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Perché un figlio non è un grumo di materia – Claudia Ravaldi

7 novembre 2013
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“grumo di materia” o germoglio?

Dalla pagina facebook di CiaoLapo Onlus, un’Associazione a tutela della gravidanza a rischio e della salute perinatale, che offre anche sostegno psicologico nella perdita in gravidanza e dopo il parto (per il sito clicca qui), copio questa nota di Claudia Ravaldi in risposta a un articolo di Lidia Ravera già pubblicato e commentato su Domodama (clicca qui per leggerlo).

Sono molto contenta di avere ricevuto il permesso di ospitare questa nota su Domodama, perché, come ho scritto a Claudia, non è facile trovare parole per tutte le cose. Ci sono parole che, come fantasmi o – quelle sì – “grumi di materia”, girano dentro e non riescono, spesso, a trovare un suono e una voce e un senso, e a volte non riescono neppure a diventare pianto, ma rimangono incistate e si fanno dure come pietre appuntite e feriscono a ogni movimento. Invece lei è riuscita a sciogliere il “grumo”, ne ha trovato il cuore rovente: e da lì ha raggiunto il mio. Per questo le voglio condividere, così che possa raggiungere tutti i cuori, anche quelli più induriti.

Mompride (del perché un figlio non è un grumo di materia e del perché il lutto non ha bandiere)

6 novembre 2013 ore 10.38

Il mio secondo figlio si chiama Lapo ed è nato morto.

Nato (partorito, uscito dall’utero) già morto (il suo cuore, quell’organetto che suona fin dalle sei settimane, ha smesso di battere).

NATOMORTO non è una parolaccia, descrive una condizione fisica.

Prima c’era vita, adesso non c’è più.

Mio figlio era vivo, poi è morto.

Se non fosse stato vivo, non sarebbe potuto morire (ab-orior, la mitica parolina con cui si snellisce questo concetto, significa ahinoi la stessa cosa, cioè morto prima di nascere).

O sbaglio?

Lapo è nato-morto e basta. Per favore non rivolgetevi a mio figlio con frasi imbarazzanti perché talmente concettuali e stereotipate da essere lontane anni luce dalla nuda verità descrittiva. Non lo rappresentano, e offendono la sua memoria di feto in procinto di vivere anche fuori dalla mia pancia.

Non è un “mai nato” , non è “un angioletto“, non è un “grumo di materia“, non è una “proiezione delirante della mia mente” (a meno che il pensiero non crei carne), non è una “romantica idea di un figlio“, non è un “simulacro” della mia non maternità (a meno che non esistano simulacri carnei con le mani e il broncio) .

Cosa è Lapo?

Un feto (perché stava nella pancia e i bambini nella pancia si chiamano feti, che significa il nato, colui che è stato, figlio) morto prima di uscire dalla mia pancia.

Chi è Lapo?

Un “nulla“? Una “faccenda privata tra me e mio marito”? Un “santo“? Una “disgrazia“? Un “errore della Natura“?

Lapo, essendo vissutodentro di me altro non è che mio figlio, morto con un tempismo da velocista olimpico ma pur sempre mio figlio. E questo basta.

A chi compete parlare, decidere, opinare, nominare, giudicare Lapo, stabilire quanto è persona, quanto si tratti invece di oggetto inanimato, quanto grande è il vuoto che ha lasciato, quanto era ed è importante per i suoi genitori?

A chi compete stabilire se sia troppo o troppo poco l’affetto e l’attenzione che gli rivolgiamo?

Chi può decidere per quanto tempo dovrei volerlo ricordare e chi può impormi di scordarlo e di non nominarlo, “perché non era neanche un bambino?”.

Chi può essere così arrogante da stabilire a priori cosa è “normale” e cosa “anormale, macabro, raccapricciante” nel lutto di un genitore?

Lapo è (e resta) soprattutto figlio. Figlio mio e di chi insieme a me lo ha desiderato, atteso e protetto per quanto è stato possibile.

E dentro la parola figlio ci sono concetti, vissuti e sensazioni che sono sostanzialmente di chi li prova, e non di chi guarda da fuori.

