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Dormi sepolto in un campo di akub – Patrizia Cecconi, da http://comune-info.net

14 agosto 2014

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Riblogghiamo qui un articolo che abbiamo letto qui perché veramente è bellissimo (come tutto il sito, a cui vi rimando: http://comune-info.net).

Come ho scritto nella pagina del sito, mi fa venire in mente che secondo alcuni autori “guerra” e “guarire” hanno la stessa radice (“VAR, guardare, proteggere, guardare dal male e quindi impedire a questo di proseguire”).
Sono giorni che cerco un modo che indichi, già nelle parole, come uscire da quest’impasse, come vedere un nesso tra guerra e guarigione, come guarire dalla guerra.
E ancora una volta il mito ci viene in soccorso, e questa bellissima leggenda è come un unguento, fatto con una pianta a forma di stellina, un’asteracea. Ciò che muore sulla terra diventa una stella, sembra dire, e quella stella rinasce e diventa nutrimento, farmaco, bonifica.

Grazie a Patrizia Cecconi!

Dormi sepolto in un campo di akub
Patrizia Cecconi

La storia vera di Yusef, ragazzino palestinese ucciso da un soldato israeliano mentre raccoglieva cardi prima di andare a scuola, rinnova una leggenda. Narra, quella leggenda, di come la terra accolse con tanto dolore il corpo di Dafni da trasformare le lacrime di Venere in piante dalle foglie spinose. Nasce così l’akub, il cardo selvatico che in primavera troviamo nei cesti delle donne sedute a terra in tutti i suq della Palestina. La storia e la leggenda s’intrecciano nel dolore alla cronaca dei giorni nostri, al pianto delle madri dei tanti Yusef di Gaza che oggi non hanno più lacrime né spine da togliere ai cardi da preparare con lo yogurt, la carne e il limone

di Patrizia Cecconi

Nelle zone semi-aride del Medio Oriente, dopo le piogge autunnali, spunta una pianta della famiglia delle asteracee. E’ una famiglia ricca, quella delle asteracee, i botanici hanno classificato 23.000 specie raccolte sotto 1500 generi appartenenti a questa famiglia il cui nome deriva dalla forma del fiore. Sarebbe meglio dire dell’infiorescenza perché, in realtà, quello che sembra un unico fiore altro non è che l’insieme di moltissimi piccoli fiori che hanno solo la forma di petali ma in realtà sono singole individualità sorgenti dalla stessa base e nutrite dalla stessa linfa. Un po’ come un popolo originario dello stesso territorio e nutrito della stessa cultura.

La famiglia delle asteracee, proprio per questa sua caratteristica di raccogliere un “popolo” di piccoli fiori in un unico insieme, si chiama anche delle “composite”, e tra i vari generi che la compongono c’è anche il genere Gundelia di cui consideriamo laspecie tourneforti , ovvero, in arabo, l’akub.

La Gundelia tourneforti fino al 1998 non creava interesse in Occidente, mentre in Medio Oriente e in particolare in tutta la Palestina storica, era già da millenni una pianta apprezzata e molto utilizzata. Nel ”98 è salita agli onori della cronaca anche in Occidente perché alcuni studiosi hanno rinvenuto il suo polline nella Sacra Sindone, lasciando così supporre che i soldati romani, 1981 anni fa, si divertirono a confezionare la corona di spine con cui avrebbero “incoronato” Gesù prima della crocifissione, come ultimo dileggio verso l’uomo che aveva messo seriamente in discussione il potere, provando a cambiare i rapporti tra gli umani in nome di un’uguaglianza di dignità che ancora oggi non è data per scontata.

Comunemente la Gundelia viene chiamata “cardo selvatico” per le sue spine e per l’oggettiva somiglianza ad altre specie del genere Carduus. Seguiterò anch’io a chiamarla cardo selvatico, come ho imparato a fare nel suq di Betlemme la scorsa primavera.

Seguiterò a chiamarla cardo selvatico anche pensando a una delle tante leggende che la letteratura classica ci racconta per spiegare la nascita di una specie vegetale: quella del dolore che spuntò dalla Terra per la morte del giovane Dafni, e che sembra adattarsi perfettamente all’episodio – non leggendario ma tragicamente reale – di Yusef Abu Aker, un ragazzino di 14 anni, che verso le 7 di un mattino di marzo, in un villaggio nei pressi di AlKhalil (Hebron), venne ucciso da un soldato dell’IOF (l’esercito di occupazione) mentre raccoglieva gli akub prima di andare a scuola.

Nella leggenda antica fu il pianto di Venere o – a seconda delle versioni – di Diana o di Ermes, ad accompagnare la morte del giovane Dafni, e si racconta che la Terra accolse con tanto dolore il corpo del ragazzo, che trasformò le lacrime in piante dalle foglie spinose come l’ingiustizia della sua morte.

E’ commovente vedere come nella letteratura antica il dolore, l’angoscia, l’ingiustizia vengano affidati al regno degli dèi i quali, reimpastando i sentimenti umani con i figli della terra, offrono consolazione alla morte e restituiscono simbolicamente la vita per tutti i secoli di cui è capace la memoria.

