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Le mamme Medea: quando le donne uccidono i figli

20 marzo 2014

MedeaIl Mito, si sa, racconta “quelle cose che non furono mai, ma sono sempre”.

Se qualcuno, un tempo, ha raccontato la storia di Medea, è perché quella storia è dentro di noi, da sempre.  Come Medea, che già nel nome ha qualcosa di terribile che l’assimila a Medusa, la fanciulla costretta da una sorte avversa a diventare mostro pietrificante. Med-, la radice da cui nascono i nomi di queste due fanciulle, ha a che fare con medico, meditare, rimedio; e con mente.

La mente rimane a volte prigioniera di se stessa e del proprio mentire: e pietrifica gli altri e se stessa. E tutti noi abbiamo una mente.

Per questo gli eventi tragici che leggiamo in questi giorni potrebbero illuminarci su quello che siamo, tutti quanti e non solo qualcuna o qualcuno. Su quelle cose che non furono mai ma sono sempre.

Riportiamo questo articolo di Concita De Gregorio perché veramente è aperto alla ricerca di senso piuttosto che al facile rigore di un giudizio.

 

Sei bambini su dieci sono uccisi dalla madre Lo dicono le statistiche. Una strage causata da disagio e solitudine. Come dimostra il caso di Lecco.

Quello che davvero fa cambiare canale o voltare pagina non è il racconto di come una donna abbia ucciso i suoi figli. Ai dettagli degli omicidi ci si è lentamente assuefatti, un doping omeopatico che li ha resi agli occhi di molti persino attraenti. Lo testimoniano, purtroppo implacabili, i numeri: migliaia e migliaia di visualizzazioni online, milioni di persone all’ascolto dei programmi che ricostruiscono il delitto. Share da record. Plastici della casetta di Cogne e dirette da Avetrana. La retina collettiva degli spettatori del mondo intero, del resto, è abituata dal cinema e dalla diretta della realtà a montagne di cadaveri e ad esecuzioni individuali con pubblico esultante, a smembramenti torture e agonie di ogni genere. Non è dunque solo il racconto della morte quel che risulta inguardabile, nemmeno quando si tratta di bambini.

