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Un Ponte sul Mare che Cura

17 settembre 2013

 Dall’Eco dei Monti:

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“Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, d’isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto”.

J.L. Borges

 

   La storia della nostra esistenza è sempre il disegno del mondo: noi vediamo ciò che siamo, e nello stesso tempo siamo ciò che vediamo. Terra e Cielo sono archetipicamente i nostri progenitori, e nel loro mistero cerchiamo, dall’inizio dei tempi, noi stessi.

   Così, il grande corpo della Terra è quello della Madre: gli antichi lo sentivano. Attenti e rispettosi, riconoscevano i segni fasti e nefasti, e cercavano di non essere mai invisi agli Dèi.

   Oggi è la Scienza che si occupa della Terra: la studia, e studiandola ne perde di vista l’unità. La Terra e il Cielo sono divenuti, da Dei che erano un tempo, aspetti oggettivi della realtà: e quindi li abbiamo perduti, perché non percepiamo più la loro presenza dentro di noi. Abbiamo tagliato via da noi stessi l’aspetto simbolico, il sym-ballein, che era la possibilità di restituire alle cose un valore come accostando due metà di una moneta altrimenti spezzata e senza senso.

   Un’Isola è metà della moneta: da sola non ha valore se non perché allude a tutto il corpo della Terra di cui è parte. Così la nostra Sicilia: lo sapeva già Virgilio che un tempo era unita all’Italia; poi, narra il poeta, la violenza di venti e tempeste erose quella lingua di terra che la univa alla penisola, e il mare irruppe furibondo.

   E’ la storia di una ferita, questa: un taglio netto, che costringe a una visione duale. Di qua è Sicilia, di là è Calabria. Il taglio fa male e fa paura: e così di qua c’è un mostro, Scilla, di là ce n’è un altro, Cariddi. Ma cosa ci mostrano questi mostri? Scilla divora, Cariddi vomita: sono cristallizzate nella dicotomia, nel taglio, nella dualità – e la ferita non si chiude. L’unica possibilità, allora, sembra quella di costruire un ponte. Un ponte rigido su un corpo vivo. Ma un ponte non può rimarginare una ferita.

  Un’antica pratica giapponese, il kintsugi, consente di riparare il vasellame spaccato con una iniezione d’oro per riattaccare i cocci. In questo modo un oggetto “rotto” diventa più prezioso di quando era nuovo perché ha una storia che lo rende unico, e quella storia nasce da una ferita. Quanto più l’intreccio delle linee d’oro è variegato, tanto più l’oggetto diviene irripetibile ed assume una bellezza speciale.

   Lo stesso si potrebbe dire del nostro volto, che nel tempo si costella di rughe: sono le linee del tempo che raccontano la nostra storia, anch’essa unica e irripetibile, ed è proprio il tempo a renderle tanto più profonde quanto più preziose. E’ il nostro processo di individuazione quello che ci consente di diventare unici proprio attraverso mille “crepe” e mille ferite, labirinto di fili d’oro che restituiscono unicità alla nostra esistenza; e lo stesso processo che noi viviamo nel corpo, nella mente e nell’anima, la Terra che abitiamo lo vive in se stessa.

   E’ del secolo scorso la scoperta del geologo Alfred Wegener da cui derivò un’ampia branca delle Scienze della Terra, detta “Tettonica delle Placche”. Wegener fu il primo ad accorgersi della singolare coincidenza tra il profilo della costa occidentale del continente africano e quello della costa orientale del continente sudamericano. Proseguendo gli studi, egli si rese conto di quello che noi qui diremo con semplicità: un tempo la Terra era una sola, Pangea, circondata da un unico immenso Oceano: Panthalassa. Tutto era Terra, o tutto era Mare. Poi accadde quello che possiamo definire kintsugi: il grande corpo della Terra si mosse, si dilatò, sussultò, si frammentò; nacquero i “continenti”, e il mare, fluendo tra l’uno e l’altro, assunse il compito di suturare le ferite.

   Il mare – il nostro, quello chiamato mediterraneo perché sta in mezzo alle terre – unisce ciò che separa; è via di accesso e comunicazione, d’incontro e scambio, è quell’oro che disegna le coste e cura le ferite della Terra restituendole integrità. E’ il mare il nostro Ponte sullo Stretto, il mare che cura e ripristina. Quel mare ci consente di fluire e non cristallizzarci; di non essere qua o là come Scilla e Cariddi; quel mare cidimostra che il Ponte già c’è, un Ponte di storia e di tempo, un sym-ballein che mette insieme, ricompone, restituisce valore e integrità, un ponte dinamico e diacronico.

   Un ponte come l’arcobaleno, che invita a cercare la pentola d’oro nascosta là dove nasce e dove si compie: nel luogo irraggiungibile che solo i bambini, i folli e i creativi possono vedere: un Altro Ponte.

Daniela Thomas

 

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5 commenti leave one →
  1. 17 settembre 2013 13:53

    “Mille crepe, mille ferite e il mare che irrompe furibondo”…. Sai che lo penso veramente che molto di ciò che siamo derivi dalle vicende perfino geologiche della terra in cui siamo venuti al mondo? Grazie… Appena sarò pronta…tornerò nella mia terra. Grazie.

    • 17 settembre 2013 18:52

      anch’io lo penso. Non c’è differenza tra noi e la Terra, fra noi e il Cielo. Scriveva Origene “Intellige te alium mundum esse in parvo, et intra te esse solem, intra te esse lunam, intra te esse etiam stellas” 😀

  2. Adriana Scancarello permalink
    17 settembre 2013 21:02

    Mai parole gettate al caso le tue. Mai il superfluo. Elegante ed essenziale. Sei molte cose belle Daniela, ma soprattutto sei trasparente di luce!

    • 17 settembre 2013 21:08

      grazie, Adriana! Ricorda sempre che vediamo ciò che siamo! Quel che vedi sei tu!

  3. Ornella Papitto permalink
    19 settembre 2013 13:37

    Un riflessione talmente convincente per me, amante di tutti i ponti, che uniscono terre e culture, da poter rinunciare, con lievità, anche al Ponte di Messina. Ho inziato a coltivare la mia passione, attraverso una lettura dall’antologia di scuola media, dal ponte di Verrazzano. Mi sembrò meraviglioso. Nel 1985 a New York andai a vederlo, dopo aver atteso sedici anni. Ho rischiato di perdere l’aereo di ritorno! Oggi, a parte la mia passione per la tecnica e la bellezza dei ponti, posso coltivare un’altra passione: la bellezza della lentezza, per arrivare alla meta. Grazie donne!

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