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Sentenza del Tar sui “permessi per allattamento”

28 novembre 2013
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Fonte “Un altro genere di comunicazione” e “Cagliari Globalist”

25 novembre 2013

la violenza di genere si elimina anche portando una più equa ripartizione del lavoro di casa e di cura dei bambini all’interno delle famiglie, in modo da offrire modelli di donne e uomini, di madri e padri, di genitori più rispettosi e meno “imposti”, per lasciare ai genitori la libertà di scegliere se e come partecipare all’avventura appena iniziata della cura dei propri bambini

Claudia Sarritzu intervista Isabella Dessalvi sulla sentenza del TAR

La sentenza del Tar può essere definita storica. Su quale vicenda si basa?

Un poliziotto, diventato papà di due gemelle, aveva fatto richiesta di poter usufruire dei riposi giornalieri, richiesta che gli era stata negata, nonostante fosse un suo diritto, previsto e garantito dalla normativa a tutela della maternità e paternità, con la motivazione, tra le altre, che poiché la moglie è casalinga, la normativa sui riposi non si applichi al suo caso, giacchè, secondo il Ministero dell’Interno, la cura e l’assistenza dei figli rientrerebbero nelle attività proprie della casalinga. Si era quindi rivolto all’Ufficio della Consigliera di Parità, da me rappresentato, e che assiste le lavoratrici e i lavoratori discriminati sul lavoro per motivi di genere, per avere tutela. Si trattava di una discriminazione macroscopica, sotto diversi profili, e sono intervenuta immediatamente, in primis nell’interesse del lavoratore, e con l’intento di lottare per l’affermazione dei diritti di tutte le lavoratrici e dei lavoratori che, pur sanciti costituzionalmente e dalla normativa europea, purtroppo, spesso non vengono applicati. Il TAR mi ha dato ragione.

E’ una vittoria secondo le più maschile o femminile?

E’ una vittoria, importante, sotto diversi profili. Prima di tutto per le donne, si parla tanto di conciliazione di tempi di vita e tempi di lavoro, ma le politiche di conciliazione in Italia sono ancora insufficienti, e le donne che lavorano e hanno figli sono le più penalizzate, perché non hanno sostegni adeguati! e anche se la normativa è all’avanguardia, spesso è disapplicata, o comunque da adito a discriminazioni, come in questo caso, in cui a un papà è stato negato di poter esercitare il suo diritto-dovere alla assistenza dei figli, con la motivazione che tale tutela non si applica in caso di coniuge lavoratrice casalinga! ma il lavoro casalingo ha pari dignità, come ogni altra occupazione, la giurisprudenza lo riconosce da tempo. Ed è una vittoria anche per tutti i papà, perché riconosce e tutela la partecipazione di entrambi i genitori alla cura dei figli.

La sentenza è stata emessa il 25 novembre, un caso?

In realtà la sentenza è precedente, ma è stata pubblicata proprio il 25 novembre, giorno in cui in tutto il mondo si celebra la giornata contro la violenza sulle donne. Voglio pensare che non sia un caso, e questa circostanza ha grande valore simbolico: la violenza sulle donne, infatti, è il prodotto ultimo della discriminazione che nega pari diritti e pari opportunità a donne e uomini. in una giornata come questa, è stato ristabilito e affermato con forza un principio di parità e non discriminazione, è un segnale importante.

In quali altri paesi europei esiste già il permesso per i padri?

Sintetizzando, posso affermare che, in genere, in materia di maternità e lavoro i paesi dell’Europa settentrionale e in particolare i paesi scandinavi sono quelli con normativa all’avanguardia e politiche del lavoro e di sostegno alla maternità puntuali ed efficaci. la percentuale di donne che lavorano è altissima, e il diritto alla maternità è garantito e tutelato, concretamente. da questo punto di vista in Italia c’è ancora un enorme lavoro da fare, soprattutto a livello di cultura di genere, che manca. E’ assurdo e profondamente ingiusto che in Italia una donna debba ancora scegliere se lavorare o essere madre. Dobbiamo tutti fare di più

 

foto www.il mondodeigemelli.org

foto http://www.il mondodeigemelli.org

In Italia, la legge riconosce e retribuisce il diritto all’accudimento del bambino, attraverso il congedo parentale che tutela il diritto alla maternità e alla paternità. Nello specifico delle pause, sono previsti i riposi giornalieri di due ore o una, se l’orario di lavoro è superiore o inferiore alle sei ore.

Comunemente conosciuti come permessi per allattamento, in realtà non sono legati al requisito che la madre allatti o meno, ma è una riduzione dell’orario di lavoro nel primo anno di vita del bambino. Essendo cumulabile, molte donne (e alcuni uomini) ne usufruiscono in entrata o in uscita. Per mantenere la lattazione e proseguire l’allattamento, soprattutto nei primi sei mesi di vita
del bambino, potrebbe essere utile chiedendolo e concordandolo, spezzare i centoventi minuti a disposizione in più volte e valutare la possibilità di fruirne nel luogo di lavoro. Monica Garraffa, Sostenere l’allattamento sul luogo di lavoro. Palermo, 4 ottobre 2013 Paesaggi di cura, latte e lavoro.

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