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Andate a Gaza, guardate con i vostri occhi: forse la Pace è possibile

11 agosto 2014
Foto tratta dal web

Foto tratta dal web

Leggiamo in questo bellissimo articolo del giornalista israeliano Gideon Levy che riportiamo di seguito (e che è tratto da qui) che “in ebraico “Gaza”, pronunciato ” ‘Aza”, è la contrazione di Azazel, che è associato all’inferno”.

Ora, io vorrei esprimere la mia sconfinata meraviglia nello scoprire il nesso tra Gaza e Azazel: mi pare che in questo nesso possa annidarsi una speranza di pace.

Azazel era, secondo il Levitico (16, 8 e ss.), un demone vorace che abitava nel deserto. A lui periodicamente il sacerdote inviava un capro vivo su cui, imponendo le mani, aveva caricato tutti i mali, le iniquità e le impurità del popolo d’Israele. Un altro capro veniva invece benedetto e offerto in sacrificio al Signore.

Accompagnato solo dalla propria incommensurabile innocenza, il capro vivo veniva lasciato libero nel deserto: libero di morire di fame; e la sua morte rappresentava la purificazione dei figli d’Israele, perché i loro mali morivano con lui e placavano per qualche tempo Azazel che, sazio, si asteneva dal tormentare la comunità.

Ai due capri espiatori non era dunque attribuita la dignità di esseri viventi: non era loro consentito di vivere e morire per se stessi, ma solo – loro malgrado – in qualità di strumenti di purificazione.

Pur riconoscendo pienamente il proprio dolore e la propria innocenza, allora, il gazawi “espiatorio” muore e deve morire per essere tutt’uno con la tragedia (ricordiamo che in greco antico “tragodìa” significava “canto del capro” – o “canto in onore del capro”): è vittima designata, e dunque deve essere strumentalizzato, abbandonato e ucciso nel deserto; così, benché in apparenza gli venga concessa la massima libertà, egli è libero in realtà solo di soccombere. Nel frattempo l’altro capro, quello benedetto (israeliano?), è sacrificato ugualmente al Signore.

Ci chiediamo allora se il senso di questa “tragodìa” non sia per caso annidato nel cuore di un popolo, quello Israeliano. Se la necessità di sterminare i Palestinesi non sia per caso una necessità legata alla propria purificazione. Se riconoscerlo, per quanto terribile, possa essere liberatorio, se possa essere la salvezza di almeno due popoli.

Ci chiediamo se è possibile che un popolo affronti i propri fantasmi da solo, senza proiettarli all’esterno e sterminare bambini espiatori e uomini e donne espiatori. Se è possibile pensare una via di salvezza per tutti. Ma è certo che questo nesso semantico parla a noi tutti da dentro.

Riportiamo qui le parole di Giobbe, che possano essere d’ispirazione verso un cammino diverso, interiore, un cammino che non è più possibile procrastinare:

Preferirei essere soffocato
e morire, piuttosto che avere queste mie pene.
Sono sfinito, non vivrò più a lungo:
lasciami, perché un soffio sono i miei giorni.
Che cosa è il mortale, perché tu ne faccia tanto caso
e a lui rivolga la tua attenzione,
al punto di ispezionarlo ogni mattino
e metterlo alla prova ogni istante?
Perché non cessi di spiarmi
e non mi lasci nemmeno inghiottire la saliva?
Se ho peccato, che cosa ho fatto a te, scrutatore dell’uomo?
Perché mi hai preso come bersaglio e ti sono diventato di peso?
Perché non perdoni il mio peccato e allontani la mia colpa?
Giacché ben presto giacerò nella polvere:
mi cercherai ed io più non sarò”
(Giobbe 7, 13-21)

Ecco l’articolo di Gideon Levy:

 

Andate a Gaza, guardate con i vostri occhi

Senza odio, è possibile capire i palestinesi, e persino alcune richieste di Hamas possono sembrare ragionevoli e giustificate.

Potremmo forse fare una discussione, per quanto breve, che non sia piena di odio velenoso?
 Possiamo lasciar perdere per un momento la disumanizzazione e demonizzazione dei palestinesi e parlare spassionatamente di giustizia, lasciando da parte il razzismo? E’ fondamentale almeno provarci.

Senza odio, è possibile capire i palestinesi, e persino alcune delle richieste di Hamas possono risultare ragionevoli e giustificate. Un simile discorso razionale dovrebbe portare qualunque persona onesta a delle conclusioni molto nette. Un’impostazione così radicale potrebbe persino portare avanti la causa della pace, se si potesse ancora azzardare a parlare di qualcosa di simile. Che cosa ci troviamo davanti? Un popolo senza diritti che nel 1948 è stato privato della propria terra e del proprio territorio, in parte per i suoi stessi errori. Nel 1967 è stato di nuovo spogliato dei suoi diritti e delle sue terre. Da allora ha vissuto in condizioni che ben poche nazioni hanno conosciuto. La Cisgiordania è occupata e la Striscia di Gaza è assediata. Questa nazione tenta di resistere, con il suo scarso potere e con metodi che a volte sono omicidi, come ha fatto ogni altra nazione conquistata nella storia, compreso Israele. Bisognerebbe riconoscere che ha il diritto di resistere.

