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Paesaggi di cura allo Steri: il filo che unisce

6 ottobre 2013

“Paesaggio di cura” è il disegno di ciò che abbiamo dentro di noi e ritroviamo all’esterno; è riconoscere che, come dice Jung, la psiche è in me e io sono nella psiche, e quindi la città non è estranea alla mia individualità, ma sono io, e che ognuno di noi è questo io.

In questo tentativo di conciliazione degli opposti – dentro-fuori, io-tu, cielo-terra – inscriviamo anche “latte e lavoro”. Conciliare il segreto e il secreto della produzione di un latte che sgorga naturalmente con la “produttività” che ci porta invece “fuori”, al “lavoro”, è possibile?

A nostro avviso sì, ma a patto di partire dall’esperienza e dal proprio vissuto personale. Per questo abbiamo invitato due artisti, Claudio Montaudo e Giulia Di Natale, a tracciare un disegno vivo che ci racconti che cos’è la città; per questo vi abbiamo partecipato attivamente, rin-tracciandone la forma attraverso elementi naturali come rami, sale, latte, foglie, e sentendo quel disegno come un “mandala”, un disegno di fondazione del mondo che restituisca la città al suo posto nel Cosmo, tra il cielo e la terra.a

Per questo siamo state felici di poter organizzare – grazie al Prof. Silvano Riggio che ha creduto fortemente in noi – il nostro Convegno a Palazzo Chiaramonte Steri, oggi sede prestigiosa dell’Università degli Studi di Palermo ma un tempo sede dell’Inquisizione: è grande la nostra aspirazione, che è quella di conciliare gli opposti. Vita e morte, latte e sangue, alto e basso sono il senso del nostro percorso, all’interno di quel primo “Paesaggio di cura” che è il ventre della mamma, il primo ambiente che ci ha circondato come un abbraccio e in cui abbiamo nuotato finché non ci si è stretto intorno talmente da indurci a venire alla luce.

Alla nascita, abbiamo trovato altri abbracci a cingerci, sempre più ampi: la mamma, la famiglia, la società, la città, l’orizzonte. E così tutta la nostra vita sarà “informata” da nascite e rinascite che ci consentono di passare attraverso tutte le sezioni di cerchio che poi rappresentano il corpo sferico della Terra.

A me è stato dato il compito di presentare, insieme a Marika Gallo, che presiede l’Associazione “In braccio alla Luna”, questo Convegno; e non avrei potuto farlo senza prima vivere dentro di me una forte esperienza di conciliazione come quella che riporto di seguito. Il disegno del Mandala, infatti, è stato previsto nella Sala delle Armi, che abbiamo scelto come primo e ultimo momento del nostro Convegno.

Nella Sala delle Armi di Palazzo Chiaramonte Steri c’è una grande campana di bronzo che un tempo era sul tetto e suonava per decretare la morte dei condannati a morte dall’Inquisizione.b

Ora la bella campana è aggiogata a una base di legno, come prigioniera, incapestrata, in una sala grigia e tetra: sin dall’inizio ha attirato la mia attenzione. Come può una campana suonare la Morte?

