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I grumi di materia e l’Universo: povertà del pensiero contemporaneo

5 novembre 2013
anche un fagiolo per germogliare deve "morire", ma se non si seppellisce il fagiolo "morto" morirà  il germoglio e non ci saranno altri fagioli...

anche un fagiolo per germogliare deve “morire”, ma se non si seppellisce il fagiolo “morto” morirà il germoglio e non ci saranno altri fagioli…

Riportiamo qui un articolo di Lidia Ravera tratto dall’Huffington Post di oggi 5 Novembre 2013:

 

 

 

 

 

 

 

 

Matteo Renzi, in coda alla spettacolare kermesse della Leopolda, forte del suo stile di giovanotto scanzonato, approva, con apposita delibera della sua giunta giovane e bella, un brutto film, vecchio e clericale.

Si tratta del cimiterino dei non nati, del diritto di seppellire grumi di materia, chiamandoli bambina e bambino. È uno splatter che ritorna sugli schermi della politica con inquietante regolarità. Il copione è sempre lo stesso: una compassionevole aggressione delle mamme mancate.

Tutte quelle donne che, poiché il corpo ha le sue insondabili leggi, non sono riuscite a portare a termine il loro dovere di animali al servizio della specie. Ci aveva già provato Sveva Belviso, vice dell’indimenticabile sindaco Alemanno. Si trattava, allora, di 600 metriquadri dedicati nel Laurentino.

Sveva dichiarò, nel gennaio 2012, che “Il seppellimento del bimbo” avrebbe “restituito valore” a quello che, senza una tomba-culla, sarebbe stato ridotto al rango di “rifiuto ospedaliero”. Si sollevò la prevedibile ondata di proteste. Da parte delle donne, da parte delle donne femministe, da parte della componente più laica della sinistra e di quella più illuminata del mondo cattolico.

Non ricordo chi vinse. Forse il cimiterino non fu edificato, forse sì. Ha poca importanza. Ciclicamente, i vari Movimenti per la vita (dei feti, non delle madri) hanno proposto di scavare fosse, piantare fiori, benedire zolle, riservare settori dei vari cimiteri per celebrare i diritti di chi non c’è. Sarebbe una delle tante crociate del superfluo, se non fosse, sempre più chiaramente e tristemente, una delle tappe simboliche più subdole ed efficaci della battaglia per la trasformazione della legge 194 in carta straccia.

Ci ha pensato il simpatico Renzi, mentre la sua giunta approvava la delibera in materia di sepolture e gravidanze interrotte? Ha pensato per un attimo che, in Italia, nascosta dietro la foglia di fico del “problema di coscienza” una percentuale elevatissima di ginecologi, rifiuta di eseguire il proprio dovere medico, nonché di ottemperare ad una legge dello Stato?

Ha provato a immaginare che cosa vuol dire per una ragazza, per una donna, che non si sente pronta a diventare madre, dover aspettare, cercare, bussare ad altri ospedali, mentre i giorni passano e l’operazione da dolorosa diventa pericolosa? No, non lui. Nessun uomo sa, nessun uomo riesce a immaginare.

Però alcuni si fidano di noi. Della parola delle donne. E ci ascoltano. È da più di 30 anni che lo ripetiamo: abortire è una sofferenza psichica, un sacrificio delle propria integrità fisica e mentale, uno scacco, un’amputazione. Ci si ricorre quando un’incidente, un’emergenza, un problema di salute o l’estrema giovinezza o la disinformazione impediscono il funzionamento del metodo anticoncezionale.

Si ricorre all’aborto quando qualcosa va storto nella relazione con l’uomo che dovrebbe diventare l’altro genitore. Quando la gravidanza è frutto di violenza, fisica o psichica. Si abortisce quando si è troppo povere, o fragili. Si abortisce perché diventare madre è una responsabilità enorme e non tutte non sempre decidono di farsene carico. Si abortisce con dolore, sempre, in ogni caso, quando l’aborto è volontario e quando è spontaneo. Si rassicuri chi teme che per le donne tutto sia diventato troppo facile. Non lo è, non lo è mai stato e non lo sarà mai. Chi, invece, in buona fede, pensa di procurare sollievo alle non-mamme, mandandole a piangere davanti a un quadratino di terra smossa, sappia che non è così. È una forma di sadismo di stato. Un’ingerenza intollerabile. Oltreché una palese buffonata.

