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Salvatore Coppola lo so chi è, di Giacomo Pilati

1 novembre 2013

1380208_10201744708572650_391952407_nE’ veramente grande la tristezza, dopo questi giorni così difficili. Talmente che non mi vengono parole e sento il bisogno di lasciare che rimanga dentro, acquattata sotto un manto di neve silenziosa.

Ma voglio condividere qui il saluto di Giacomo Pilati, perché l’ho sentito mio nel tono, nell’espressione, nel vissuto. Gli ho chiesto se potevo farlo e lui ha risposto “è pure tuo”.

E’ vero, è così. Grazie.

Non è facile spiegare una storia come questa. Quando ci sei dentro fino al collo. Quando non sei riuscito ancora a prendere le distanze. Quelle che servono a ragionare sopra gli eventi, a scegliere le istantanee più semplici, quelle che arrivano al cervello e danno impulsi facili. Fame, sete, affetto, calore, freddo, rosso, azzurro, acqua, orizzonte, precipizio, movimento. Accelerazioni che uno non sa nemmeno da dove arrivano. Sa solo che è quello il momento per raccontarle. Quello è il momento giusto per inventare amicizie, amori, amici, viaggi, tradimenti, assenze. Tirandoli da dentro però, dal magma del vissuto. Che poi ognuno ci mette quello che vuole per raccontare meglio quelle che chiamano emozioni. E invece per me sono cose così. Spinte in avanti. Per questo non è facile oggi raccontare di un uomo. Di un solo uomo. Che è tutto questo. Accelerazioni, soste, poi di nuovo accelerazioni, acqua, calore, rosso, orizzonti. Mocassini, cappelli, calzette corte , camice corte, libri corti, e sigarette corte. E visioni, invenzioni. E rivoluzioni. Salvatore Coppola è stato tutto questo per me e per molti altri che su questa terra hanno scommesso la propria vita, il proprio destino, forse anche la propria memoria. Insieme a lui è cominciata la mia storia con le parole scritte. Le Siciliane nel 1998. La ripresa per lui dopo anni di cataloghi incerti e singhiozzanti. Un sogno per me che avevo raccolto quelle lacrime e quei sorrisi davanti l’occhio di una telecamera. Una scommessa per tutti e due: stanare la voglia di superare i limiti in una provincia dormiente, ripiegata su se stessa. Una gran voglia di mettersi a girare come pazzi l’Italia per raccontare a tutti che da queste parti c’era voglia di cominciare a narrare, l’irrefrenabile smania di spezzare le catene del “chi te lo fare tanto non cambia niente” e affermare con orgoglio una nuova ragione. Una società, anzi: uno ci mette il cuore e quattro parole per spiegare quello che ha capito e l’altro ci mette l’automobile per spostarsi e la rabbia per proclamare un principio di libertà in cui il nuovo patto è che i libri si comprano perché sono belli e tutti devono saperlo che a Trapani c’è un tipo che si chiama Coppola -che tutti chiamano licchia – che si è messo in testa una cosa così. Che libri sono quelli che vengono stampati per essere comprati dall’assessore e finire impolverati nei magazzini? Quelli non sono libri, sono marchette. Per questo lui non chiedeva niente a nessuno, perché i libri si comprano e basta. Da quel momento è cominciata una rete fitta e infinita di storie che sono diventate amicizie, Nicolò D’Alessandro, Marilena Monti, Salvatore Mugno, Daniela Gambino e tanti altri. Una rete di energie spalmate sul territorio come un mosaico per cambiare il colore di questa terra. Cambiare colore con le parole. Perché lui aveva un concetto etico delle parole, una cosa difficile da spiegare. Cioè le parole sono tali in quanto hanno un peso sociale, restano da qualche parte dentro una porzione di vita. E si collegano fra di loro e così nascono emozioni che si dividono con altri, passioni, sentimenti, legami. Una ragnatela di parole. Una ragnatela di persone. E dentro c’è di tutto, il cuoco (grazie Pino, quello che hai fatto per Salvatore non lo dimenticherò mai), l’architetto, il tabaccaio, il barbiere, il maestro, l’impiegato, l’oste. Spinte in avanti, appunto. E bastava questa certezza per farlo felice. E al diavolo l’impresa, i soldi, il profitto. Che serviva semmai a moltiplicare i libri. Perché lui voleva campare così con poco, ma essere libero di pubblicare le parole che piacevano a lui. Per farle restare pure dopo, quando restano solo i silenzi. Una cosa che è una bomba pericolosa per chi preferisce non sapere e continuare a dormire. Se fosse vissuto nel medioevo sono sicuro, avrebbe fatto l’amanuense. Questa città gli deve molto, ha messo in moto una macchina culturale straordinaria. Ha unito progetti, ha messo su una rivoluzione culturale che forse capiranno anche quelli che oggi non hanno ancora capito. Io sogno che un giorno spero vicino, ci sia una targa a ricordare Salvatore. Di quelle di marmo coi numeri civici e i palazzi in fila, che uno può rispondere Riccardo Passeneto non so che cosa ha fatto, è una traversa di via Fardella mi pare; ma Salvatore Coppola lo so chi è. E’ stato un rivoluzionario, un uomo per bene, un uomo che ha migliorato questa città. Con le parole. Contro i silenzi. Contro le solite cose. Ciao amico mio.
 Giacomo Pilati
 
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