E dentro la parola gravidanza, c’è un caleidoscopio esperienziale così vasto, che solo un approccio umile, ma anche curioso, intelligente, colto e disinteressato può sperare di coglierne a pieno le sfumature.

Il concetto di figlio, e il concetto di gravidanza, sono accomunati dal concetto del progetto, del divenire, del trasformarsi.

Chi ha figli vivi, lo sa, che la trasformazione non finisce mai, perchè è il gioco della relazione, il cambiamento, la crescita, la conquista dell’autonomia, l’interdipendenza.

Chi ha figli morti, anche precocemente, se ha guardato il caleidoscopio con sufficiente attenzione, lo sa lo stesso. Lo sa già, che succederanno cose, che l’identità personale e di coppia sarà messa in gioco, che è un gioco di equilibrismi, spesso così attraente, che sì, vale la pena di provare, o che no, non ancora, non adesso.

E allora, ogni anno 700.000 donne in Italia iniziano una gravidanza.

Di queste, 500.000 diverranno madri di bambini vivi. Le altre, interromperanno quel progetto, lo rimanderanno, o lo vedranno frantumarsi una, due, dieci volte, per quelle inspiegabili (e implacabili) leggi che fanno parte della Natura e della Vita.

Queste donne reagiranno a tutto questo come possono. Saranno guidate da condizionamenti culturali e familiari, dall’immagine che hanno di se stesse e che vorranno o meno conservare, dal giudizio degli esperti, o dal gruppo di pari. Saranno influenzate dai dibattiti sulla vita e sulla morte, dalle frasi fatte, dalle correnti di pensiero.

Alcune ci resteranno impigliate, nelle correnti di pensiero (hai già un bambino a casa, meglio ora che più avanti, non farti vedere così depressa da tuo marito!, fatene un altro), nelle frange estreme (bambino fin dal concepimento: assassina / non era un bambino, smetti di frignare!, oppure: è colpa sua, se lei ora ha dolore doveva pensarci prima/ i figli si rifanno tu sei una donna intelligente e lo sai che non sei l’unica coraggio che c’è di peggio, devi essere forte), e soffriranno.

Soffriranno così tanto per i loro lutti negati, o al contrario per le loro scelte colpevolizzate e dissacrate, da rischiare di soffrire di più per questa solitudine che per l’evento che l’ha preceduta.

Alcune, stanche di ricevere solo parole e giudizi e vedere gli altri arroccarsi in posizioni sterili lontane anni luce da una minima forma di empatia e di supporto (che non si fa con i consigli o le imposizioni, ma con il rispetto e l’ascolto)  arriveranno a cristallizzare il loro lutto per sempre, ben nascosto dentro, imploso, al riparo da parole indiscrete e taglienti, o ad esasperarlo, questo lutto, vivendo solo per lui.

Il dolore, che genera dolore, l’abbandono che genera abbandono.

Tutta colpa della chiesa! diranno alcuni. Tutta colpa delle femministe! diranno altri. Tutta colpa della crisi economica! suggerirà qualcuno.

Tutta colpa della fottuta biologia, dico io.

E sapete perché? Perché siamo mammiferi!

Io sono una mammifera femmina. Lo so perché ho la dotazione di serie tipica delle mammifere della mia specie: ho vagina utero, ovaie e due tette, in effetti ho il ciclo e il mio cervello contiene ghiandole che promuovono la produzione di prolattina, progesterone, ossitocina e svariate altre cose che mi accomunano alle tigri e alle scimmie.

Come si addice ad un mammifero (perché i polpi e le cavallette, per quanto ne so, hanno un approccio un pò diverso alla vita), ho usato e uso il mio corpo, che abito, e che ho condiviso col mio compagno e coi miei figli: con-diviso, perché è proprio nel mio corpo che i miei figli si sono sviluppati.  Li ho sentiti crescere (sapete che i corpi delle mammifere segnalano in modo piuttosto netto e rapido la presenza di un processo di gravidanza in corso, spesso anche prima del test?), ho assistito alle modifiche fisiche e mentali (c’è quella cosa buffa dell’angoscia per il parto, quella del ripensare al proprio essere stata bambina, quella del volere accanto 24 ore su 24 il proprio compagno…e quella di pulire il nido, in preparazione dell’arrivo del neonato e ce ne sono mille altre, diverse ed ineluttabili).

