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Vista sul golfo di Palermo

2 agosto 2014

 

Vista sul golfo di Palermo

Vista sul golfo di Palermo di costagar51

dal Piazzale della Statua di Santa Rosalia,
sul belvedere di monte Pellegrino.

dal Piazzale della Statua di Santa Rosalia di costagar51

dal Piazzale della Statua di Santa Rosalia
di costagar51

La statua bronzea di Santa Rosalia posta sul belvedere di Monte Pellegrino, a 458 metri sul livello del mare, sopra una piccola altura calcarea.
E’ stata realizzata nel 1963 da Benedetto De Lisi junior.

Palermo, ottobre 2013

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3 commenti leave one →
  1. SILVANO RIGGIO permalink
    3 agosto 2014 17:28

    Silvano Riggio
    Università di Palermo
    Stato del mare di Palermo e prospettive per un risanamento
    PREMESSA – Lo stato miserevole del mare di Palermo, il degrado del litorale e lo scadimento della costa, l’infelicissimo rapporto con gli abitanti, sono sintomi cronici del più vasto malessere cittadino; sono temi di un dibattito infinito, dibattito che però’ non ha portato alcun risultato concreto e che continua ad essere ignorato dalla pubblica amministrazione. Di tutto ciò si era ampiamente riferito nella relazione tecnica fornita al Comune nel 1997. L’assenza di interventi seri ha cristallizzato il vecchio stato di abbandono che non è cambiato rispetto a venti anni fa – a parte il parziale risanamento delle acque – ma è addirittura peggiorato per il dilagare dell’abusivismo edilizio e delle sue conseguenze. Questo immobilismo rende attuale il rapporto nella versione originaria che è stato trasmesso all’inizio dei lavori. In questa occasione si aggiunge il quadro sintetico della situazione ambientale insieme con la proposta per il recupero della fascia costiera di levante (intesa come litorale sud)
    Nella scheda che segue si riportano i temi fondamentali che fanno il punto della situazione.
    TEMI ESSENZIALI
    PUNTO 1 -IL GOLFO DI PALERMO: L’UNITÀ NELLA TRINITÀ – Nella toponomastica corrente il Golfo di Palermo è un’unità ben definita ma di fatto è una trinità risultante dalle tre insenature che intagliano la linea di costa di un unico bacino idrografico, delimitato dalla corona di monti che separa la città dal resto della Sicilia. In senso orario esse sono:
    • – la Baia di Sferracavallo;
    • – il seno di Mondello
    • – la Baia di Palermo propriamente detta
    Le insenature sono separate rispettivamente dai massicci di monte Billiemi, monte Gallo, monte Pellegrino e monte Catalfano. Il golfo è marcato a levante dal promontorio di Capo Zafferano. Sono tutte emergenze dolomitiche facenti parte di uno dei maggiori complessi carbonatici del Mediterraneo, sottoposto ad importanti fenomeni tettonici riferiti all’unità dei “monti di Palermo”.
    Il paesaggio dei massicci carbonatici è esemplificato dalle Dolomiti , ma caratterizzai maggiori complessi carbonatici, che annoverano bellezze assolute: fra le più note in Italia sono l’isola di Capri, Palinuro, Siracusa, Capo Caccia, il Golfo di Orosei, e per l’appunto le Dolomiti. Substrato geologico di riferimento è la dolomia, carbonato di calcio e magnesio. Le emergenze carbonatiche sono anche sede dei complessi monumentali più insigni; basti ricordare l’Acropoli di Atene, il barocco salentino e ibléo e le Alpi Apuane fonti del marmo di Carrara. La maestosità dei complessi carbonatici nasce dal carsismo, aspetto causato dalla corrosione chimica dei calcari, che risulta nella diversità delle forme e dei colori e nella grandiosità delle pareti verticali, smerlettate e traforate dalle acque. Gli archi di roccia di Mongerbino e di Capo Zafferano ne sono un’immagine nota. Il Golfo di Palermo è in definitiva un capolavoro naturale frutto dell’interazione fra la natura geologica dei substrati, il clima e la dinamica delle grandi masse continentali.
