Terre di Mezzo è pure questo Mediterraneo, ove Gea, – si potrebbe dire – è qui a generare il Cielo, lei che sorse da sola, dopo il Caos, e prima di Tartaro e di Eros; fu lei che dapprima sognò lungamente un Cielo in tutto simile a sé, perché potesse coprirla tutta3, e infine generò Urano, affinché ogni notte discendesse ad avvolgerla in un abbraccio “stellante” (asteròentos). Soltanto dopo generò, sempre da sola e senza abbraccio d’amore, i Monti, le Ninfe, il Mare.

Da questi amplessi fecondi sarebbero nati però i figli che la Terra non poteva dare alla luce perché il Cielo glieli ricacciava indietro nelle viscere; e così un giorno lei, non potendo più contenerli, armò la mano di uno di loro, Crono, e gli chiese di evirare il padre. Da quella terribile ferita sgorgarono delle gocce di sangue, che fecondarono per l’ultima volta la Terra dando vita tra gli altri ad Enkelados e ai suoi fratelli Giganti; e dalla schiuma bianca di quel sangue ribollente a contatto col mare nacque Afrodite.

Enkelados: il ribelle protagonista della Gigantomachia, che durante la battaglia contro gli Dei tenterà di fuggire all’ira incontrollabile di Atena che però, raggiuntolo, lo scaraventerà con tutte le sue forze sotto terra gettandogli sopra la Sicilia ad impedirgli ogni movimento ed ogni fuga.

Il mito narra che la continua attività vulcanica dell’Etna sarebbe originata appunto dal respiro infuocato di Enkelados, mentre i tremori della Terra e i sussulti e i terremoti dai suoi vani tentativi di divincolarsi, e i conati di lava sarebbero poi la rabbia “viscerale” di chi soccombe e geme con voce trattenuta, l’urlo di dentro, dall’etimo letterale di En-kelados.

Ma luce spessa, ancora, è il nostro Mediterraneo, luogo simbolico e immageinale in cui cielo e terra si coniugano a fecondare e a patire – anche – generando perfino dalla sofferenza. E allora c’è speranza per Enkelados o per chi sente di dover esprimere dissensi e ribellioni a certe regole, a certi stili, a certe culture dominanti, ai pensieri omologati.

Nei momenti più oscuri del nostro nichilismo, ho cercato soltanto le ragioni per superare quel nichilismo. E non per virtù, né per rara elevatezza d’animo, ma per istintiva fedeltà a una luce in cui sono nato e dove gli uomini hanno imparato da millenni a salutare la vita anche nella sofferenza.4 Così Camus.

La ferita del tempo spalanca lo spazio e nasce il Mediterraneo. E saranno Enkelados ed Afrodite, allora, muovendosi verso direzioni diverse, a disegnarne in qualche modo l’orientamento: lei prende corpo infatti – così il mito – nei pressi di Cipro o Citera, e comunque ad Oriente; lui invece, rimane incastrato ad Occidente, in questa Sicilia ribelle e contraddittoria, passiva ma vitale, feroce e spirituale, per essersi opposto al potere degli Dei dell’Olimpo e al potere di chi lo agisce in maniera becera e crudele. Lui però attingerà sempre dalle viscere della terra assorbendone linfa e umori, dignità e forze indomite; lei dal mare, da cui nasce, registrandone la profondità e la bellezza.

E in questa tensione polare allora – si potrebbe dire – si dispiega l’intera vicenda del Mediterraneo e la conseguente nascita dell’Europa: viaggio verso l’alba e insieme verso il tramonto, come nelle memorabili pagine di Calvino Dèspina, la Signora, la Città che si presenta differente a chi la raggiunge per terra o a chi la raggiunge per mare – dal racconto – ma sarà sempre una città di confine, sempre la stessa, e comunque portatrice di simboliche immagini le più varie, le più libere, le più affascinanti.

Anche Europa, la bellissima principessa fenicia dall’ampio sguardo che oggi dà il nome al nostro continente, viveva ad Oriente, nell’attuale Libano, come da ricerche filologiche. Zeus s’innamorerà di lei e per sedurla assumerà la forma di un toro bianco bello e mansueto su cui la fanciulla salirà. E il toro si lancerà in una folle corsa attraverso il mare giungendo a Creta, ove saranno generati i tre figli Sarpedonte, Radamanto e Minosse.

C’è, e si coglie allora, una continua tensione tra Oriente ed Occidente in questo Mediterraneo, ma sarà sempre una tensione integrativa – io credo – un movimento spaziale evolutivo verso progressi e sfide, contro certe immobilità e passatismi, tra emancipazioni e regressioni, sempre riconoscibili invero in queste terre.

La rivista è allora un po’ tutto questo: è forse quella lettera di pietra del Museo della Zisa di Palermo che racconta il Mediterraneo attraverso lingue e culture diverse ma in un tempo che è uno solo, il nostro tempo, e con un progetto, uno solo, che è il fare Anima, qui, da queste Terre di Mezzo e da queste pagine ove Logos ed Eros potranno coniugarsi con-dividendo, trasformando, trascendendo. E la rivista è Enkelados, il Gigante smisurato che si divincola, indomito, sotto la terra che lo imprigiona, la nostra terra. Di tanto in tanto sentiamo la sua immensa rabbia – la nostra immensa rabbia – che erompe attraverso l’Etna come lava incandescente e inarrestabile, invasiva e funzionale, e comunque rossa come il sangue, la vis energetica ancestrale che feconda in ogni caso il suolo, le nostre anime, le nostre menti.

Iscrizione funebre cristiana, datata 1149, in quattro lingue (latino, greco bizantino, arabo ed ebraico), testimonianza della multietnicità della Palermo medievale. Foto di Giovanni Dall’Orto.

Iscrizione funebre cristiana, datata 1149, in quattro lingue (latino, greco bizantino, arabo ed ebraico), testimonianza della multietnicità della Palermo medievale. Foto di Giovanni Dall’Orto.

Che questa rivista possa accogliere parole inaudite, le parole che potranno sgorgare da pensieri liberi e illuminati che hanno trovato la via della semplicità, dell’immediatezza, della essenzialità per offrirsi.

Le parole del de-sertum, di quando si è ormai fuori dal serto, dunque, distanti da certi intrecci razionali contorti e fuorvianti, fuochi fatui, spesso solo auto conferme narcisistiche per mascherare incertezze, vuotezze, disillusioni!

Che questa rivista sia come il deserto, allora, quello delle nostre terre, luogo dell’ascolto interiore e della meditazione, luogo di dignità in quanto spazio dell’assenza, regno del viandante, giardino dell’esilio – anche – ove può manifestarsi il Divino assoluto che esprime la propria dignità nell’energia di una libertà incorporea5 e di una etereità intellettuale nella quale si può scegliere d’investire, unitamente all’etica, che dovrà sempre accompagnarci nell’intenzionamento, nell’impegno, nella ricerca, nel nostro progetto individuativo!

    1. L’estate ed altri saggi solari, Bompiani 2003.
    2. D. Thomas, La Grande Madre, inedito.
    3.  Esiodo, Teogonia.
    4. Il rovescio e il dritto, ed. Bompiani, 1995.
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