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Buon Anno!

31 dicembre 2014

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Sta finendo l’anno, ne sta cominciando un altro: “non importa”, dicono tanti, “è solo un’illusione, cosa cambia tra oggi e domani?”.

Chi è abituato ad ascoltare le storie, sa bene che cambia, o meglio che può cambiare: dipende da noi, dai nostri occhi. Le storie ci raccontano che, quando qualcosa finisce, vuol dire che comincia qualcos’altro; ci raccontano che le stagioni sono dentro di noi prima e oltre che fuori, e per questo può esserci caldo tropicale a Natale, o neve a Ferragosto; ci raccontano che abbiamo bisogno di ciclicircolarità, proprio come il sangue e il respiro. Abbiamo bisogno di fine perché possa esserci un inizio, abbiamo bisogno di tante cose…

E allora, sediamoci un momento e ascoltiamo la voce di una grande, grandissima cantadora dei nostri tempi,Clarissa Pinkola Estès, che ci racconta una storia nel suo Donne che corrono coi lupi. C’è tutto: l’anno che finisce, la notte che finisce, il “vecchio” che finisce, il calore che si riaccende, la luce che rinasce, il nuovo che va oltre…

Buon Anno! 🙂

“Quando il nostro intento è chiaro, non affoghiamo in fantasie di evasione, siamo integrate e la nostra vita fiorisce, ci occorre ancora sapere che cosa fare quando ci sfuggirà il fuoco, quando saremo logorate. Questa è la storia di come riappropriarsi del fuoco quando lo si è perduto”.

I Tre Capelli D’Oro

“Una volta, una notte nera e profonda, una di quelle notti in cui la terra è nera e gli alberi paiono mani rugose e il cielo è di un blu profondo, un vecchio attraversava barcollando un bosco, mezzo accecato dai rami degli alberi che gli graffiavano la faccia. In una mano teneva una piccola lanterna. La candela nella lanterna mandava una luce sempre più fioca. L’uomo aveva lunghi capelli gialli, denti gialli e unghie ricurve e gialle. Era tutto curvo, e la schiena era arrotolata come un sacco di farina. Era tanto segnato dalle rughe che la pelle pendeva a pieghe e falde dal mento, dalle ascelle e dalle anche.
Si afferrava a un albero e poi avanzava un poco, poi si afferrava a un altro albero e riprendeva il cammino, e così andava avanti nel bosco. Tutte le ossa dei piedi gli dolevano e bruciavano come fuoco. I gufi sugli alberi stridevano insieme alle sue giunture mentre si spingeva avanti nell’oscurità.

In lontananza si scorgeva una piccola luce tremolante, una casetta, un fuoco, un posto per riposare, e faticosamente si diresse verso quella piccola luce. Quando arrivò alla porta era così stanco, esausto, la piccola luce della lanterna si spense e il vecchio crollò contro la porta.
Dentro c’era una vecchia seduta vicino ad un fuoco ruggente, e gli corse accanto, lo raccolse nelle sue braccia e lo portò accanto al fuoco. Lo tenne tra le braccia come una madre tiene il suo bambino. Si sedette sulla sua sedia a dondolo e lo cullò. Eccoli, il povero fragile vecchio, un mucchietto di ossa, e la forte vecchia che lo cullava avanti e indietro. E lo cullò per tutta la notte, e verso l’alba era diventato un uomo molto più giovane, un bellissimo uomo dai capelli d’oro e dalle forti membra. E lei continuava a cullarlo.
Stava per spuntare l’alba, la vecchia si affrettò a strappare tre capelli dalla testa del bambino e le gettò sulle mattonelle, e cadendo produssero un suono cristallino.
E il bimbetto che teneva tra le braccia scivolò giù dal suo grembo e corse alla porta. Si voltò un attimo a guardare la vecchia, le sorrise di un sorriso luminosissimo, poi si volse e volò in cielo per diventare lo splendido sole del mattino”.

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