Ci pensi, Matteo il giovane, prima di proporsi per la guida del centro sinistra. Ci pensino anche i suoi assessori.

Purtroppo la Ravera non conosce parole come “sensibilità”, “elaborazione”, “lutto”. Non sa che poter seppellire un bimbo non nato e piangerlo consente non solo di elaborare il proprio lutto per quel bambino, ma anche per ciò che di “mortificato” si ha dentro. Non sa che gli animali, quando partoriscono un piccolo morto, lo divorano e così lo seppelliscono dentro di sé, e noi invece non abbiamo altro modo di trasformare che quello di seppellire e lasciare che sia la terra ad accogliere. Non sa che addirittura, quando un embrione muore nelle prime settimane, viene riassorbito nel corpo della madre, che per lui diventa sepoltura e che lo metabolizza. Non sa, la Ravera, che i grumi di materia sono sangue; e che il sangue non è solo quel fluido colorato che scorre caldo nelle nostre vene, perché ha anche un valore simbolico; e che “simbolico” non vuol dire “inutile”, perché “simbolico” è ciò che ci riconnette all’Universo facendo sì che possiamo almeno ridimensionare il nostro smisurato Ego. Non sa, credo, che un tempo il sangue mestruale non si buttava ma si donava alla terra e alle piante, e che questo era un gesto rituale, perché consentiva a ogni donna di sentire che in lei non c’era alcun “rifiuto” – contrariamente a ora, che buttiamo tutto nella spazzatura e al limite differenziamo il vetro dalla plastica ma i “grumi di materia”, quelli non sappiamo dove metterli: nell’organico forse?; non sa che anche la cacca, sì, la cacca, anche la nostra e non solo quella degli animali, si chiamava “laetamen” perché allietava la terra, la rendeva cioè più feconda. E’ proprio l’aver tagliato via il nostro legame con la Terra che ci impedisce di sentire che in noi non ci sono grumi di materia da buttar via, perché “materia” vuol dire “madre” ed è Terra. E quando accade che qualcosa di noi o in noi muore, ebbene allora si può piangere, anche in modo rituale, piantando fiori sulle tombe e poi guardandoli e pensando che forse in quei fiori c’è un po’ di noi.

Non sa, la Ravera, che se la terra e il mare sono cosparsi di rifiuti è proprio perché non li riconosciamo più i rifiuti stessi, a partire da noi, dal nostro corpo e dalla psiche che sono inscindibili: cosa sarebbero questi grumi di materia senza psiche? riusciamo a immaginare un corpo che si definisca tale e che non sia “animato” e quindi portatore d’anima intesa come soffio vitale? Non ci riusciamo. Buttiamo le bottiglie di plastica e la placenta, dove capita, senza elaborazione: basta, l’abbiamo buttata, non c’è più. Invece rimane, cara Ravera, rimane dentro. E senza un cimiterino fuori di noi non siamo altro che bidoni di spazzatura ambulante, bombe di gas tossici e miasmatici pronti ad esplodere.

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ecco un fiore nato dall’humus…

Non è né un fatto religioso né un fatto consumistico: è una questione intima e spirituale, “semplicemente”.

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5 commenti leave one →
  1. antonella permalink
    5 novembre 2013 08:55

    Grande Samina nel commentare il triste scritto della Ravera.

  2. 6 novembre 2013 08:41

    Grazie

  3. Sergio permalink
    8 novembre 2013 09:15

    Sono semplicemente due posizioni diverse. Ci sono donne che ritengono di voler dimenticare la tragica esperienza, specie quando hanno deciso loro di abortire, e non desiderano un luogo della memoria. E ci sono donne che lo desiderano ardentemente. Ognuna ha i suoi motivi, la Ravera sembra riconoscersi nella prima categoria. Non vedo lo spazio per denunce o indignazioni in questa faccenda. Perchè per tante persone che ritengono triste lo scritto della ravera, altrettante riterranno triste il cimitero dei non nati e il battage politico al riguardo.

    • 8 novembre 2013 16:30

      Oh no, non sono per niente d’accordo. E’ vero che sono due posizioni diverse, e per questo potrebbero benissimo convivere. La Ravera però ha usato parole pesanti e taglienti per chi non la pensa come lei, e questo non è confacente al suo ruolo di Assessore.

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