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Terapie intensive aperte alla Vita

26 ottobre 2013
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Questa bellissima foto delle mani di Salvatore Coppola è di Anna Rizzuti

Fuori, una folla colorata di gente che si accalca e piange e ride e racconta e ricorda e chiede e cerca sempre nuovi tasselli di una vita che va lentamente spegnendosi o forse no.

Dentro, una stanza grande e tanti letti.

Su ognuno, una persona collegata a una grande macchina.

Tutte le persone sono immobili e sembrano addormentate in un sonno di pietra.

Una di quelle persone è quella che cerchiamo, che andiamo a trovare: sola in quel letto bianco come il pavimento, come il tetto.

Sola, quella persona può ricevere il nostro saluto solo per pochi minuti. Non è possibile baciarla perché abbiamo la mascherina. E’ morente la Persona, ma non possiamo contagiarle nulla, perché anche un semplice raffreddore può essere il colpo di grazia.

Respira perché una macchina le solleva il petto, e il cuore batte perché aiutato. E’ alimentata per endovena e fa pipì attraverso un tubo, ma un bacio non possiamo darglielo nemmeno di nascosto. Possiamo sussurrarle parole di tenerezza mentre accanto agli altri letti accade lo stesso. Non c’è pudore né riservatezza.

Inermi in quella stanza bianca, siamo la sola nota colorata, tutti verdi e irriconoscibili sotto la veste, i calzari, i guanti, la cuffia che ci separano dalla Persona.

Le lacrime saranno contagiose? Per sicurezza le ricacciamo dentro. Ma una lacrima della Persona sarà una lacrima o è una secrezione? La posizione che il suo corpo prende nel letto a dispetto di tutto, quella abituale, appartiene solo alla memoria del corpo? Se apre e chiude la bocca quando qualcuno amorevolmente le inumdisce le labbra, sarà solo un riflesso? E’ solo un riflesso, conferma qualcuno, è come quando metti un dito nel palmo di un neonato e quello te lo afferra. Rimango interdetta. Per me quello è il segno di un attaccamento alla vita, ma non lo vedo come un riflesso e basta. Non posso immaginarlo un corpo senz’anima, e per anima non intendo qualcosa di astratto e staccato dal corpo, intendo quello che non so proprio dire. Intendo quello che permette alla Persona di parlare anche ansimando, senza pronunciare una sola parola, e di sentire ma non con le orecchie, e di aspettare, aggrappata alla vita, quel momento unico in cui potrà volar via.

Perché non possiamo accompagnare la Persona e dobbiamo restare freddi dietro un monitor? Perché non possiamo scambiarci le parole che ci fanno sentire tutti fratelli accanto a quel letto? Perché non possiamo manifestare la bellezza del gesto delicato di qualcuno che ci cinge con la veste verde e ci indica i calzari e ci allaccia la mascherina, come a prepararci per un viaggio misterioso? Tutte queste domande e tante altre sbattono come  farfalle prigioniere, mentre il tempo passa e la Persona muore, e noi perdiamo un’occasione.

Un’occasione, sì; perché la nascita e la morte, momenti straordinari, momenti che ci parlano della nostra vita, di ciò che abbiamo attraversato e attraverseremo, sono medicalizzati e chiusi a ogni sguardo e a ogni sentire. Sola è la donna che partorisce, solo l’uomo che muore e il bimbo che nasce. Soli in mezzo ad estranei.

E noi dietro un vetro a guardare asettici per non contagiare la Vita.

Eppure qualcosa – forse – mentre ancora le Persone muoiono, forse si muove.  Qui si può leggere come

«è tempo di riconoscere che le Terapie Intensive
devono essere un luogo dove l’umanità abbia alta priorità.
È tempo di aprire quelle Terapia Intensive che sono ancora chiuse»

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