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Il giardino dei melograni – Patrizia Cecconi

24 novembre 2014

Melograno - scrivania

Condividiamo qui questo articolo tratto da Comune-info.net, Il giardino dei melograni, in attesa di incontrare prestissimo a Palermo Patrizia Cecconi, autrice di Vagando di erba in erba. Racconto di una vacanza in Palestina.

Il melograno lo conosciamo bene, noi qui in Sicilia, come conosciamo l’olivo: ma forse non ci siamo accorti del fatto che questi alberi così familiari sono in tutto il Mediterraneo: in Palestina, ad esempio, e in Israele. Gli alberi non conoscono la guerra né le lingue, non sanno dei confini tra uno stato e l’altro.

Gli alberi vivono: attraversano le stagioni e sono sempre differenti e uguali.

Gli alberi hanno una corteccia che un po’ li protegge. Una parte di quella corteccia  si chiama “libro” e nutre l’albero trasportando la linfa elaborata in tutte le cellule, fino alla radice più profonda.

Se riuscissimo a leggere quel “libro”, impareremmo il linguaggio della Terra, e scopriremmo che è una sola.

Scopriremmo che quel che accade in Palestina, per esempio, o in Israele, ci riguarda e ci appartiene.

E quello che accade ovunque ci riguarda e ci appartiene, perché il corpo della Terra è il nostro.

 

 

Il Corano lo considera uno degli alberi del giardino del paradiso, la Bibbia il quinto albero della terra promessa, il Cantico dei cantici, attribuito a Salomone, paragona la donna amata a un giardino di melograni. Ci sono poi tante e diverse leggende sbocciate intorno a un frutto dalle molteplici e preziose proprietà, tutte hanno però in comune il simbolo dell’abbondanza, del dolore e dell’amore, della vita e della morte che si riallacciano in energia vitale. Eppure, il melograno, che in Palestina si chiama Rumman, ama i terreni semi aridi tanto che può essere facilmente coltivato anche dal popolo cui l’occupazione israeliana ruba ogni giorno l’acqua e la terra senza riuscire a spegnerne la speranza e la voglia di vivere in libertà. Giovedì 27 novembre alle 18 Patrizia Cecconi presenta alla Casa internazionale delle donne di Roma Vagando di erba in erba, un grande racconto di 300 pagine sulla Palestina della bellezza e dei soprusi

 

di Patrizia Cecconi

Rumman, Punica granatum, Malum punicum, Malum granatum, Pomo saraceno, Melograno. Tanti nomi per un alberello della famiglia delle Lythracee che per la sua bellezza, le sue storie, la sua simbologia e infine le sue proprietà li merita tutti.

Il nome Rumman, con cui è conosciuto in Palestina, viene dall’antico egiziano “Rmn” e, dato che la pianta ha la sua origine nell’area compresa tra l’Africa settentrionale e l’Asia occidentale, a pieno titolo questo nome gli spetta come originario.

I romani invece lo chiamarono Punica granatum, che oggi è anche il suo nome scientifico, composto secondo la nomenclatura linneiana dal genere Punica – attribuitogli perché arrivò attraverso i cartaginesi – e dalla specie granatum, nome dovuto ai tanti grani che ne compongono il frutto.
Di miti e leggende intorno al melograno ne sono fioriti veramente tanti, sia per la bellezza dei suoi fiori, sia per la particolarità dei suoi frutti. Anche le religioni lo hanno fatto proprio: il Corano lo considera come uno degli alberi del giardino del paradiso; la Bibbia lo cita come il quinto albero della terra promessa ma ne prende in considerazione soprattutto il frutto come simbolo di onestà e rettitudine per il numero dei suoi grani, 613 come i 613 precetti della Torah che, secondo la tradizione ebraica, devono rappresentare l’agire saggio e corretto di ogni ebreo.