    PUNTO 2 –IL PAESAGGIO COSTIERO – Poche località marinare nel Mediterraneo offrono alla vista un paesaggio naturale cosi ben costruito come quello che si gode venendo per mare a Palermo. L’incantevole scenografia che si dispiega nell’avvicinarsi alla costa suscitò l’ammirazione dei viaggiatori del passato. La vista della città non compare all’improvviso ma si concede un poco alla volta, come in uno spettacolo di seduzione preparando il visitatore (che però rischia una cocente delusione dall’incontro ravvicinato)alla scoperta di nuove meraviglie.
    Il primo approccio venendo da maestrale è con la rocca di Capo Gallo che affiora come sentinella avanzata a guardia della città; superato il Capo compare la sagoma di monte Pellegrino; emerge quindi la chiostra di monti della Conca d’Oro che fa da sfondo ad uno scenario spettacolare nel quale gli spazi si dispongono sapientemente come in una quinta teatrale. Per ultima compare (più giusto affermare che una volta compariva)la “città bianca” abbracciata dagli aranceti, ormai distrutti dal cemento. La massa imponente di monte Pellegrino domina invece, inconfondibile,la visuale del navigante proveniente da Nord est.
    All’alba e al tramonto il gioco dei mezzi toni disegnati dalla foschia marca le cortine di monti che si distribuiscono su piani sfalsati come in un diorama; esalta la tridimensionalità dello scenario e sembra il risultato di una sapiente coreografia teatrale. Questo paesaggio dai toni soffusi è giustamente celebrato nei testi di geografia ottocenteschi e nelle memorie dei visitatori del Grand Tour. Trova spazio nei quadri dei paesaggisti d’antan e nelle icone liberty. Oggi che si giunge soprattutto con l’aereo, la scenografia della costa palermitana è uno spettacolo dimenticato ma potrebbe diventare un primo contrassegno di bellezza se si rilanciasse come si deve l’immagine bella che ebbe la città.
    PUNTO 3: LA QUALITÀ DELLE ACQUE – A differenza di altre realtà geografiche, il Golfo di Palermo non è un sistema omogeneo, ma è un mosaico di ecosistemi marini. Esso non può omologarsi a Napoli o Genova, ma al più a Tunisi o a La Valletta. La diversità degli aspetti naturali si riflette sulla qualità delle acque che cambia grandemente in relazione alla densità urbana e alla fisiografia locale. Condizioni di alta salubrità caratterizzano le acque di Capo Gallo, soprattutto sul versante di Nord Ovest, in relazione alla posizione del promontorio, battuto dalle correnti di mare aperto. Condizioni di discreta salubrità caratterizzano le acque di Sferracavallo e di Mondello, con differenze marcate fra la stagione invernale e la stagione estiva, per la concomitanza delle alte temperature, delle calme atmosferiche e dell’elevato afflusso di bagnanti.
    La situazione cambia avvicinandosi alla città. Le acque antistanti il porto e quelle sulle quali si affaccia il centro urbano di Palermo passano dal blu intenso al verde, al marrone; diventano sempre più torbide e maleodoranti e mostrano valori elevati di contaminazione ma soprattutto apporti elevatissimi di materiali organici di origine domestica. I siti di massima concentrazione nei quali si aprono cospicui sbocchi fognari sono ancora:
    • – il bacino del porto industriale in prossimità di Villa Igiea;
    • – il Molo Sud alla Cala;
    • – il porticciolo di Sant’Erasmo;
    • – la foce del fiume Oreto
    Sbocchi fognari di minori dimensioni sono ancora distribuiti irregolarmente lungo la costa compresa fra il porticciolo di S. Erasmo e l’abitato di Aspra. L’impianto di trattamento di Acqua dei Corsari riceve e mineralizza solo una parte dei reflui cittadini, al massimo delle sue capacità attuali. I reflui depurati sono dispersi in mare attraverso una condotta sottomarina.
