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Alla Fattoria dell’Arte di Lorenzo Reina il mito vive ancora: è parola e pane

9 agosto 2014
Porta del Teatro di Andromeda, alla Fattoria dell'Arte

Porta del Teatro di Andromeda, alla Fattoria dell’Arte

Sono andata oggi alla Fattoria dell’Arte di Lorenzo Reina, a Santo Stefano di Quisquina (AG), di cui abbiamo già scritto qui.

Ogni volta è una nuova scoperta: non avevo ancora visto, infatti, la zona destinata al forno per cuocere il pane. Un pane che nasce dalla semina del grano, e dalla coltivazione, e dalla trebbiatura, e dalla macinazione, e dall’impasto, e dalla cottura, e poi anche dalla condivisione, mangiando insieme e diventando così com-pagni, che proprio letteralmente deriva da cum e panis.

La Pietra del Teatro, Macina di parola e pane

La Pietra del Teatro, Macina di parola e pane

Abbiamo chiesto a Lorenzo se il grano che lui coltiva nasce dagli stessi chicchi che raccoglie: ha detto di sì. Lui non vende il pane, lo fa per sé, e nessuno può costringerlo a comprare quei semi sterili che tutti gli altri sono costretti a usare (leggi, ad esempio, la legge del seme, o comunque dai un’occhiata a questo sito).

Lorenzo custodisce i semi: e questo ci ha evocato un personaggio del mito, Iasìone, l’uomo a cui si deve il riconoscimento del valore di quel minuscolo dono della terra che è un semplice chicco di grano. Vi racconto il mito:

 

Era l’inizio dei tempi, e Demetra era una Dea.
Una Grande Dea: era la Grande Madre in persona, Demetra, ma non lo sapeva – non sapeva cosa significasse. 
Il mondo allora era pieno di Dèi, e nessuno ci faceva caso – lei meno degli altri.
Demetra amava molto la terra di Sicilia, perché le somigliava, era fatta come lei, di lei. Era bruna, soffice, profumata, e quella sera appena un po’ umida: Demetra, scalza, in ginocchio su un prato, giocava a lasciare le proprie impronte su quella matrice accogliente, e ne aspirava il sentore. 
Era triste la Dea, quella sera. Tutti gli altri celebravano le nozze di Cadmo e Armonia, ma lei – lei non aveva un posto con loro, era sola. Preferiva la terra, che le dava sostegno e freschezza. 

Passò un uomo di là, casualmente, era uno dei pochi, dei primi: lei lo riconobbe dall’odore, lo sentì arrivare per questo. Nessun dio aveva odore di uomo, di sudore, di animale gentile, di pelle colorata dal sole. Camminava spedito, diretto, si vedeva che aveva una meta, quella meta che lei non aveva mai saputo cos’era. In ginocchio, la Dea lo guardava, e lui d’improvviso si volse, e rimase a guardarla anche lui, immobile, là, sulla terra accogliente. Aveva dimenticato dov’era diretto, e forse pure chi era. Era là, presente, attonito, meravigliato come un bambino, timido. Era bello a vedersi. 
Per la prima volta Demetra si vide negli occhi di un uomo. 
Per la prima volta quell’uomo – Iasìone era il suo nome -, si vide negli occhi di una Dea. 
Rimasero a lungo a guardarsi, immobili, in silenzio: lui in piedi, timido, lei inginocchiata, tutt’uno col profumo di terra di primavera. 
Fu là che lei capì chi era lei stessa: là, negli occhi di Iasìone che la riconosceva, si riconobbe. 

E allora Demetra allungò le mani e gli prese le sue. 
Lo fece accoccolare nella conca tiepida che il suo corpo di Dea aveva lasciato sulla terra, e lo amò: come solo una Dea può amare un uomo che l’ama, che la riconosce, che le si abbandona completamente. 
Lo accolse e trasformò, e poi, quando giunse il momento di lasciarlo, volle fargli un dono speciale. 

Era un minuscolo chicco di grano, il primo. Era il seme di Demetra quello. 
Glielo posò sulla mano aperta e lui la richiuse con dolcezza, poi lei scomparve, con un sorriso che lui non avrebbe dimenticato mai più. 

Iasìone rimase a lungo nel solco inondato dal profumo di quella notte, con la mano stretta, il chicco prezioso ben custodito, il cuore gonfio. 
All’alba seppellì il chicco in quella terra d’amore. 
Da allora, ogni anno, tutta la terra intera è inondata di grano. 
In estate, in Sicilia, quando il grano è maturo e ondeggia nel vento e nel sole, la risata argentina di Demetra dilaga, e inonda il tempo e lo spazio.16

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2 commenti leave one →
  1. 10 agosto 2014 11:38

    Grazie, Samina, per questo articolo. Apprezzo la lezione — con+pane = compagno.

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