In realtà i grani della melagrana, botanicamente detti arilli, non sono esattamente 613 ma questo non toglie importanza alla sacralità del frutto e in fondo, pensandoci bene, neanche i 613 precetti della Torah sono tutti rispettati dagli ebrei, in particolare dagli ebrei israeliani. Basti citarne qualcuno, come ad esempio: non umiliare gli altri; non opprimere il debole (l’orfano, la vedova); non spargere calunnie riguardo al prossimo; non cercare vendetta; prova pentimento e ammetti il peccato compiuto; non rubare; rispetta la legge per l’offerta di pace; restituisci gli oggetti rubati e, se non puoi, almeno il loro controvalore; non uccidere; non uccidere l’assassino prima che abbia avuto un processo; non abbattere alberi da frutto neppure durante una battaglia ….
Penso possa bastare per dimostrare che l’agire di Israele rispetto ai palestinesi rende evidente a tutti che molti dei 613 precetti non vengono rispettati e quindi non è un grosso problema se la melagrana, pur non avendo esattamente 613 arilli, viene collegata alla Torah!
Un ruolo meno imprudente, e non giocato sul numero dei grani ma sulla loro bellezza, viene assegnato a questo frutto nel Cantico dei cantici che si dice scritto da Salomone. Qui, in una similitudine ricca di sensualità, come del resto lo è l’intero Cantico, a uno spicchio di melagrana viene paragonata la guancia della sposa in un crescendo di apprezzamenti alla sua bellezza che – allegorie religiose a parte – rendono chiaro che l’amore cantato è inteso anche come amore fisico. La donna amata non ha soltanto la gota bella come spicchio di melagrana, ma è paragonata a un intero giardino di melograni che si offriranno all’amore durante la fioritura. Altra immagine, questa, che non lascia dubbi interpretativi e che nobilita tanto il melograno quanto il piacere di amare come essenza della vita.

E infatti questo frutto si presta da sempre a interpretazioni legate alla sfera della sensualità e della fertilità, basti pensare che tra i suoi simboli più antichi c’è quello dell’erotismo e dell’invincibilità attribuitogli già dai babilonesi tramite la figura di Ishtar, dea dell “Amore” e della fertilità ma anche della guerra. Simbolo riproposto nel legame vita-morte-vita dalla mitologia greca. Leggende e relative sfaccettature simboliche sono numerosissime ma tutte, comprese quelle di natura religiosa, hanno in comune il simbolo dell’abbondanza, del dolore e dell’amore, della vita e della morte che si riallacciano in energia vitale.

In una di queste leggende, l’albero di melograno sboccia dalle gocce di sangue di Dioniso, figlio adulterino di Zeus, ucciso dai Titani per volere di Era, gelosa moglie del dio dell’Olimpo, secondo lo schema tipico della cultura patriarcale che informa tutta la mitologia greca e che, tra un simbolo e l’altro, è arrivata fino a noi. Ma per quei miracoli tutti interni alla mitologia, il corpo del dio bambino viene ricomposto e Dioniso, rinato alla vita, diventerà il dio della gaiezza, dell’estasi, della libertà senza freni e il padre della vite. Non è un caso che sia nei paramenti sacri che negli ornamenti laici, tanto nell’abbigliamento che nell’architettura, è facile rinvenire sia tralci di vite che frutti di melograno.

Anche nel mito forse più significativo del legame tra vita, morte e rinascita rientra questo frutto. E’ il mito di Persefone, la fanciulla rapita dal dio Ade, salvata da sua madre Demetra che riuscirà a ottenere il suo ritorno sulla terra ma, ingannata da Ade che ancora nell’oltretomba le offre sette chicchi di melagrana, la fanciulla vedrà compiersi l’incantesimo che la vorrà 6 mesi nell’Ade a governare il regno dell’aldilà e solo gli altri 6 mesi sulla terra a far fiorire la natura. Questa separazione-unione che va ripetendosi e che mantiene il senso della vita passando via via il testimone è un richiamo che ho sentito fare anche dal venditore improvvisato di succo di rumman nei pressi di Gerico, più precisamente vicino al santuario del “Monte delle Tentazioni”, quello di cui parla il Vangelo. Questo improvvisato barman, privato della casa grazie al mancato rispetto di uno dei precetti della Torah da parte degli israeliani, con uno spremiagrumi e un banco di legno s’è inventato un lavoro per sopravvivere e, preparandomi il succo, mi ha detto che dalla morte di tutti quei chicchi nasce la vita per la salute di chi lo beve. Poi ha aggiunto, o almeno così mi è stato tradotto, “proprio come chi dà la propria vita per il suo popolo”.

Lui magari lo diceva solo per vendere più succhi, ma forse senza saperlo ha messo nella sua frase tanto il senso simbolico del melograno, quanto la ricchezza di nutrienti che tra vitamine, sali minerali, polifenoli, fibre, zuccheri e antiossidanti ne fanno un gioiello di cui già Ippocrate decantava le proprietà e ne prescriveva gli usi farmacologici oggi riconfermati dalle analisi scientifiche. Ma prima ancora di lui, oltre 4500 anni fa, già gli egiziani lo usavano per scopi farmaceutici, in particolare ne usavano la scorza polverizzata come antielmintico.

Ippocrate, circa 2.500 anni fa ne utilizzava sia scorza che frutto per farne preparazioni a scopo antinfiammatorio, astringente, antibatterico, gastroprotettivo, vasoprotettore e ricostituente. Oggi sappiamo che i suoi studi empirici erano corretti e, infatti, sia il frutto che la corteccia hanno le proprietà che il grande medico gli aveva attribuito pur non conoscendo la composizione di alcuni elementi che solo con l’invenzione del microscopio sarebbe stato possibile studiare.