    Punto 4: LO STATO DEL MARE – SCARICHI E FOGNE – Il discorso sullo stato del mare investe la vexata quaestio del piano fognario cittadino, il PARF, oggetto di aspre critiche e di forti opposizioni, e indubbiamente inadeguato alle esigenze della città del duemila, ma decisamente superato fin dalla sua messa in opera che – per inciso – fu funzionale all’assalto edilizio degli anni ‘80. Il trattamento di parte delle acque fognarie è affidato ai due impianti principali di Acqua dei Corsari e Fondo Verde. Quest’ultimo, nel territorio di Partanna Mondello, conosciuto come “impianto dei centomila”, suscita fondati timori per i danni potenziali all’area protetta di Isola delle Femmine.
    Tralasciando i gravi problemi legati al PARF, si accennerà brevemente ai punti salienti dello stato delle acque così com’è oggi. Va precisata l’incapacità degli impianti di “depurare” le acque di fogna – e le piovane – che non possono mai essere restituite alla purezza dichiarata, ma sono al più “mineralizzate”, con “effetto eutrofizzante” più o meno simile a quello delle acque non trattate. Gli effetti sul corpo ricettore (nel nostro caso il mare) sono di norma ignorati o minimizzati dai tecnologi. La “depurazione” non è un fatto miracolistico che da sola risolve i problemi dell’ambiente, ma soltanto la fase di un processo aleatorio che va programmato e gestito tenendo ben presente il contesto naturale. A Palermo tutto ciò è stato ignorato dai progettisti e solo la grande capacità degli operatori riesce a far funzionare al meglio l’impianto.
    L’entrata in funzione dell’impianto ha comunque portato benefici evidenti allo stato generale delle acque nell’arco costiero fra lo Sperone e la Bandita. E’ aumentata la trasparenza delle acque e la durata dei periodi di buona trasparenza. Questo risultato promuove l’ampliamento e l’aggiornamento del sistema di “depurazione”, da sempre in progetto ma sempre bloccato da problemi burocratici e/o dalla mancanza di fondi. In ossequio a concezioni idraulico -sanitarie del tutto obsolete l’impianto esistente non effettua il recupero delle acque trattate e il loro reimpiego sulla terraferma, previsto dalle leggi europee e dalle norme internazionali, ma le recapita in mare attraverso una condotta sottomarina: soluzione parziale e per lo più nociva, ma mai rinnegata o almeno corretta.
    Va ribadito che l’immissione diretta in mare delle acque trattate è una soluzione semplicistica concepita negli anni ’70 in regioni dotate di grandi disponibilità idrica (es. negli USA, in Francia, ecc.) ma decisamente improvvida per le regioni a clima mediterraneo. L’adozione delle condotte avvantaggia i progettisti e le ditte ma produce danni all’ambiente ed impedisce di fatto il riutilizzo delle acque. Richiede inoltre una manutenzione subacquea molto laboriosa e dispendiosa che dribbla i controlli. In definitiva lo scarico in mare dei reflui trattati presenta numerosi svantaggi che risultano in danni all’ambiente in generale – e non solo all’ambiente marino. Essi si riassumono nei seguenti punti:
    • – sperpero della risorsa idrica,che è preziosa ed aleatoria in un’area soggetta a siccità periodica frequente;
    • -eutrofizzazione dell’ambiente marino a causa della risalita dei reflui a minor densità, specie in conseguenza di guasti alle condotte;
    • – depauperamento della falda idrica del suolo con aumento pericoloso della salinità;
    • – impossibilità di uso dell’acqua a fini civici e industriali;
    • – indisponibilità dell’acqua occorrente per l’irrigazione delle zone di verde cittadino e periurbano nei periodi estivi di maggior bisogno;
    • – aumento parossistico dei costi di manutenzione delle condotte sottomarine;
    • Impossibilità di controlli efficaci sulla congruità delle opere e dei costi.