Allora, mentre Claudio e Giulia lavoravano in silenzio al grande Mandala di cinque metri di diametro, ho provato a suonare la mia piccola campana tibetana accanto alla Grande Campana muta. Bello, ma non mi soddisfaceva. Ho provato a tenerla sulla punta delle dita e suonarla dentro la Grande Campana, e lei assorbiva tutto il suono: non si sentiva niente, non riusciva neppure a vibrare. Ci sono rimasta male, ma ho pensato che dovevo trovare un modo per farle incontrare. Ho provato a sfiorare la Grande Campana con il mio legnetto, ma lei restava rigida, e se la colpivo suonava, sì, ma non risuonava: ho capito che bisognava colpirla da dentro per ottenere una sonorità completamente diversa. Allora mi ci sono accoccolata sotto, con la testa dentro, e ho collocato la mia piccola campana per terra proprio al centro. La mia non deve essere colpita, non c’è bisogno: basta sfiorarla e suona, ed io l’ho fatto, e il suono saliva ed entrava nella grande Campana della Morte, ed io credo che le restituisse vita. Nel frattempo è passato un custode e mi ha detto “si tolga da lì, signora, quella campana suonava a morto prima, c’è tanto dolore qui”, ma io non potevo andar via, dovevo continuare, perché era come se si stesse sprigionando una luce, una forza bellissima. Continuavo a sfiorare la mia Piccola Campana, e ogni tanto sollevavo la mano in alto e con il mio legnetto colpivo la Campana Grande, e allora ho capito. Quando staccavo il legno dalla Piccola Campana lei continuava a vibrare; invece la Grande Campana suonava solo se colpita. La Campana della Morte suona solo per un istante, ma quella della Vita intanto continua a vibrare, perché anche la Morte è Vita! E allora ho suonato per la Grande Campana della Morte, per tutti coloro che ne hanno avuto paura, per quelli che invitava a morire; e per quelli che sono morti e ancora moriranno nel nostro mare, e per la Morte stessa, che non può farci niente se è Morte; e mentre suonavo guardavo, a testa china, la mia piccola campana scintillante, così diversa da quella grande e silente di bronzo. La mia è fatta di sette metalli e unisce il Cielo e la Terra, perché in lei c’è Oro e Sole, Luna e Argento, Ferro e Marte, Rame e Venere, Stagno e Giove, Piombo e Saturno, Mercurio.

E’ stato bellissimo. La Grande Campana della Morte, dopo tanto tempo, ha suonato insieme alla Vita.

Il gruppo Maternage della Biblioteca Le Balate è un gruppo esperienziale e quindi non può essere descritto, perché cambia in base agli elementi che lo compongono; ma somiglia molto alla mia piccola Campana Tibetana, perché come lei è circolare e accogliente, concavo, ma non trattiene: al contrario sprigiona una sua nota inconfondibile che è fatta proprio dalla presenza di questi suoi componenti preziosi, tutti diversi e tutti ugualmente in connessione con il cielo e con la terra.

Il Gruppo accoglie qualsiasi cosa e la lascia vibrare a lungo, anche quando è dolorosa, come l’evento che proprio il giorno prima del nostro incontro ha causato la morte, nel nostro Mare, di bambini, uomini e donne anche incinte che si aspettavano di trovare invece una nuova vita.

All’interno della piccola Chiesa di Sant’Antonio Abate, interna allo Steri, il Gruppo ha vissuto una dimensione di sacralità a cui è avvezzo, perché anche la nostra sede è in una chiesa, quella di Santa Maria delle Balate. Sempre ci riuniamo nell’abside, con tutto quello che significa; ma il quadro che abbiamo trovato qui ad accoglierci, che rappresenta un Angelo Custode di Antiveduto Gramatica, un Angelo che sembra una giovane mamma col seno scoperto, che conduce per mano un bambino indicandogli qualcosa, non poteva che indurci ad accendere una luce nella nicchia, in direzione del dito dell’Angelo:

per tutti quelli che sono venuti in cerca di luce.

Il primo intervento – proprio seguendo quel filo che riconnette paesaggio interiore ed esteriore – è quello di Claudio Montaudo, Nasce un bambino, si fonda una città. Guardare tra cielo e terra.

La città, dunque, siamo noi; e la nostra in particolare è stata definita “la città felice”, Palermo “felicissima”. Leggiamo questo breve brano di Italo Calvino, tratto da “Le città invisibili”:

Anche a Raissa, città triste, corre un filo invisibile che allaccia un essere vivente a un altro per un attimo e si disfa, poi torna a tendersi tra punti in movimento disegnando nuove rapide figure cosicché a ogni secondo la città infelice contiene una città felice che nemmeno sa d’esistere”.

Ci chiediamo: è davvero felice Palermo, o forse come Raissa, la città “regina”, “nemmeno sa d’esistere”? Cosa vuol dire “felice”? Etimologicamente, questa parola deriva da un’antica radice indoeuropea – la stessa da cui derivano femmina, feto, figlio – che significa nello stesso tempo allattare ed essere allattati. Nello stesso tempo: perché felicità è conciliazione di dare e ricevere: la prima conciliazione di opposti della nostra vita. Con questa riflessione invito al nostro tavolo Iwona Kazmierska, neonatologa, fondatrice e responsabile dell’unica banca del latte materno a Palermo, consulente IBCLC, perché ci parlerà proprio di Allattamento e benessere.