Nel succo degli arilli sono presenti in alta quantità le vitamine A, B, E, C e K , ma i componenti più significativi che fanno della melagrana un cardioprotettore e un alleato contro l’invecchiamento cellulare e, sembra, addirittura un killer delle cellule cancerogene, sono i polifenoli, gli antiossidanti e soprattutto l’acido ellagico.
Ma vediamolo nelle sue caratteristiche botaniche questo alberello che difficilmente supera i 4-5 metri. Le varietà della specie botanica, dovute tutte a ibridazioni da laboratorio, sono oltre 300 e proprio a Gerusalemme, presso l’Università Ebraica nella parte occupata illegalmente da Israele, sorge il maggior centro mondiale di studi sull’ibridazione del Punica granatum.

Quest’albero non ha bisogno di grandi risorse idriche, anzi ama i terreni semi aridi e quindi può essere facilmente coltivato anche dai palestinesi le cui risorse idriche, come si sa, sono state decimate dall’occupazione.
Il melograno ha anche avuto la fortuna di non finire in massa sotto la mannaia che ha privato i territori palestinesi di circa 3 milioni di alberi di olivo e infatti, chiunque vada in Palestina, troverà facilmente un venditore di succo di rumman che per pochi shekel (moneta israeliana che i palestinesi sono costretti a usare poiché la lira palestinese è vietata dall’occupante) fornirà una dose di antiossidanti, vitamine, sali minerali e acido ellagico prodotta là per là e indiscutibilmente buona.

La specie originaria del Punica granatum ha foglie rosse al loro germogliare che poi assumono un colore verde chiaro, sono ovali, a margine intero, lunghe dai 4 ai 7 centimetri. I fiori sono di color rosso vermiglio generalmente a 4 petali e particolarmente belli. Il frutto è una bacca tondeggiante dalla scorza coriacea il cui nome botanico è balausta. Al suo interno è ripartito in setti fibrosi che separano i circa 600 arilli in diversi gruppi.

Questa è la stagione in cui la melagranata si trova anche in Italia e approfittare di quei 50 ml quotidiani di bontà antiossidante, antidepressiva e anticancerogena non è difficile. In questo periodo in alcune regioni del nostro Sud questo frutto si usa anche per preparare dolci legati alla commemorazione dei morti, proprio per quella specie di filo che, come diceva il venditore del Monte delle Tentazioni, unisce la fine della vita alla rinascita.

Per riportare in una stessa sfera, o meglio in una stessa coppa i due frutti che la mitologia greca ha legato a Dioniso, consiglio a chi ama il vermouth, che altro non è che la voce casareccia del più elegante Martini, di lasciar macerare in un litro di vino secco di buona qualità e di elevata gradazione, un quarto di scorza di balausta per un mese, al buio e ovviamente con un tappo ermetico. Filtrate dopo un mese e avrete un ottimo cugino del Martini dry con cui potrete inaugurare l’anno nuovo accompagnandolo con chicchi sciolti di melograno che portano di sicuro salute e qualcuno dice anche fortuna.

Anche il capodanno ebraico, cioè il Rosh ha-shanah, prevede il consumo della melagrana come alimento di buon augurio e questa prima di essere consumata viene benedetta con una formula che dice “i nostri meriti siano numerosi come i semi del melograno”. Per capire come andrà l’anno nuovo nei territori che sono ancora costretti a subire l’arbitrio israeliano, è necessario interpretare cosa intende per “meriti” chi occupa la Palestina sbandierando diritti di provenienza biblica.

Intanto gli alberelli di melograno sembrano in festa e le loro grandi bacche si stanno aprendo un po’ ovunque, la loro corteccia ormai è rossa e gli arilli chiedono di essere consumati per ricominciare il ciclo. Anche su terra arida, anche con due sole gocce d’acqua il melograno manda a dire che la vita non si ferma.

Patrizia Cecconi, studiosa di psicologia sociale e presidente dell’associazione Amici della mezzaluna rossa palestinese rossa. Ha scritto diversi libri: Lessico deviante e Vagando di erba in erba. Racconto di una vacanza in Palestina, Città del sole edizioni; Belle e selvatiche. Elogio delle erbacce Chimienti editore. Tra le molte altre cose, cura un blog dedicato alla vita delle piante in Palestina, la terra che le scorre nelle vene, dove pubblica i testi che ha scelto di inviare a Comune-info e all’agenzia di stampa Nena News, diretta da Michele Giorgio, storico corrispondente del manifesto, la fonte italiana più autorevole e attenta alle notizie mediorientali.

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