    In conclusione, l’unica soluzione avanzata in linea con le esigenze ambientali e con le prescrizioni delle agenzie internazionali resta il riuso sulla terraferma delle acque trattate. L’alta concentrazione di sali nutritivi e di essudati della microflora batterica e fungina favorisce la produttività vegetale e pertanto le rende preziose sia in agricoltura che nella gestione di parchi e giardini. Pressoché nulli e controllabili sono i rischi per la pubblica salute. Nel caso di un eccesso rispetto alle possibilità di reimpiego va previsto il loro recapito in falda attraverso il reperimento di pozzi, cave abbandonate e cavità naturali e artificiali. Il carsismo e la permeabilità delle calcareniti palermitane consentono il loro assorbimento fino a saturazione. Le prospettive di un riuso incontrano tuttavia l’opposizione dei tecnologi, non ostante il riuso sia ormai obbligatorio.

    PUNTO 5: LO STATO DELLA COSTA -Le impressioni suggestive suscitate dalla scenografia della costa di cui si è riferito al punto 2 sono purtroppo effimere e svaniscono con l’approssimarsi alla terraferma. Se da lontano il paesaggio conserva ancora il suo fascino e sembra immutato rispetto alla costa che fu dei fenici, l’incanto sfuma brutalmente man mano che ci si accosta alla riva e questa appare, come è in realtà,una sequenza di discariche di rifiuti e macerie sovrastate da caotiche costruzioni abusive. Lo squallore e lo scempio del litorale palermitano superano qualsiasi immaginazione: cemento e immondizie sono il vero quadro scenico che si offre al visitatore. Solo l’assoluta esclusione dalla vita cittadina realizzata dalla cortina di costruzioni abusive può giustificare la continuità della desolazionenell’indifferenza delle amministrazioni che sono state le mandanti non occulte dello scempio.
    CRONISTORIA -Lo scarico dei materiali di risulta dell’edilizia ebbe inizio alla fine della guerra per la necessità d rimuovere le macerie dei bombardamenti. La prima soluzione fu il riempimento del tratto di mare antistante il Foro Umberto 1°. Siricavò così il terrapieno compreso fra il Molo Sud e il porticciolo di S. Erasmo, fortunosamente convertito in verde pubblico negli anni recenti. L’espansione edilizia degli anni ’60 portò all’utilizzazione del litorale dell’Addàura, di Punta Matese e di Vergine Maria. Qui sorse quel promontorio che i cittadini nominarono col toponimo ormai codificato di “Capo Munnizza”.
    Negli anni ’70 ci si spostò alla foce dell’Oreto e di lì su tutta la costa dello Sperone e della Bandita fino ad Acqua dei Corsari. Col boom edilizio degli anni di Ciancimino la quantità dei detriti scaricati crebbe in progressione esponenziale e la massa scaricata nel “mammellone” della Bandita superò in altezza gli edifici di 6 piani costruiti sulla carreggiata antistante della via Messina Marine. Nel momento del massimo sviluppo la discarica si espanse per ben oltre 1 Km al di là della linea di costa. La forma che essa assunse fu di un trapezio con base approssimativa di 2km, asse minore >1km per un’altezza di circa 20m.
    Agli inizi degli anni 80 l’attività di smaltimento in mare a Vergine Maria aveva avuto termine in seguito all’incidente in cui perì una bambina di 4 anni ad opera di un autocarro in uno degli innumerevoli attraversamenti dell’abitato. Gli abitanti della borgata insorsero e per giorni bloccarono la strada di accesso agli automezzi pesanti nel clima di una vera e propria rivolta popolare che obbligò il Comune a dichiarare interdetta la zona.
    Lo scarico di materiali si portò tutto a ritmi forzati sul litorale est finché non fu proibito intorno all’inizio degli anni 90. L’attività tuttavia non si è interrotta e va avanti seppur in modo discontinuo a causa della scarsa sorveglianza.
    EFFETTI DELLE DISCARICHE SULL’AMBIENTE MARINO – Le discariche costiere subiscono la forza esercitata dal mare e mutano forma e volume in relazione alla posizione e all’esposizione ai venti e alle correnti. Il flutto e le mareggiate scalzano il piede delle masse detritiche e ne causano il franamento e il ritiro.
    I blocchi più pesanti e voluminosi restano in situ, formando una cintura frangiflutti; l’impatto continuo dei flutti sgretola i blocchi più voluminosi; il rotolamento e l’attrito con altri blocchi ne smussa le asperità riducendole a contorni rotondeggianti od ovali. Dai blocchi per successive suddivisioni si formano così ciottoli e ghiaje che vengono frammentate ulteriormente fino alle componenti più sottili. I materiali si dispongono nello spazio secondo il peso e la pezzatura. Le componenti più fini nate dalla suddivisione delle più grandi si distribuiscono secondo un gradiente di granulometria decrescente. Si spiega così la classica sequenza di:
    • massi,
    o ciottoli, ghiaje,
     sabbie grossolane,
    o sabbioni,
     sabbie fini,
     silt, fanghi