È il fatto che siano le madri a uccidere i loro figli ciò che fa portare la mano alla bocca e a dire no, non posso crederci, è contro natura, una madre non può.
Invece può. Una madre può: i grandi tragici, migliaia di anni fa, lo mettevano davanti agli occhi della comunità, rappresentavano in teatro una realtà da testimoniare e insieme esorcizzare. Si legge nelle Sacre scritture. Oggi succede un giorno sì e un giorno no, in Italia: quattro volte alla settimana si consuma un delitto o un tentato delitto di genitori su figli bambini. Sei volte su dieci sono le madri a provare ad uccidere o a farlo. Sei su dieci. Padri e madri, almeno in questo terribile angolo buio, sono quasi alla pari. Allora ricominciamo daccapo.
Nella storia della madre che ha accoltellato le tre figlie e le ha ricomposte sul suo letto nella casa di Lecco ad essere inascoltabile è che ancora una volta, di nuovo, si dica che è stato un raptus. La litania rassicurante e fasulla del raptus. La follia che tutto spiega, tranquillizza. Era matta, ecco perché. Non ci riguarda, era pazza. A noi non capita, noi siamo sani. E non importa se dice che voleva sottrarre le figlie al destino di miseria, se nel pianto spiega che temeva che avrebbero finito per prostituirsi, che non ce la faceva più da sola non aveva come crescerle, non aveno va nessuno. Non importano le parole comprensibili, disperate. Era pazza e basta, perché una madre non può.
Invece può. Duecentocinquanta (è una cifra imprecisa, forse debole per difetto, una media dei dati forniti dalle associazioni che si occupano di infanticidio: qualcuno dice duecento, qualche altro trecento e del resto molte morti sono archiviate come accidentali) sono i bambini uccisi dai genitori negli ultimi dieci anni, lasciamo da parte le centinaia di tentativi non riusciti. Parliamo solo di madri, ora. Erano tutte donne in condizione di povertà estrema? No, a cominciare dal caso di Annamaria Franzoni: non tutte. Erano straniere, immigrate, “non italiane” come Eda, la madre di origine albanese delle tre bambine di Lecco? No. Nella larghissima maggioranza sono donne nate in Italia da genitori italiani. Erano, sono donne che vivono in periferie degradate, ai margini, magari al Sud? No. I luoghi dei delitti, dal 2013, sono Desio, Bologna, Venezia, Foggia, Lecco, Roma, Merano, Genova, Grosseto, Cosenza, la provincia di Milano, la provincia di Lecco, di nuovo Lecco e via così, da Nord a Sud, dalle città ai paesi. Ci si vuole concentrare sul fatto che nell’area di Lecco si sono consumati tre infanticidi in dieci anni? Si può farlo, ma credo si possa escludere il raptus di follia contagioso, con epicentro a Lecco.
Piuttosto questa tragica statistica potrebbe dare qualche altro elemento su cui pensare. Per esempio il come. Tutte le madri che hanno ucciso i loro figli lo hanno fatto con le mani. La maggior parte di loro col coltello, o con le forbici. Hanno tagliato. Uccidere con una lama è una modalità precisa: è molto difficile, intanto. Spingere nel vuoto, sotto un treno, sparare, avvelenare sono gesti di un istante. Usare le mani o impugnare una lama richiede un accanimento, uno sforzo fisico. D’altra parte è allo stesso modo che si viene al mondo: con accanimento, sforzo fisico e alla fine con un taglio.
Christina, di Merano, aveva 39 anni quando ha accoltellato suo figlio di quattro con lo stesso coltello con cui aveva imburrato le fette biscottate della colazione. Daniela, 43, ha ucciso il figlio di 11 con le forbici, a Rovito provincia di Cosenza. Ne aveva 36 la madre che, a Bologna, ha sgozzato i figli di cinque e sei anni, li ha adagiati sul letto matrimoniale e col quella stessa lama si è uccisa. Bologna, la città del processo a Lucia Cremonini, condannata per infanticidio nel Settecento. Era una strega, dicono le cronache d’epoca. Una strega? Bologna, la città di Grazia Verasani, scrittrice che in From Medea ha raccontato la storia — poi restituita in un film e in uno spettacolo di teatro — di quattro donne rinchiuse trecento anni dopo, alla fine del 1900, nell’ospedale psichiatrico di Castiglion delle Stiviere. Adriana Pannitteri, giornalista, ha parlato con molte altre di loro e ne ha scritto. «Ti verrà naturale essere madre, mi dicevano, invece non veniva». «Stavo tagliando le arance per la spremuta, ho avuto un buio come quanto continua a uscire l’acqua ed esce dalla vasca e non fai niente». «Ero completamente sola». «Piangeva e piangeva, non sapevo più cosa fare».
Non è vero che venga sempre naturale, non si diventa madri solo col parto e per istinto di natura. A volte, spesso, è difficile. A volte qualcosa si rompe. Quando la casa ha un odore cattivo le cose marciscono e non c’è un fuori per te, c’è solo un dentro. Quando tutti attorno ti dicono è un momento passerà, non sei felice del bambino?, quando il medico ti consiglia di riposare di più e ti congeda con due gocce. E non c’è un vicino non c’è un’amica, non c’è un lavoro fuori. Se non sai come fare a portare trenta euro a casa, e i figli chiedono. Se invece ce li hai ma ti sembra che i soldi non servano a comprare quello di cui hai davvero bisogno. Ecco. A volte passa, è vero, è una fase. Altre volte resta, imputridisce, annebbia. L’istinto di cui parlano non lo trovi. I figli però invece ci sono, eccoli, sono usciti dal
tuo corpo, sono tuoi. Un pezzo, una proprietà — per allucinata estensione. Poi non sempre, per fortuna, ma a volte si fa buio. Un buio che non si può raccontare, dopo. Bisognerebbe vederlo prima. Il vero enigma non è cosa succeda quando le madri recluse diventano, titolano i giornali, mostri assassini. L’enigma forse è cosa succeda alle “persone normali” tutto intorno: quelle che non vanno mai fuoristrada, che non si alzano la notte quando sentono urlare. Che non s’impicciano, che salutano educate, che dicono l’ho vista ieri a scuola stava benissimo, è incredibile.
La vera domanda è come nessuno si accorga mai di niente, prima, e si sgomenti tanto, dopo. Come possano dire, tutti quanti e sempre: è stato un raptus di follia e poi tornare a dormire, cambiare canale. Dice don Gino Rigoldi che bisogna ricominciare ad immaginare case “di cortile”, per i giovani. Costruire luoghi da cui si possa uscire e stare insieme, a una certa ora del giorno, in uno spazio condiviso. Parlarsi, guardarsi. Come si faceva una volta nei paesi quando la sera, all’ora della veglia, le madri e le nonne uscivano per strada portando da casa la sedia di paglia e sedevano a osservare i figli e i nipoti giocare. Diceva Franco Basaglia che nella malattia della solitudine il vuoto che spaventa davvero non è il vuoto dentro ma il vuoto fuori: nella comunità e persino nella famiglia. Quello che manca, quello che davvero ci manca, è lo sguardo dell’altro che si accorge di noi e ci fa esistere.

