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Il massacro come forma di dominio e il latte come libertà

8 novembre 2014
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Il massacro in un dipinto del grande artista colombiano Fernando Botero

Ci sentiamo di condividere questo articolo tratto da Comune-info  e di promuovere una riflessione su questo tema che davvero ci riguarda tutti, perché oggi il massacro è sempre più vicino, ne intravediamo aspetti terrificanti sempre più vicini a noi, e assume forme non sempre palesi. La decapitazione e la violenza (che fanno parte ormai, come si legge nella cronaca, anche di un costume che comincia a essere adottato in contesti per dir così “pacifici” come quelli in cui crediamo di vivere) non sono solo “fisiche” ma anche surrettizie: ci “tagliano la testa”, virtualmente, così da impedirci di pensare da soli, e attentano a ciò che ci caratterizza – corpo, istinto, anima, pensiero, volontà – in molti e molti modi.

Sapete come Domodama, ad esempio, sia attivamente impegnata nella diffusione di una pratica come l’allattamento, che non è certo qualcosa da imparare perché ci è propria, è una risorsa tale e quale la vista, l’udito e la parola perché esprime e consente la relazione, e come il tatto perché trasmette e trasforma senza dire, e come l’olfatto perché è istintiva e im-mediata; eppure va promossa e scoperta e riconosciuta, perché l’attuale società dei consumi ci deruba del corpo e ci rende schiavi, costringendoci a scambiare valori essenziali, significativi, fondamentali, peculiari appunto, con mucchietti di denaro (fra l’altro virtuale) che ci impoveriscono sempre più, moralmente e spiritualmente. Le giovani donne che partoriscono hanno bisogno di qualcuno accanto che dica “ce la puoi fare, è il tuo bambino o la tua bambina, sei la madre giusta per lui o lei, la sola che poteva avere, hai tutto quello che serve per nutrirlo e alimentarlo, non servono montagne di denaro, serve che ci sia tu e l’uomo che hai scelto come compagno, e anche se per qualche motivo lui non dovesse o potesse esserci, basta che ci sia tu”. Serve qualcuno che dica “sei Tu, è questo il valore, non quello che leggi sui cartelloni pubblicitari, non è il ciuccio che fa bene alla bocca, non è il latte di formula che fa crescere il bambino, non è la tata televisiva che ti dice cosa devi fare: sei Tu, le risposte vengono da dentro, sono le sole giuste, ascoltati, sentiti”.

La società attuale, nel momento in cui non promuove l’allattamento, non lo sostiene attivamente attraverso le istituzioni e la quotidianità, ci massacra, perché ci deruba del nostro corpo, lo trasforma in un oggetto decorativo da tenere pulito e in ordine esattamente come facciamo con un qualsiasi tappeto o con un quadro. E questo è solo uno dei modi, ma noi ci concentriamo su questo sapete perché? Perché è il primo. La prima sopraffazione che facciamo a noi stessi e a noi stesse è quella di vivere come automi, senza corpo; il primo dono che facciamo a chi nasce è il dono di sé e del corpo che gli consente o le consente di sentire e di sentirsi.

E quindi vi proponiamo la lettura di questo articolo con uno sguardo diverso, che non sia quello di chi pensa “tanto sono cose lontane da me”, perché così non è. Noi siamo, come nella cartina della Protezione Civile quando preannuncia un ciclone, nella zona di “preallarme”: e quindi non chiudiamo gli occhi ma apriamoli e chiediamoci chi siamo e quali sono davvero le nostre risorse, quelle che abbiamo semplicemente perché siamo vivi, vivi nel corpo, individui unici e irripetibili, capaci davvero di cambiare il mondo, se solo volessimo, se solo smettessimo di essere al servizio perenne di non si sa nemmeno che cosa.