    I materiali ottenuti dall’erosione si distribuiscono dalla riva verso il largo secondo il gradiente di dimensioni e peso specifico. Le sabbie poi vengono dislocate dalle correnti e le mareggiate le ribaltano sul terrazzo calcarenitico fino a formare dei veri e propri arenili eterogenei. Questo è quanto si è verificato nella costa compresa fra S. Erasmo ed Acqua dei Corsari.
    Il terrazzo calcarenitico originario, ricoperto dalle sabbie, è diventato un ampio arenile detritico sul quale si spiaggiano materiali di tutti i generi. Fra questi i più frequenti sono gli oggetti di plastica, i tronchi galleggianti,carcasse di animali e rifiuti vari. Nell’arenile sono ancora riconoscibili i materiali che lo hanno originato. I più comuni sono: frammenti di vetro, resti di bottiglie, sabbie calcarenitiche, spezzoni di cemento, ferro e metalli, residui di polimeri plastici, cordami, fibre plastiche, frammenti di penumatici ed altro ancora.
    Gli arenili vanno incontro a un duplice destino che comprende da un lato l’erosione e il trasporto che ne riducono l’ampiezza; dall’altro la successione dunaleche porta alla costituzione di una spiaggia di dune ricoperta da vegetazione alofitica. La prevalenza dell’uno o dell’altro processo comporta la scomparsa dell’arenile o all’opposto la sua stabilizzazione più o meno precaria.
    PUNTO 5 : LO STATO DEI FONDALI – Le scarse notizie disponibili sull’ambiente sommerso originario rimandano ad una piattaforma calcarenitica popolata da fanerogame (piante superiori) marine con predominanza delle mattes di Posidonia oceanica(in siciliano trìscina). Le mattes erano verosimilmente interrotte da depressioni colmate da ciottoli e ghiaje. Lo specchio di mare di fronte alla foce dell’Oreto era un fondale fangoso popolato da Cymodocea nodosa (in siciliano gramigneddu) e Caulerpa prolifera, che ospitavano fitte popolazioni di gamberetti e di pesci. Lo stesso ambiente si presentava alla foce dell’ Eleuterio.
    La fauna invertebrata del Golfo era quella tipica abitante fra le fronde della Posidonia, caratterizzata dalla varietà dei popolamenti che risultano in un’altissima biodiversità. La fauna ittica era rappresentata dalle specie di predatori nectobentonici (tartarughe, pesci e cefalopodi: polpi e seppie). Va accennato per inciso all’alto pregio di queste specie, descritte da Pietro Doderlein e tuttora conservate nel Museo di Zoologia dell’Università di Palermo. Da esse nasceva una vivace attività di pesca artigianale che sosteneva l’economia cittadina.
    L’abnorme apporto terrigeno degli ultimi decenni ha trasformato il Golfo di Palermo in un catino di fanghi anossici, con l’eliminazione di tutte le forme di vita aerobica. A causa delle fermentazioni il fondale fra l’avamporto e lo Sperone è ribollente come una palude stigia sommersa, satura di gas tossici. Una situazione analoga ha dominato il bacino industriale situato di fronte a Villa Igiea.
    Nella fascia sommersa più illuminata il posidonieto ormai non esiste più: le discariche lo hanno sommerso sotto una coltre di fango, eliminandolo del tutto. Lembi sparsi occupano ancora le parti estreme ai limiti del Golfo, ma in condizioni di grande precarietà. Sono in corso tentativi di reimpianto ma il loro esito è incerto, e l’eventuale successo è molto improbabile se l’ambiente non sarà risanato del tutto.
    Punto 6 : LE POSSIBILITÀ DI UN RECUPERO –Nell’esaminare la tragica situazione del mare palermitano e le sue possibilità di un risanamento globale, bisogna chiedersi se questa possibilità abbia ancora un senso o se sia più saggio arrendersi al disastro.
    La risposta è categorica: se si continua con l’insipienza e l’approssimazione attuale; se si pensa di affidarsi ai progetti dei tecnologi senza coinvolgere i veri espertidel settore naturalistico; se si continua a perdere tempo, la risposta è negativa: l’ammalato è terminale. Se invece si cambia registro e si esce dall’inerzia paralizzante delle ultime amministrazioni, se si prendono decisioni concertate con chi conosce i problemi, la risposta è ampiamente positiva.
    Il mare di Palermo non è incurabile; la costa si può risanare, il territorio può rinascere a nuova vita e diventare luogo di godimento e fonte di ricchezza e lavoro alla luce della Green Economy che in bocca a certi personaggi ufficiali è un termine vuoto.
    Punto 7 – CONDIZIONI DI BASE PER UN RECUPERO -Bisogna anzi tutto ribadire che Palermo è privilegiata dalla Natura. Privilegiata dalla Natura, ma non dall’uomo. La qualità di fondo delle acque costiere è la migliore fra le grandi città d’Italia – si potrebbe dire la migliore fra le metropoli del Mediterraneo – e supera certamente quella di tutte le città italiane del centro Nord (a parte alcune della Sardegna). La ragione di questo privilegio risiede in due o tre cause ambientali che permettono la purezza delle acque e il rapido ripristino delle condizioni ottimali (la resilienza) una volta che si sia verificata una contaminazione. Esse sono:
    • – l’assenza lungo la costa settentrionale di cospicui apporti fluviali;
    • – la natura carbonatica dei substrati;
    • – da cui: la prevalenza nelle acque di particolato carbonatico a granulometria grossolana a rapida sedimentazione, che favorisce la trasparenza;
    • – l’assenza virtuale di apporti naturali di argille e di silt, causa di torbidità permanente;
    • Il buon ricambio causato dallo spirare dei venti di sud – sud/ovest.
    Le condizioni su elencate sono tipiche della costa nord occidentale della Sicilia. Mancano tuttavia nel Golfo di Castellammare a causa del silting elevato. Mancano dalla costa nord orientale e da tutta la costa meridionale dell’isola, affetti da torbidità permanente e da tassi elevati di inquinamento. Palermo inoltre gode di condizioni climatiche subtropicali che sembrano esclusive della città e che ne aumentano il pregio. La spiaggia di Mondello è un tipico caso di ecosistema subtropicale, con una sabbia composta di Bioclasti di natura corallina.
    Dovrebbe stupire il fatto che non ostante queste doti naturali Palermo sia fra le città più disastrate del Mediterraneo ed esibisca l’aspetto deprimente che ne è il cliché abituale. Questa considerazione conferma che il degrado dell’ambiente di Palermo è soltanto colpa dell’uomo, e che potrebbe rimediarsi con una corretta amministrazione. Ma quale?
    PUNTO 8 – SOLUZIONI PER UN RECUPERO – Le grandi capacità di auto depurazione del sistema costiero consente di prospettare un sensibile miglioramento della qualità delle acque una volta che sia cessato l’apporto di acque luride con la chiusura dei maggiori sbocchi fognari. Il miglioramento fino a gradi accettabili di qualità potrebbe ottenersi in una stagione. Entro l’ano si potrebbe arrivare alla balneabilità per gran parte delle acque litoranee.
    Ovviamente, il recupero della balneabilità presuppone anche il riuso in terra ferma delle acque al quale si è già fatto ampio riferimento. Il riuso presuppobe diverse possibilità. Fra queste sono:
    • il lagunaggio;
    • l’uso in agricoltura;
    • il riuso per la costituzione di parchi e giardini
    • il riuso per il rinverdimento e la stabilizzazione del litorale.
    Quest’ultima pratica è raccomandata per il risanamento e la fruizione del litorale fra S.Erasmo ed Aspra e dovrebbe essere un intervento di dimensioni metropolitane.
    Punto 9 – Recupero dei fondali rocciosi–La bellezza e la produttività del mare cittadino risulta(va) dalla prevalenza dei substrati duri – o in altri termini – di fondali rocciosi. La fascia costiera è un continuum della piattaforma calcarenitica di superficie, degradante verso il largo. Prima della catastrofe edilizia degli anni ’70, il posidonieto ricopriva gran parte dei fondali più bassi, illuminati dalla luce solare; in corrispondenza delle foci e degli affioramenti di acque dolci il posidonieto era sostituito dalla pelouse di Cymodocea nodosa; i distretti del largo a luminosità ridotta erano la sede di grandiosi popolamenti coralligeni.
    Gli affioramenti di calcari dolomitici compatti e le falesie ampiamente carsificate erano altrettanto ricche di vita quanto il posidonieto. Fogne e discariche hanno operato la distruzione di questi macrocosmi con l’eliminazione delle forme di vita che assicuravano la biodiversità e l’alta produttività di pesca testimoniata da Pietro Doderlein fra il 1862 e la fine del secolo.
    Va osservato che il miglioramento della qualità delle acque litoranee non basta da solo a riportare il Golfo nelle situazione antecedente all’assalto edilizio. Occorre il ripristino dei fondali rocciosi e la loro diversificazione. Quest’operazione può essere realizzata attraverso l’immersione di substrati duri in siti opportuni, capaci di movimentare il profilo dei fondi uniformi di rocce e fanghi creando asperità e rifugi per la flora e la fauna bentonica. I substrati possono essere costituiti da blocchi di calcestruzzo opportunamente sagomati, da massi naturali o artificiali, da materiali di risulta purché di grande pezzatura. Nei siti fangosi è necessaria la disposizione di un textile per evitare l’affondamento nella massa semiliquida. Le tecniche di recupero e miglioramento dei fondi disastrati sono state ampiamente sperimentate nel nostro mare e hanno fornito risultati eccellenti nei Golfi di Castellammare, di Patti, sulla costa agrigentina e altrove.
    Fra le soluzioni possibili due sono di particolare interesse per il Golfo di Palermo, a condizione che ne venga accertata la fattibilità attraverso un piano di verifica sperimentale dei risultati e dell’innocuità. Esse sono:
    • la realizzazione di discariche litoranee controllate
    • Lo smaltimento di materiali ingombranti e potenzialmente nocivi, ma privi di effetti negativi in mare