Concita De Gregorio, La Repubblica del 14/03/2014.

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17 commenti leave one →
  1. 20 marzo 2014 15:51

    Ho avuto paura, leggendo queste parole. Ne ho avuta perché mi sono sentita davvero, molto sola. No, ho sbagliato: sono stata lasciata da sola. Non ho mai pensato al coltello ma, stando a quello che ho letto, avrei potuto. Ho i brividi…

    • 20 marzo 2014 15:55

      C’è un’ombra dentro di noi, ma riconoscerla equivale ad accendere una luce. Quando ti senti molto sola, non esitare a cercare aiuto. L’aiuto è luce sul nostro sentiero.

      • 20 marzo 2014 20:05

        Io non ho mai esitato a cercarlo. Sono coloro a cui l’ho chiesto che hanno esitato a darmelo. Alla fine, l’ho chiesto a me stessa e mi ha aiutata!

      • 20 marzo 2014 21:05

        Non sempre siamo visibili agli altri. Se non aver ricevuto un aiuto ti ha riportato a te stessa, allora è stato un dono, il più grande. 🙂

      • 20 marzo 2014 21:59

        Ne sono convinta e mi accompagnerà per tutta la vita! E mi accompagnerò, anche… 😉

      • 20 marzo 2014 22:09

        🙂

  2. Caterina permalink
    20 marzo 2014 15:54

    Tuttavia forse identificare Medea con il mito della madre infanticida tout court sembra non essere tanto corretto. E forse non è un caso.
    http://incrocidegeneri.wordpress.com/2014/03/20/apologia-di-una-maga-barbara-ovvero-linesistenza-di-una-medea-infanticida/#more-943
    Anche lei vittima due volte del vuoto della società.

  3. 20 marzo 2014 17:41

    “Spiegare” un mito è contrario alla stessa parola “mito”, che ha una radice my- che evoca il suono che si fa parlando con le labbra serrate. In italiano da questa radice deriva “muto”, e in effetti “myein” significava chiudere la bocca, gli occhi, le ferite, e proprio così, cioè in questa disposizione all’interiorizzazione, “raccontare”.
    Altra cosa era “historìa”, la “storia”, che nasceva da “ciò che so perché l’ho visto con i miei occhi”: e questi due sguardi, quello verso l’interno e quello verso l’esterno, non vanno mai confusi né sovrapposti.
    La storia di Medea, così – quella della maga – e il riferimento al mito non servirebbero a nulla se visti con gli occhi “storici” nel senso etimologico; ma alla luce del “chiudere la bocca, gli occhi, le ferite”, in quel racconto che non importa più da chi o da cosa sia nato, può far bene.
    Può far bene perché manifesta come un “mostro” non sia quello che ci aspettiamo, non qualcuno orribile e spaventoso, ripugnante e diverso da noi al punto che noi non potremmo mai essere tali ma semplicemente qualcuno che ci “mostra” qualcosa che altrimenti potremmo non vedere. Ci mostra ciò che temiamo: tutto ciò che c’è di buio, segreto, nascosto, dentro di noi, e che grazie a questo personaggio del mito trova un nome, e quindi possiamo “chiamare”, immaginare, provare a comprendere, trasformando questa “maga” straniera e quindi estranea e diversa e barbara in una donna. Una donna come un’altra: che potevo – posso – essere io, che potevamo – possiamo – essere tutti e tutte.
    E allora, chiamare quella parte di “buio” col nome di Medea illumina e riempie quel vuoto che così diventa pieno; e la storia che allora possiamo scoprire dentro di noi diventa una storia che cura, perché dà voce al dolore, al rifiuto, alla solitudine.
    E invece di essere individui separati gli uni dagli altri, scopriamo di essere come gocce del mare, e da sempre, perché sempre c’è stata una Medea, anche se magari non si chiamava così e non aveva ucciso i figli, sempre c’è stato un Minotauro pronto a divorare tutto ciò che di buono e sano è dentro di noi. Ma chi erano questi mostri, che colpe avevano se non quella di essere nati dalle profondità più ancestrali? Questi mostri erano sempre, a ben guardare, “vittime”.
    E riconoscerli, ancora oggi, riconoscerli in noi, è “utile” perché ci fa crescere.
    Nessuna, nessuno è esente da queste “passioni”, da questo “patire”. Nemmeno Medea, per quanto fosse nipote del Sole.