Se avvengono trasformazioni personali nel corpo delle donne, e nelle loro teste, fin da subito, a causa di quel patrimonio biologico che sono gli ormoni e i neurotrasmettitori (lo sapete, che i cervelli delle mamme “crescono” durante la gravidanza perchè alcune aree cerebrali ossitocino-dipendenti si sviluppano per permettere un maggiore accudimento?), se tutta questa roba avviene nel corpo delle donne, allora mi viene una domanda:

di chi sono i figli (voluti e non voluti, sani e nati morti) nelle pance?

Da giorni tra mammifere umane si parla solo di questo (le mie gatte hanno mollato al terzo articolo riduzionista, non ce la possono fare). Il dibattito, originato dall’approvazione del nuovo regolamento della preesistente area cimiteriale preposta ai feti, del comune di Firenze, si è subito spostato prima al valore del feto, poi alla 194, poi all’esagerazione di chi, da mamma mancata, piange su un quadratino di terra in un “cimiterino”.  La questione sta viaggiando da giorni su pareti scivolose e perniciose (non tanto per chi ci cammina, ma per chi suo malgrado è direttamente coinvolto dall’argomento): sono fiorite ideologie, si è gridato sui diritti dell’uno o i diritti dell’altro, su chi viene prima e chi dopo, su chi è persona e chi no. Si è dissertato su chi soffre di più o di meno e via discorrendo. In soldoni, si è utilizzato il dolore delle donne relativo ad una gravidanza interrotta o alla perdita di un figlio come cavallo di battaglia per altri scopi, ben lontani dalle donne che vogliamo proteggere e sostenere (vogliamo davvero tutelare? WE really CARE?).

Torniamo alla mia domanda, scaturita da tutto questo pestar di tastiere:

di chi sono i figli nelle pance?

Dello stato? Delle religioni? Delle femministe? Della politica? Di Dio?

Poniamo che qualche millimetro cubo di mio figlio sia un pezzettino ciascuno di questa gente qui sopra, tutta interessata, almeno a leggere i giornali e le opinioni, alla vita e alla salute della donna e del bambino (di ambedue, dell’uno o dell’altra, a seconda di chi scrive).

Chi dà diritto a tutta questa gente di affollare il mio utero e sindacare su cosa credo-penso-sento-voglio come persona e come corpo che sta formando un altro corpo?

Se tutta questa gente si è presa in appalto un pezzo delle nostre gravidanze e dei nostri figli, al punto da finire con l’appropriarsene per intero a mò di vessillo, è solo perché nei secoli dei secoli io come donna, mamma e portatrice di nascituro ho lasciato loro (nella mia immensa bontà/ingenuità/bisogno di affidarmi ai miei simili, per il famoso principio biologico dell’interdipendenza) la possibilità di partecipare e condividere quel prezioso “processo biologico” che cullo  nella mia pancia.

Lasciare che siano altre persone a dirci cosa è giusto e cosa no, cosa merita di essere pianto e cosa no, quanto valgo e quanto non valgo in considerazione di come agisco la mia gravidanza e il mio eventuale lutto è stato ieri ed è oggi un pericoloso errore.

Cercano di farci credere che esistano due tipi di donne: quelle che si autodeterminano e quindi abortiscono ma vanno protette dai cattivi di turno, e quelle che vorrebbero figliare ma non possono, e perdono grumi di materia.

La fottuta biologia, però, rivendica il suo ruolo. La biologia di questi due presunti gruppi di antagoniste (ci spieghino poi dove mettiamo le eventuali e numerose donne che hanno vissuto entrambe le esperienze) è identica. Sono femmine di mammifero, della specie umana.