    Le discariche a mare non sono dovunque disastrose com’è stato a Palermo. Quando sono realizzate con criteri rigorosi esse ampliano il territorio delle aree metropolitane ristrette fra la terra e il mare. Fra i luoghi che ne hanno fatto largo impiego si citano Hong Kong e il Principato di Monaco che ha raddoppiato la sua esigua superficie . L’aeroporto di Genova è stato ricavato da un’area marina degradata adibita a discarica. In tutti i casi l’impatto sull’ambiente è stato positivo grazie alla creazione di di rifugi per la fauna e la vegetazione marina.
    L’affondamento in mare di materiali nocivi nella terraferma ma inertizzati dalla immersione in acqua a salinità elevata va considerato con necessaria cautela ma al tempo stesso con decisione. Il materiale che più si presta a tale scopo è – absit iniuria verbis – il cemento amianto (Eternit), bandito dalla legislazione recente per la sua cancerogenicità nell’ambiente terrestre, ma innocuo se immerso in mare. Esistono prove più che sufficienti di quanto affermato e provengono da fonti i scientifiche di attendibilità assoluta.
    Prima della sua demonizzazione, il cemento amianto è stato usato in tutto il mondo per almenosessant’anni negli studi sul fouling portuale e sulla biologia di animali e piante marine, e di ciò esiste una vasta letteratura scientifica facilmente reperibile anche sul Web. Contrariamente a quanto saputo, l’Eternit è un substrato ideale per la colonizzazione di flora e fauna marina. Esso è un attrattore ideale per le forme di vita planctonica, che vi si attaccano e formano incrostazioni di grande durata e complessità. In tal modo il cemento amianto viene isolato dall’ambiente circostante. La tossicità si annulla.
    L’altissimo costo per la raccolta e la distruzione dell’Eternit – decisamente esagerati e sovrastimati – giustificano almeno la prova sperimentale di un sistema di smaltimento alternativo e non pericoloso. Esso potrebbe trovare una utilizzazione in mare per il ripopolamento di siti distrutti da agenti ben più tossici di quanto sia stato l’amianto. Il Golfo di Palermo è una palestra ideale per tali verifiche. Se si superano l’ostracismo della normativa e l’opposizione di un’opinione pubblica poco e male informata, la proposta potrebbe risolvere in modo ottimale uno dei problemi ambientali più pressanti.
    PUNTO 10 – LE AREE MARINE PROTETTE: PARCHI E RISERVE – Alla fine egli anni ’90, al termine di un lungo iter burocratico dal Ministero per l’Ambiente fu istituita l’area marina protetta di Capo Gallo – Isola delle Femmine. In un momento diverso con decreto dell’Assessorato regionale per il Territorio e l’Ambiente era stata istituita la riserva terrestre di Capo Gallo e dell’Isola di Fuori (isola delle Femmine) complementare alla prima. L’area ospita un numero elevato di organismi unici e di specie endemiche che contribuiscono alla biodiversità locale. Il paesaggio terrestre e sottomarino è fra i più suggestivi del Mediterraneo. Completano il quadro i beni storici ed archeologici. Gli studi necessari per la prima e la seconda zona di tutela erano stati coordinati dallo scrivente. Si costituì in tal modo un’area naturalistica terra – mare integrata nel territorio urbano, di altissimo valore naturalistico e di grande interesse sociale. Poche città vantano un tale privilegio.
    Non ostante l’enorme potenzialità di sviluppo del sito non è stato dato seguito ai provvedimenti necessari al funzionamento della riserva e tuttora mancano lo statuto e gli operatori. La sorveglianza a mare è affidata alla Guardia Costiera. Manca la ricerca scientifica; mancano i piani e le iniziative per la sua fruizione e sviluppo. Un caso ulteriore di assoluto disinteresse della pubblica amministrazione.
    In tale situazione è difficile accennare alla possibilità di istituzione della riserva costiera di Mongerbino – Capo Zafferano, che è non meno degna di tutela. Va aggiunto che, a differenza di Capo Gallo, questo splendido tratto di costa è investito dalle correnti luride degli scarichi cittadini e soffocato dall’edilizia abusiva che ha svalutato l’eccezionalità del suo paesaggio. Occorrerebbe un recupero totale prima di formulare proposte di conservazione.
    Per concludere, il quadro della situazione ambientale del mare di Palermo lascia poche prospettive all’ottimismo. All’inerzia dell’amministrazione si sommano le scelte sbagliate, i ritardi e le incompetenze dei presunti esperti chiamati a risolvere da soli problemi che richiedono una vasta partecipazione cittadina. Eppure da situazioni al collasso possono venire impulsi alla rinascita se si sanno cogliere gli impulsi positivi. In una visione lungimirante il recupero e la valorizzazione della fascia costiera di Palermo potrebbero essere l’occasione per la sperimentazione globale di una Green Economy – Ecology finalizzata alla ripresa della città. E da questa potrebbe venire una scuola di gestione dell’ambiente capace di ricollocare Palermo nel baricentro del Mediterraneo.