  4. Jean Santilli permalink
    21 marzo 2014 14:52

    Avrei una domanda: come si chiama la “paredra” di Medea, il suo alter ego di sesso opposto? Avrei una risposta, espressa nel vocabolario moderno: “Macho”. Osservo, freddamente, che quando Macho uccide, violenta, picchia, non è oggetto delle sagge analisi che leggo qui e ovunque. Viene condannato e basta. Giusto? Si, è giusto, ma non è “utile”, anzi: è controproducente. Bisogna spingere oltre l’analisi, esaminare il “sistema culturale” che produce insieme Macho e Medea. Quel sistema ha un nome ben noto: il Patriarcato, che offre un “senso” all’azione di Macho e alla reazione di Medea, e viceversa, all’infinito dell’orrore. Per questo motivo, vado proponendo da tempo che, insieme, uomini e donne “di buona volontà” ne parlino tra loro, evitando il “derby maschio-femmina” che caratterizza il Patriarcato, affinché ciascuno curi il cancro del PROPRIO genere: gli uomini pensino a Macho, le donne a Medea. Solo così si può combattere il sistema problematico che chiamo “machismo-medeismo”.
    Concludo osservando che nella statistica, bisogna contare le decine di migliaia di Medea che, in ogni paese, non uccidono il corpo dei figli ma “solo” la loro mente, usandoli come arma nella guerra contro il “Padre”, biologico e mitologico. Di questi casi si parla sempre e solo come di “separazione conflittuale”. Eppure i figli ne escono distrutti. Il 17 dicembre 2013, per la ennesima volta, l’Italia è stata condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per non avere difeso il bambino in un simile dramma, eppure, a tre mesi dalla sentenza, la Procura ignora i comportamenti criminali “ma senza sangue”, la complicità delle istituzioni fossilizzate nelle loro abitudini sessiste, e la sorte del bambino resta quella di prima. Medea rimane impunita, se non uccide il corpo, e lo sa: i “matti” possono essere lucidissimi, che si chiamino Medea o Macho. Chi volesse maggior informazioni in proposito mi può richiedere i seguenti testi brevissimi:
    Il “machismo-medeismo, un sistema chiuso” e “Medea; il caso Foligno”.
    Jean Santilli
    jean-santilli@info-net.it

    • 21 marzo 2014 15:29

      Sono d’accordo. Questi saggi discorsi io li faccio sempre, perché per me il genere è uno solo: quello umano.
      Ora sono di fretta, ma mi riprometto di andare a vedere il sito segnalato, grazie!

  5. 23 marzo 2014 21:16

    chiedo scusa, avevo erroneamente scambiato l’indirizzo e mail per un link a un sito 🙂

    • Jean Santilli permalink
      25 marzo 2014 15:47

      Non è un sito, ma è un “indirizzo accogliente” per chiunque tenti di conoscere una realtà ben diversa di come appare sui giornali, per chiunque cerchi di capire e cambiare il mondo, provando a cambiare un po’ se stessi, ma poco: “q.b.”, come diceva la ricetta della nonna.
      Io per esempio sarei molto interessato a conoscere la fonte del suo interessantissimo discorso sull’etimologia di “Mito” e “Storia”. Se fosse invece il risultato di una Sua ricerca personale, cara Samina, me lo dica, non sia modesta oltre il necessario.
      Jean Santilli
      Progetto di Legge Santiago
      jean-santilli@info-net.it

      • 25 marzo 2014 21:49

        Sì: io amo le radici delle parole. Mi pare che dentro ci sia tutto quello che serve, c’è l’origine del mondo, c’è l’intera storia dell’uomo.
        Nelle radici delle parole c’è il DNA del nostro pensiero.
        Invece cos’è il Progetto di Legge Santiago?

