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Più donne in strada. La sicurezza siamo noi

27 dicembre 2013
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Più donne in strada. La sicurezza siamo noi
Michela Barzi

Cosa ci fa sentire al sicuro quando camminiamo per le strade in città? Negli ultimi anni le istituzioni hanno risposto quasi ovunque promettendo più forze dell’ordine. Ma la presenza di persone comuni in strada, il recupero di spazi pubblici e molti sguardi che osservano fanno assai più di divise e pattuglie. L’esempio di una campagna Usa

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La politica da tempo propone una maggiore presenza delle forze dell’ordine nei quartieri come programma di sicurezza urbana. Ogni volta che un crimine viene commesso nelle strade delle città c’è sempre qualcuno che invoca o promette più controlli di polizia per rafforzare il “senso” di sicurezza. Evidentemente alla sicurezza vera e propria si preferisce anteporre quella percepita, ma basterebbe riflettere qualche istante per rendersi conto che è proprio la presenza delle forze dell’ordine l’indicatore dell’insicurezza di un luogo mentre le persone che si muovono liberamente in strada rassicurano con la loro stessa presenza. Al contrario, uno degli indicatori della sicurezza di un luogo è la presenza delle donne, sia come componente dell’umanità che anima la vita delle strade, sia come attrici di una forma antica ed efficacie di controllo di ciò che avviene nelle strade.

Tra i ricordi d’infanzia degli adulti di oggi c’è probabilmente un membro della famiglia ad osservarli mentre attraversano la strada per andare a scuola o a controllare che tutto andasse bene nel luogo dove i bambini s’incontravano a giocare. Nella maggior parte dei casi era una figura femminile, una madre, una nonna, una sorella maggiore ad occuparsi di dare un occhio ai più piccoli. Ancora oggi sono soprattutto le donne ad accompagnare i bambini a giocare all’aperto, certo non nelle strade dominate dalle auto ma nei giardini pubblici e ovunque esista uno spazio sicuro.

Qualche tempo fa è capitato che in Texas una madre di due bambini di 6 e 9 anni fosse arrestata per aver consentito loro di uscire a giocare nella strada cul de sac davanti alla loro abitazione in un sobborgo residenziale. Malgrado la signora stesse sull’uscio di casa a buttare un occhio sulla strada dove i pargoli si divertivano con i monopattini, qualche vicino ha pensato di chiamare la polizia e di denunciarla per aver messo i figli in pericolo. Eppure la signora stava facendo una cosa che milioni di madri urbane hanno fatto da sempre: controllare che i bambini potessero usare la strada per il proprio divertimento e come mezzo di esplorazione del mondo.

Osservare cosa succede sulla strada ed in generale negli spazi pubblici dove s’incontra una comunità di persone non ha nulla a che vedere con il controllo dell’ordine pubblico svolto dalla polizia. Anzi, l’attenzione al modo in cui nello spazio pubblico s’incontrano i diversi attori sociali dovrebbe rientrare nelle competenze di chi si occupa di pianificare la città. Lo affermava più di 50 anni fa Jane Jacobs che urbanista non era ma che conosceva molto bene i danni prodotti dalla pianificazione urbana disattenta alla società. La strada e lo spazio pubblico in genere sono il teatro della convivenza civile, il luogo dove le persone s’incontrano e mischiano le loro diversità. Come tutti sanno per esperienza diretta, l’intensità e la varietà di questi incontri è una garanzia di sicurezza: è normale sentirsi in pericolo camminando in una strada deserta, mentre al contrario più le strade sono affollate più ci sentiamo sicuri. Ciò accade perché le persone che vi transitano o che si affacciano dalle finestre degli edifici, sono in grado di restituire la sensazione di controllo esercitata dai loro occhi. Avere molti occhi sulla strada, ci ricorda Jacobs nel suo Vita e morte delle grandi città americane, è uno straordinario antidoto contro il crimine ed è un potente collante del senso di comunità.

Le strade dei sobborghi dominati dall’auto, con le strade che finiscono dentro la lottizzazione e le file di garage che affianco agli ingressi delle villette, sono quanto di meno adatto esista per fare passeggiate ed incontrare le persone. Qui l’abitante privo dell’auto semplicemente non esiste. Tanto meno, in quanto agglomerati edilizi monofunzionali, questi insediamenti residenziali si possono definire quartieri, dato che l’interazione tra persone che avviene nello spazio pubblico lì non trova le condizione per esistere.

I figli della signora texana, malgrado la brutta esperienza della madre, sono fortunati: a differenza degli altri bambini dei sobborghi a loro è consentito spostarsi non esclusivamente sull’auto. Eppure da tempo i medici e gli psicologi lanciano periodici allarmi sulle conseguenze della mancanza di movimento da parte dei bambini. Stress ed obesità, insicurezza e depressione sono in crescita tra i minori di 15 anni, perennemente accompagnati da un genitore in auto a scuola, a svolgere l’attività sportiva, e persino a giocare dagli amici. E’ quasi sempre la madre a farsi carico di questi spostamenti che potrebbero essere evitati se per il gioco ai bambini fosse data la possibilità di uscire di casa da soli, se le scuole non fossero costruite a distanze impossibili da coprire a piedi, se i percorsi casa-scuola fossero pensati anche per chi usa la bicicletta.

Justice for Family, un’associazione che negli Stati Uniti si occupa di riformare il sistema giudiziario minorile, lo scorso 6 agosto ha dato vita all’evento Night Out for Safety and Democracy. L’immagine del manifesto realizzato per l’occasione, qui riportato, sarebbe probabilmente piaciuta a Jane Jacobs che quell’idea di strada piena di scambi sociali l’aveva fortemente difesa contro l’urbanistica dei sobborghi-giardino, collegati alla città solo dalle strade di scorrimento veloce automobilistico. E un caso che nel manifesto chi osserva la vita della strada sia una donna? No, perché l’osservazione è un’attività di cura ancora prevalentemente svolta dalle donne, come ci ricorda l’espressione inglese to look after. L’approccio di Justice for Family alla sicurezza urbana è esattamente l’opposto di ciò che normalmente avviene nel sobborgo, dove le strade sono pattugliate dalla polizia e dalle agenzie di sicurezza privata. Gli occhi sulla strada promossi con la loro iniziativa sono finalizzati ad evitare che della sicurezza di un quartiere si debba occupare le forze dell’ordine. E’ il senso di appartenenza alla comunità che spinge i cittadini ad usare lo sguardo per rendere più sicuro il proprio quartiere, mentre, al contrario, l’individualismo del sobborgo genera l’insicurezza del suo abitante appena fuori da casa o dall’auto. Una diversa considerazione del ruolo delle donne nella sicurezza urbana e nel campo della pianificazione urbanistica, che ha una grande responsabilità circa la separazione dei flussi della mobilità gerarchicamente basati sull’auto, servirebbe molto a cambiare le cose, e chi sa se almeno lo capiranno le donne che pur lentamente stanno cominciando a far parte delle amministrazioni comunali.

Riferimenti

Kaid Benfield, A City With No Children, http://www.theatlanticcities.com/neighborhoods/2013/11/city-no-children/7541/

Sarah Goodyear, A New Way of Understanding ‘Eyes on the Street’, http://www.theatlanticcities.com/neighborhoods/2013/07/new-way-understanding-eyes-street/6276/

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