Abbiamo già detto dell’abbraccio che circonda, ma non basta. All’interno di quella circolarità, ognuno trova una propria direzione e va: è da qui che nascono l’orientamento e il diritto.

L’Articolo 37 della costituzione recita che

La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore.

Coerentemente con l’evoluzione della società, si è evoluto anche il sistema legislativo e il paesaggio di cura intorno al bambino tende ad ampliarsi garantendo lo svolgimento del ruolo di entrambi i genitori: invitiamo al nostro tavolo Concetta Balistreri, segretaria confederale provinciale della CGIL, con il suo intervento I diritti di madri e padri quando arriva un bambino.

Infine concludiamo la prima parte della giornata con la proiezione di uno spot del Video “Dove le donne” sull’esperienza della conciliazione latte/lavoro a Palermo e la discussione con Antonella Monastra, Consigliera Comunale, e con Loriana Cavaleri, dell’associazione SEND, che ci racconta la sua esperienza.

Inauguriamo la seconda parte del Convegno con un breve video che ci mostra alcuni delfini che accompagnano una barca. I delfini sono mammiferi come noi, e il loro nome in greco antico era connesso con delphys, che significa “utero” perché anche l’utero è arcuato come il delfino e gli antichi pensavano che nuotasse nel corpo della donna. Un famoso santuario era dedicato a Delfi ad Apollo Delfinio, e questo rimando ci sembra adeguato alla presentazione del Prof. Silvano Riggio, biologo marino e docente di Ecologia all’Università di Palermo, e al suo intervento sull’Ecologia della maternità.

Madre e bambino per lungo tempo dopo la nascita continuano ad essere uno, in particolar modo attraverso l’allattamento, che li riconnette profondamente; separarli bruscamente implica una grave ferita dell’affettività. Come è possibile evitarlo? Chiamiamo a parlare Monica Garraffa, il cui intervento è proprio Sostenere l’allattamento sul luogo di lavoro.

Il nostro pomeriggio prosegue con la consegna, da parte di Donatella Natoli, del Riconoscimento “Paesaggio di cura, vicino alle madri”, un’opera di Salvatore Rizzuti, a tre aziende (Università degli Studi di Palermo, INAIL Direzione Regionale Sicilia, Backstage communication s.a.s.) che hanno attuato buone pratiche di conciliazione vita-lavoro.Ritirano il riconoscimento:

-la Prof. Pepi, in rappresentanza del Magnifico Rettore Prof. Roberto Lagalla, che ci illustra la positiva esperienza del nido aziendale dell’Università degli Studi di Palermo che accoglie anche i lattanti,

-la dott.ssa Daniela Petrucci, Direttore Regionale dell’INAIL che ci racconta come in questi anni l’applicazione del progetto regionale del telelavoro per la maternità e le lunghe assenze sia ormai ben integrato nella flessibilità dell’azienda

– il Dott. Di Donna per la Backstage Communication che testimonia come prendere in affitto un monolocale sotto il suo ufficio per permettere alla sua dipendente tornata al lavoro dopo 3 mesi dalla nascita del suo bambino di continuare ad allattarlo sia stata una scelta esclusivamente vantaggiosa per l’azienda

La dott.ssa Grazia Clementi, rappresentante del Gruppo Donne Impresa della Confindustria di Palermo, conclude con un sentito e caloroso ringraziamento e con l’impegno di riportare questi buon esempi tra le aziende di Confindustria

Torniamo nella Sala delle Armi per concludere il nostro “ciclo” lasciando un segno del e nel paesaggio: raccogliamo il latte e il sale e li restituiamo al mare del porto di Palermo, insieme ai bambini che si divertono moltissimo a versare il latte insieme alle mamme, ai papà, alle nonne, agli uomini e alle donne di questa Palermo che allatta il mare e ne è allattata quando lo riconosce.

Non è stato facile seguire questo nostro filo di tessitura, ma siamo orgogliose del nostro tentativo che ha portato alla fine a un primo tappeto di cura, che un giorno, ne siamo certe, sarà Paesaggio.

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