In cui è partito un processo gravidico. Nel primo caso, poniamo che questo processo gravidico che mira allo sviluppo di un feto sia indesiderato (dalla persona con la pancia, quindi dalla sola che possa dire qualcosa in merito alla sua pancia e alla sua vita); nel secondo caso questo processo gravidico va in “crash”: qualcosa non funziona e la gravidanza si interrompe con la morte di quella cosa nella pancia che gli altri possono anche chiamare Yersinia Pestis o R2D2, ma tu persona con la pancia sai benissimo che per la tua biologia, è un figlio (anche se chiamare le cose con il loro nome può spesso fare paura).

Può darsi che io decida che no, non posso e non voglio avere un figlio adesso per tutta una serie di motivi, e che scelga di rinunciare a questa relazione appena abbozzata. Può darsi che io desideri più di ogni altra cosa iniziare una gravidanza e questo non si realizzi, gli embrioni non si impiantino, e via discorrendo. Può darsi che io, incinta e lanciatissimanel progetto di gravidanza, subisca uno stop crudele e inaspettato con la morte di mio figlio. In tutti questi casi sarò solo io ed io soltanto a dialogare col mio corpo (e i suoi implacabili cambiamenti) con la mia mente (e le sue difficoltà di fronte al nuovo e all’imprevisto) e con le persone di cui mi fido e che amo relativamente a cosa è meglio per me, per noi, rispetto a questo evento.

Tante troppe persone affollano gli uteri delle donne. Tante, troppe persone non riuscendo a mettersi nei nostri panni, cercano di infilarsi direttamente sottopelle facendo muro tra me, e la mia esperienza di maternità, qualunque risvolto abbia.

Nei casi più dolorosi, tra me e la perdita di mio figlio.

Uscite dai nostri uteri, perfavore.

E guardateci negli occhi, mentre dite che siamo madri mancate e che i nostri fazzoletti di terra sono inutili, e peggio ancora lesivi, di altre femmine, come noi.

Claudia Ravaldi

CiaoLapo Onlus ha anche inviato una lettera al Presidente della Regione Lazio e ai componenti della Giunta Regionale, nonché alle agenzie di stampa e all’Huffington Post, insieme a una lettera al Direttore (per leggerla cliccate qui). Domodama condivide, caldeggia e promuove quest’iniziativa, perché è impensabile immaginare che una persona che si esprima come si è espressa la Ravera possa avere un incarico pubblico come quello di Assessore alla Cultura e alle Politiche Giovanili.

Se la condividete, vi chiediamo di sostenere l’iniziativa copiando e incollando in una email questo testo (potete personalizzarlo se volete, ma per favore state attenti a non essere offensivi):

Oggetto: Chiediamo le dimissioni dell’Assessore Lidia Ravera

Al Presidente della Regione Lazio

Ai componenti della Giunta Regionale

Io sottoscritto, nome e cognome, sostengo e sottoscrivo la richiesta della Associazione CiaoLapo Onlus di immediate dimissioni dell’Assessore alla Cultura e alle Politiche Giovanili Lidia Ravera. Ho letto quanto da lei scritto sul tema della morte endouterina e del diritto di sepoltura e l’ho trovato offensivo ed incompatibile col ruolo istituzionale ricoperto.

La lettera aperta a cui mi riferisco è questa: https://www.dropbox.com/s/k2m23u0qjpugz6e/Richiesta%20dimissioni%20Lidia%20Ravera.pdf

In fede

Nome e Cognome

Le email a cui inviarlo (prese dall’elenco pubblico presente sul sito della Regione Lazio) sono:

presidente@regione.lazio.it, lravera@regione.lazio.it, msmeriglio@regione.lazio.it, cciminiello@regione.lazio.it, assessoratoumr@regione.lazio.it, sviluppoeconomico@regione.lazio.it, assessore.refrigeri@regione.lazio.it, lvalente@regione.lazio.it, assbilancio@regione.lazio.it, rvisini@regione.lazio.it, dimissioni@ciaolapo.it 

A INTEGRAZIONE DEL POST (12 NOVEMBRE 2013)

In seguito all’articolo in cui Lidia Ravera chiede scusa per i toni usati (per info vedi qui), e non essendo il nostro un discorso fazioso di appartenenze partitiche, condividiamo la posizione di CiaoLapoOnlus che ritira la richiesta di dimissioni dell’Assessore. 

  

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