Il massacro come forma di dominio
Raúl Zibechi

Non si tratta di sporadici eccessi e non è nuova la crudeltà degli attuali conquistadores. È un modello di dominazione che ha profonde radici storiche e fa del massacro il mezzo per intimorire le classi popolari affinché non escano dal copione scritto da quelli che stanno in alto. Negli ultimi decenni viene anche chiamato “democrazia”: si vota una volta ogni cinque o sei anni e, per il resto del tempo, bisogna farsi derubare o assassinare rimanendo fermi e sgomenti al proprio posto. In Messico, in Brasile, in Colombia, in Guatemala e in tutta l’América Latina, come ai tempi della Corona di Spagna, vengono scritte con l’orrore e il sangue le pagine della guerra coloniale dei giorni nostri, quella per diventare o restare padroni della terra, dell’acqua e di ogni altro bene comune. Non dobbiamo lasciare che le lacrime annebbino la nostra ricerca di un nuovo cammino
di Raúl Zibechi

Mentre sosteneva il Premio Tata Vasco 2014, assegnato a Puebla dall’Università Iberoamericana a Fuerzas Unidas por Nuestros Desaparecidos en Mexico (Fundem), uno dei pochi maschi nel gruppo dei 25 familiari presenti all’evento, ha gridato “Questa è una guerra”. Il dolore inimmaginabile dei familiari li costringe a guardare diritta in faccia la realtà che è causa della loro sofferenza.

In effetti, c’è una guerra contro i popoli. Una guerra coloniale per appropriarsi dei beni comuni, che presuppone l’annichilimento di quei settori dell’umanità che ostacolano la rapina di questi beni, perché vivono su quegli stessi territori, perché resistono all’espropriazione o, semplicemente, perché sono “di troppo”, nel senso più crudo del termine: sono superflui ai fini dell’accumulazione della ricchezza.

È una guerra coloniale anche per il tipo di violenza che utilizza. Non ci si limita a uccidere. Si decapita e si smembrano i corpi affinché le parti vengano viste dalla popolazione, come monito e avvertimento. Per incutere paura. Per paralizzare, per impedire qualsiasi reazione, specialmente le azioni collettive.

Non è una tecnica nuova. Venne utilizzata dalla Corona spagnola per annientare le lotte indigene. È stato lì che i nuovi colonizzatori l’hanno imparata. Túpac Amaru fu squartato vivo davanti alla folla radunata nella plaza de armas di Cuzco.

Amaru fu costretto ad assistere alla tortura e all’uccisione dei suoi due figli maggiori e della sua sposa, nonché di altri familiari e amici. Prima di morire furono torturati e gli tagliarono la lingua, tutto un simbolo di ciò che veramente ossessionava i conquistadores. Il figlio minore, di soli 10 anni, fu obbligato ad assistere alla tortura e alla morte di tutta la famiglia, per poi essere deportato in Africa.

La testa di Amaru venne infissa su una lancia ed esibita prima a Cuzco e poi a Tinta, le braccia e le gambe mandate per città e paesi come monito ai sostenitori. Túpac Katari e i suoi seguaci subirono più o meno gli stessi tormenti e i loro resti furono disseminati nei territori di quella che oggi è la Bolivia. Non è nuova la crudeltà dei nuovi conquistadores. Allora si trattava di impadronirsi dell’oro e dell’argento; oggi sono l’industria mineraria a cielo aperto, le monocolture e le centrali idroelettriche. In sostanza, però, si tratta di continuare a costringere quelli che stanno in basso a rimanere in silenzio, sottomessi e innocui.

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In una comunità indigena del Guatemala si piangono le vittime del massacro. Foto tratta da http://www.teinteresa.es

Il massacro è la genealogia che distingue la nostra storia da quella europea. Qui i mezzi per mantenere la disciplina non sono stati né il panoptikon né il satanic mill, “la fabbrica del diavolo” della Rivoluzione Industriale e dello sfruttamento capitalista, descritta dal poeta William Blake e analizzata con rigore da Karl Polanyi. La recinzione dei campi, “una rivoluzione dei ricchi contro i poveri”, attuata in Inghilterra a partire dal XVI secolo, viene considerata come la violazione da parte dei signori e dei nobili degli antichi diritti e delle usanze, [attuata] “usando in alcuni casi la violenza e quasi sempre le pressioni e le intimidazioni” (“La gran transformación”, La Piqueta, p. 71, il corsivo è dell’autore).

Qui la violenza è stata, ed è, la norma, il modo per eliminare coloro che si ribellano (com’è successo nel 1907 a Santa María de Iquique, in Cile, quando furono massacrati 3.600 minatori in sciopero). È il modo per dire a quelli in basso che non devono muoversi dal posto che è stato loro assegnato. Qui abbiamo avuto, e abbiamo, schiavitù; niente che assomigli al “libero lavoratore” che ha contribuito allo sviluppo del capitalismo europeo nel rubare le terre ai contadini.