  2. 26 novembre 2014 11:25

    L’articolo da lei pubblicato,mi colpisce per la precisione e competenza ,ritengo invece che qualcosa deve essere speso per quella parte del golfo di Palermo che guarda ad est,la costa che corre tra il foro italico di Palermo ed il capo Mongerbino.
    .
    Chi abita ad Aspra vive giornalmente , lo scadimento della costa,l’ inquinamento del mare ,assistendo inerme allo scempio perpetrato. Gli abitanti di Aspra sono , forse gli ultimi che vogliamo fare qualcosa per il loro ambiente marino , infatti le comunità di Romagnolo , Sperone Bandita ecc. hanno da tempo rinunciato ad utilizzare la loro costa mentre ,Ficarazzi comincia da poco ad interessarsi causa qualche stabilimento balneare nato sul proprio territorio ,Ma da dove incominciare ? Chi sollecitare e sensibilizzare anche perché è difficile spesso far capire che i problemi che vive Aspra non possono essere risolti a livello locale,il disagio nasce proprio dall’inquinamento del golfo .Il litorale che riguarda la zona est del golfo , come lei ha ben ricordato è stata impegnata come scarico di detriti da costruzione ad Acqua dei Corsari ma anche vicino Aspra tra il fiume Eleuterio e l’agglomerato urbano di Aspra è stata creata attorno agli anni 80 una discarica.
    Nella zona est della baia di Palermo tra Ficarazzi ed Aspa, sbocca Il fiume Eleuterio che nasce a monte di Marineo e tutti i paesi ubicati lungo il suo percorso , vi scaricano i loro reflui fognari più o meno depuratori, visto che alcuni di questi non hanno ancora il depuratore. Questi paesi sono : Marineo,Bolognetta,Misilmeri, Belmonte Mezzagno ,ritengo ,anche se non sono sicuro , Piana degli Albanesi e S, Cristina Gela. Si aggiunga che nella zona esistono frantoi per la molitura delle ulive che spesso scaricano i reflui di frodo , vero infatti che nel periodo di Novembre il depuratore delle acque reflue di Bagheria emana odori particolarmente sgradevoli , nella zona dei Bagni Italia scarica il depuratore di Palermo che serve circa 450 .000 abitanti , un altro depuratore del comune di Palermo è ubicato a Tommaso Natale e serve 100.000 abitanti , restano 250 .000 abitanti che scaricano senza passaggio al depuratore ,direttamente in mare, dulcis in fundo, Aspra ha diversi e grandi stabilimenti per la conservazione del pesce salato e sott’olio, con una carica inquinante molto grande ,i reflui sono scaricati spesso a mare senza trattamento , visto che l’impianto di sollevamento sempre intasato da grassi animali non riesce mai a funzionare bene , tanto che spesso la costa è invasa da grumi di grasso che si depositano nella battigia.
    Bagheria utilizzando finanziamenti europei ha presentato un progetto per il riutilizzo dei reflui depurati per uso agricolo ,proprio come suggerisce lei nel suo articolo , solo che all’atto della costruzione di questo impianti si sono accorti che il reflui (attenzione senza quelli provenienti da Aspra) avevano un contenuto di cloruro di sodio tale da non poter essere utilizzati nell’agricoltura.
    Per utilizzare il finanziamento si è proceduto ad elaborare un nuovo progetto per ampliare e migliore l’impianto esistente.
    Egr.professore abbiamo qualche speranza che lo scempio finisca ,perché io sinceramente la vedo sempre più nera.
    La saluto cordialmente
    Franco Bongiovani

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