  6. Jean Santilli permalink
    25 marzo 2014 22:51

    Abbiamo quindi un amore comune: l’etimologia, da Isidoro di Sevilla a Giacomo Devoto che mi dice che “muto” viene dal latino “mutus”, e questo dalla serie onomatopeica “mu… mu”. Ciò non contraddice la Sua versione, illuminante quando l’ abbina all’etimologia della parola “Storia”. Ma Lei, cara Samina, non mi dice com’è arrivata a questa interpretazione congiunta.
    Io invece tento di rispondere alla Sua domanda in poche parole. Santiago è lo pseudonimo di una piccola vittima di una Madre-Medea che agisce impunita da 10 anni, malgrado condanne per violenza in famiglia e quant’altro. Si tratta di un caso esemplare di cui ci stiamo occupando perché racchiude tutte le caratteristiche di due sindrome: la Malicious Mother Syndrom (MMS), o Sindrome della Madre Malevole, descritta da 20 anni dalla psicopatologia forense, e il suo “frutto” peggiore, la PAS, Parental Alienation Syndrom, o Sindrome da Alienazione Parentale (o genitoriale): 8 sintomi della vittima principale, il bambino, che patisce per anni le violenze psicologiche di un genitore (generalmente la madre) per fargli disprezzare, odiare, e quindi rifiutare l’altro genitore (generalmente il padre). Malgrado decine di migliaia di casi in ogni paesi occidentale, queste sindrome non sono ancora riconosciute dall’accademia, quindi per molti “non esistono”. Le resistenze culturali sono enormi. Non si può tuttavia negare l’esistenza di comportamenti criminali dagli effetti devastanti sulla psiche del bambino: ne patisce le conseguenze per tutta la vita, anche quando non sfoggiano in altre psicopatologie. Per capire il problema psichiatrico e culturale, bisogna affinare la “visione mitologica” il cui linguaggio non è più lontano dalla realtà di quello psichiatrico. Per arginare il fenomeno, bisogna operare su due piani, culturale e legislativo. Il Progetto di Legge Santiago si occupa di quest’ultimo, ma non solo.
    Per più informazioni, può chiedermi i testi brevi già citati nel mio precedente intervento. Segnalo un romanzo che tratta di un caso simile. Molto simile. Alla fine del romanzo, le piacerebbe “Il Lessico di Beba”, scritto da una ragazzina che fa la prima liceo insieme ad un vecchio zio. Due voci farebbero al caso trattato qui: “Medea”, ovviamente, e “Paride”. Nessuno lo sa, ma Paride, marionetta inconsapevole di Zeus, è all’origine di tutti i guai sofferti dalle donne. Il romanzo si chiama “Amare. Una lettera…”. Scritto da Albert Gianna, è disponibile come e.Book su Amazon: http://www.amazon.it/dp/B00I8TTY0C
    Jean Santilli
    Progetto di Legge Santiago
    jean-santilli@info-net.it

  7. 26 marzo 2014 06:35

    “Muto” e “mito” hanno la stessa radice proprio perché il tema mu- vuol dire dapprima serrare le labbra ( e quindi parlare a bocca chiusa, fare “mu”) e poi, per analogia, chiudere anche i lembi delle ferite o gli occhi come se fossero labbra; e dunque “parlare”, per dir così, attraverso quella bocca chiusa che è una ferita-feritoia, o esprimendo quello sguardo interiore che può nascere da chi è “cieco” alla realtà esteriore e vede “dentro” (non a caso gli indovini erano spesso proprio “ciechi”, cioè non avevano occhi per l’esteriorità.
    “Storia” deriva invece dal “perfetto” di un verbo che vuol dire “vedere” e per questo significa “ho visto e dunque so”, o meglio “so per aver visto”.
    Si tratta dunque di due modi diversi di vedere le cose, quello che parte dall’interiorità e si ricongiunge alle nostre antiche radici, e quello per così dire “scientifico”, che predilige l’osservazione “esteriore”. Entrambi portano a un “racconto”: il Mito, che è, come dice un antico commentatore, il “racconto di quelle cose che non furono mai ma sono sempre”, e la Storia, che è il racconto “delle cose che si testimoniano”, perché si sono viste e vissute. Non a caso la parola “martire” deriva da un tema che significa “sono testimone” e quindi “ricordo”, anche a costo di morire.
    E’ interessante quello che lei scrive a proposito del Progetto Santiago. C’è un video in rete che lo racconta con un linguaggio analogico (e quindi molto simile a quello del mito), più tardi vedo se riesco a inviarglielo (infatti non sono sicura che ci sia ancora, ma comunque io l’ho scaricato). Ora vado un po’ di fretta.

  8. Jean Santilli permalink
    26 marzo 2014 14:19

    Grazie. Interessantissimo. La mia amica Rosa Calzecchi Onesti aveva ragione quando mi diceva che dovevo studiare il greco. Per caso è ellenista, cara Samina?. Aspetto fiducioso notizie di quel video. Con calma. Niente fretta: siamo eterni. O no? 🙂

    • 26 marzo 2014 18:28

      Rosa Calzecchi Onesti? Quel Mito, addirittura era una sua amica? Complimenti!!!! No, non sono un’ellenista, ma adoro il greco antico e le radici delle parole. Il video non è più in rete (almeno non intero), ma… mai dire mai! Lo sto inviando per intero alla sua casella di posta 😉
      E’ terribile, perché mostra quanto distruttivo possa essere per un bambino vivere i conflitti familiari. Spero che possa trovarlo meritevole di attenzione.

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