Va notato che nelle guerre d’indipendenza tra creoli e spagnoli, gli insorti fatti prigionieri dai realisti non venivano torturati. Miguel Hidalgo e José María Morelos, per citare importanti ribelli creoli, vennero processati e in seguito fucilati, come si faceva a quel tempo con i prigionieri di guerra. Solamente il colore della pelle spiega il diverso trattamento subito da Túpac Katari e da Túpac Amaru, così come dagli indios, dai neri e dai meticci della nostra America.

Non è solo storia. Nel Brasile democratico, l’organizzazione Madri di maggio, tra il 1990 e il 2012, conta 25 massacri, tutti di neri e meticci, come quello che ha dato origine alla sua militanza: nel mese di maggio del 2006, nell’ambito della repressione contro il Primeiro Comando da Capital de Sāo Paulo (narcos che si erano organizzati nelle carceri), tra le 10 della sera e le 3 del mattino furono assassinati dalla polizia 498 ragazzi poveri, tutti maschi di età compresa tra i 15 e i 25 anni.

Il narco è il pretesto. Il narco non esiste. Non sono altro che gli affari che fanno parte dei sistemi usati dalla classe dominante per accumulare/rubare. Non ci troviamo di fronte a sporadici “eccessi” polizieschi, bensì a un modello di dominazione che fa del massacro il mezzo per intimorire le classi popolari affinché non escano dal copione scritto da quelli che stanno in alto e che viene chiamato democrazia: votare una volta ogni cinque o sei anni e per il resto del tempo farsi derubare/assassinare.

La cosa peggiore che possiamo fare è non guardare in faccia la realtà, fare come se la guerra non esistesse, perché non ti hanno ancora colpito, perché ancora sopravviviamo. Questo è contro tutti e tutte. Di certo c’è una parte che ancora può esprimersi liberamente, e perfino manifestare, senza essere annientata. Sempre che non si esca dal copione previsto, che non mettiamo in discussione il modello esistente. A ben vedere, chi tra di noi può manifestare a volto scoperto, assomiglia ai creoli delle guerre d’indipendenza, a chi può sperare in una morte dignitosa, come Hidalgo e Morelos.

Tuttavia la questione è un’altra. Se vogliamo veramente che il mondo cambi, e non vogliamo servirci della resistenza di quelli che stanno in basso per arrampicarci verso l’alto, come hanno fatto i creoli nelle repubbliche, non possiamo accontentarci di truccare la realtà. Dobbiamo prendere altre direzioni.

Forse un buon inizio potrebbe essere proseguire sui passi dei sostenitori di Amaru e Katari. Rimettere insieme i corpi fatti a pezzi per riprendere il cammino dal punto in cui la lotta è stata interrotta. È un momento mistico: guardare in faccia l’orrore, elaborare il dolore e la paura, andare avanti tenendosi per mano, affinché le lacrime non annebbino il cammino.

Fonte: la Jornada

Traduzione per Comune-info: Daniela Cavallo.

Raúl Zibechi, scrittore e giornalista uruguayano dalla parte delle società in movimento è redattore del settimanale Brecha. I suoi articoli vengono pubblicati con puntualità in molti paesi del mondo, a cominciare dal Messico, dove Zibechi scrive regolarmente per la Jornada. In Italia ha collaborato per oltre dieci anni con Carta e ha pubblicato diversi libri: Il paradosso zapatista. La guerriglia antimilitarista nel Chiapas, Eleuthera; Genealogia della rivolta. Argentina. La società in movimento, Luca Sossella Editore; Disperdere il potere. Le comunità aymara oltre lo Stato boliviano, Carta. Territori in resistenza. Periferia urbana in America latina, Nova Delphi. Il suo ultimo libro, Descolonizar. Il pensamiento critico y las practicas emancipatorias, sta per uscire in Colombia per le edizioni desde abajo. Molti altri articoli inviati da Zibechi a Comune-info sono qui.

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One Comment leave one →
  1. 8 novembre 2014 11:19

    Traumatizzante

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