Parliamo di Gaza. La Striscia di Gaza non è un nido di assassini; non è neppure un nido di vespe. Non è neanche un luogo di incessante violenza e assassinio. La stragrande maggioranza dei suoi bambini non erano nati per uccidere, e neppure la maggior parte delle loro madri ha allevato martiri, quello che vogliono per i loro figli è esattamente quello che la maggioranza delle madri israeliane vuole per i propri bambini. I loro leader non sono molto diversi da quelli israeliani, non per quanto riguarda il loro livello di corruzione, la loro predilezione per alberghi di lusso e neppure per il fatto di destinare la maggior parte del bilancio alla difesa.
 Gaza è un’enclave provata, una zona che vive un disastro permanente, dal 1948 al 2014, e la maggior parte dei suoi abitanti sono per la terza o quarta volta dei profughi. La maggior parte di quelli che insultano e la distruggono la Striscia di Gaza non ci sono mai stati, sicuramente non come civili. Per otto anni mi è stato impedito di andarci; durante i 20 anni precedenti l’ho visitata spesso. La Striscia di Gaza mi piace, per quanto possa piacere un luogo di dolore. Mi piace la sua gente, se mi è consentito generalizzare. C’era uno spirito inimmaginabile di risolutezza, insieme a un ammirevole rassegnazione verso le proprie disgrazie.

Negli ultimi anni Gaza è diventata una gabbia, una prigione a cielo aperto circondata da barriere. Prima ancora che fosse anche divisa. Che siano o meno responsabili della loro situazione, ci sono persone sfortunate, una grande quantità di persone e una grande miseria.
Non avendo fiducia nell’ANP, i gazawi hanno scelto Hamas con elezioni democratiche. Hanno il diritto di sbagliare. In seguito, quando l’OLP si è rifiutata di cedere le redini del potere, Hamas ha preso il controllo [della Striscia] con la forza.

Hamas è un movimento nazional-religioso. Chiunque sostenga un dialogo senza odio si potrà rendere conto che Hamas è cambiato. Chiunque riesca a ignorare tutti gli aggettivi che gli sono stati affibbiati dovrà anche capire le sue legittime aspirazioni, come avere un porto e un aeroporto. Dobbiamo anche ascoltare gli studiosi che sono privi di odio, come l’esperto del Medio Oriente Menachen Klein dell’università Bar-Ilan, la cui analisi di Hamas contrasta con il giudizio tradizionale in Israele. In un’intervista al quotidiano economico Calcalist [the Economist in ebraico. N.d.T.] della scorsa settimana, Klein afferma che Hamas non è stata fondata come un’organizzazione terroristica ma piuttosto come un movimento sociale, e dovrebbe essere visto come tale anche oggi. Ha da molto tempo “tradito” la sua natura, e condotto un vivace dibattito politico, ma nel dialogo di odio non c’è nessuno che lo ascolti.

Dal punto di vista del dialogo dell’odio, Gaza e Hamas, palestinesi e arabi, sono tutti la stessa cosa. Vivono tutti sulla spiaggia dello stesso mare, e condividono lo stesso obiettivo di buttare a mare gli ebrei. Una discussione meno primitiva, meno condizionata dal lavaggio del cervello potrebbe portare a conclusioni diverse. Per esempio, che un porto sotto controllo internazionale è un obiettivo legittimo e ragionevole; che togliere il blocco sulla Striscia di Gaza conviene anche ad Israele; che non c’è altro modo di far cessare la resistenza violenta; che coinvolgere Hamas nel processo di pace potrebbe portare a un cambiamento sorprendente; che la Striscia di Gaza è abitata da esseri umani, che vogliono vivere come tali.

Ma in ebraico “Gaza”, pronunciato ” ‘Aza”, è la contrazione di Azazel, che è associato all’inferno. Dei molteplici insulti che mi sono stati urlati in questi giorni da ogni angolo di strada “Vai all’inferno/Gaza” è tra quelli più gentili. A volte vorrei rispondere “Spero di poter andare a Gaza, per poter svolgere la mia funzione di giornalista.” E a volte vorrei aggiungere: “Spero che possiate tutti quanti andare a Gaza. Se solo sapeste cos’è Gaza, e cosa c’è veramente là.”

10.08.14
 Haaretz (traduzione di Amedeo Rossi)

 

 

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One Comment leave one →
  1. 12 agosto 2014 06:08

    Mi scrive Tahar Lamri:
    ” è affascinante come ipotesi, però ha un limite e il limite è far risalire il nome di Gaza alla Bibbia e alle leggende ebraiche, mentre Gaza è una delle più antiche città al mondo: i Cananei la chiamavano Hazati mentre gli egizi la chiamavano (G)Azatu e gli assiri Azati. Gli ebrei la chiamarono ‘Aza ma è molto difficile che questo nome possa derivare da Azazel perché se fosse stato così, per via delle derivazioni di radici semitiche, il suo nome sarebbe oggi Azazela o al massimo Yur Azazel come lo è per Gerusalemme (Yur Shalaim) o la Giordania (Yur Dan). Inoltre il nome Gaza si riferisce a una città che non ha mai smesso di essere città da tempi più antichi, come Damasco per intenderci e quindi non si tratta di un deserto dove si svolge il mito del capro espiatorio e di Azazel.. Ciò per dirti che il nome Gaza è più antico dei riferimenti biblici e risale ai Cananei e che il nome potrebbe voler dire “fortezza” (Aza sia in ebraico che in arabo, due lingue gemelle, significa “forza”, “ricchezza”, “distinzione”…)”-
    Rispondo che “immaginavo che Gaza non c’entra niente con Azazel. Ma qui la cosa che salta all’occhio è che “loro” ci vedono quest’assonanza: è come se avessero bisogno, per giustificare il loro accanimento, di trovare un “motivo”. Se davvero loro, parlando correntemente, sentono quest’assonanza, benché non abbia nessun riscontro etimologico, si tratta di una realtà psichica, quindi per “loro” è vera. E allora, per confutarla, bisognerebbe utilizzare il loro stesso linguaggio. Se arrivassero a comprendere che ciò che vedono nei Palestinesi è un contenuto della loro psiche e non una realtà oggettiva, si libererebbero da questa maledizione collettiva e libererebbero anche gli altri”.

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