Ma Yusef Abu Aker, il giovane raccoglitore di akub, non avrà cantori greci o latini a ricordarlo, e il suo nome andrà a confondersi con quello delle centinaia di bambini che in questi giorni l’IOF ha ucciso a Gaza, e di quelle altre centinaia che ha ucciso nelle aggressioni precedenti, e alle decine e decine che uccide in Cisgiordania in uno stillicidio insopportabile che richiederebbe tutti gli dèi dell’Olimpo per avere un pizzico di consolazione e tutte le piante della Palestina per cantarne la memoria.

Ma torniamo alla Gundelia e vediamola da vicino, tanto più che è una delle poche specie che non crescono spontaneamente sulla nostra sponda del Mediterraneo.

La si può vedere andando in Palestina, ma solo dall’autunno alla primavera perché poi si secca, si stacca dalla radice e vola via, disperdendo nel vento i suoi semi che raggiungono distanze anche di decine e decine di chilometri e portano lontano, dovunque ci sia il terreno adatto al loro attecchimento, nuove piante che offriranno il loro messaggio e i loro frutti a chi continuerà la tradizione della raccolta per scopi fitoterapici o per preparare l’antica ricetta palestinese dell’akub cucinato con carne macinata, limone e yogurt[1].

In tutti i suq palestinesi, in primavera, si trovano cesti di questi cardi, solitamente venduti da donne sedute a terra che li preparano al momento, despinandoli prima di venderli. La raccolta non frutta moltissimo e non può essere considerata unica fonte di reddito, ma alcuni ristoranti a Gerusalemme ovest, avendo compreso l’importanza di fare “propria” una ricetta tipicamente palestinese, ne stanno facendo un piatto “israeliano” per turisti curiosi e poco informati.

Vediamo insieme come si presenta, in modo che chi si trovi in Palestina, o in Giordania, o nei paesi limitrofi in quel periodo possa riconoscerla. La pianta può raggiungere anche gli 80-100 cm d’altezza, ma spesso la si trova non più alta di 20-30 cm. Le sue foglie sono molto spinose e le infiorescenze, se non sono state recise per essere utilizzate prima della fioritura, sono composte da fiori tubulosi di colore biancastro avvolte in brattee di tipo squamoso. Anche le foglie e perfino i semi, volendo, hanno un uso alimentare, questi ultimi possono essere tostati e usati come caffè.

Ma la Gundelia ha anche un uso medicinale. La medicina popolare è un altro aspetto di quella cultura che si lega all’identità di un popolo, e le piante ne sono l’elemento principe. Per quanto riguarda la pianta in questione, essa viene utilizzata da oltre duemila anni come depurativo del fegato e ipoglicemizzante, quindi consigliata anche per chi soffre di diabete. Il latice che si trova nelle venature delle sue foglie viene invece usato contro le verruche, e gli impiastri di foglie e semi essiccati, contro la vitiligine. Inoltre, sempre nella medicina popolare, alla Gundelia si è attribuita nel corso dei secoli una numerosa serie di proprietà farmacologiche che oggi sono state verificate e confermate. Una delle proprietà più significative è sicuramente la ricchezza di sali minerali e di vitamine A, B e C presenti nell’olio che si ricava dai suoi semi e che è adatto al consumo umano. Altra proprietà significativa dal punto di vista salutistico è la capacità di ridurre grasso e colesterolo nel sangue.

Studi recenti hanno anche scoperto che la pianta può essere usata per bonificare terreni contaminati da metalli. I suoi semi potrebbero quindi essere dispersi sulle rovine della striscia di Gaza dopo i terribili bombardamenti che pare abbiano inquinato il suolo di pericolosi elementi. Il costo sarebbe minimo e il risultato probabilmente efficace, ma gli akub usati per disinquinare il terreno non potrebbero più essere consumati e il dolore di tanto lutto non svanirebbe certo con la bonifica del suolo.

Sarebbe comunque bello affidarsi a qualche migliaio di “cardi selvatici” per recuperare l’oltraggio immenso fatto dagli uomini alla natura e ad altri uomini. Resterebbe solo la tristezza di vedere come, nella Striscia di Gaza, una tradizione piacevole e gustosa possa trasformarsi in aiuto contro i danni di un’aggressione che poteva essere evitata se solo la giustizia internazionale avesse fatto il suo corso.

www.zohorfilistin.org

Patrizia Cecconi, studiosa di psicologia sociale e presidente dell’associazione Amici della mezzaluna rossa palestinese rossa. Ha scritto diversi libri: Lessico deviante e Vagando di erba in erba. Racconto di una vacanza in Palestina, Città del sole edizioni; Belle e selvatiche. Elogio delle erbacce Chimienti editore. Tra le molte altre cose, cura un blog http://www.zohorfilistin.org dedicato alla vita delle piante in Palestina, la terra che le scorre nelle vene, dove pubblica i testi che ha scelto di inviare a Comune-info e all’agenzia di stampa Nena News, diretta da Michele Giorgio, storico corrispondente del manifesto, la fonte italiana più autorevole e attenta alle notizie mediorientali.

L’adesione di Patrizia Cecconi alla campagna Ribellarsi Facendo

[1] Per ogni curiosità circa la cucina palestinese, sia per la preparazione che per le origini, v. Fidaa Abuhamdya, “fidafood.blogspot.com”

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