Skip to content

Quel che fai tu è sempre ben fatto

13 marzo 2015

1377991_187258728126405_2105303166_nEra questo il titolo di una fiaba di Andersen, che riporto qui sotto, chiedendo a chi non la conosce di leggerla, perché è davvero significativa.

Da piccola, ogni volta che la leggevo, mi chiedevo “mah! come è possibile pensare sempre di qualcuno che quello che fa è sempre ben fatto, anche quando appare evidente che non lo è?”, e non trovavo una risposta.

E’ passato tanto tempo, e oggi la rileggo con uno sguardo diverso.

C’è stato un tempo in cui avevo bisogno di mitizzare le persone che incontravo, e metterle su un piedistallo. Non tutte, si capisce: solo quelle che riuscivano a fare o ad essere quello che io avrei voluto ma non credevo di potere. Non so se la mugnaia della fiaba era così, ma io sì: e allora ero disposta ad andare in capo al mondo per trovare la dimostrazione del fatto che chi era in quel momento sul piedistallo aveva sempre ragione, e anche quando faceva delle emerite stupidaggini, andava giustificato. Lunghi giri di parole facevo per giustificarlo (uso il maschile perché in effetti mi è più congeniale), e ci riuscivo, ma apparentemente. Convincevo quasi tutti, convincevo quasi anche me: ma restava qualcosa di irrisolto: che cosa? non so. Quella stessa cosa per cui adesso sto scrivendo. Era una vocina che ancora non aveva molta forza, era un segno che arrivava da dentro e diceva “ma…” e subito veniva messa a tacere: non c’erano ma che tenessero. Quella persona doveva stare sul piedistallo, perché ce l’avevo messa io, ed era giusto così, e basta. Salvo, dopo qualche tempo, crollare miseramente perché io stessa prendevo a mazzate quel piedistallo prezioso faticosamente costruito.

Sono passati degli anni, e ho incontrato una cara amica. Non vi dico qui il suo nome, perché so bene che lei, leggendo questo post, si riconoscerà, anche se non crederà dapprima di essere davvero lei🙂

Non l’ho messa sul piedistallo, lei: ma l’ho guardata. Ho guardato come fa le cose e come le dice. Ho visto come s’infiammi facilmente quando non vede chiaro; ho ascoltato il suo modo di parlare con il suo bambino. Ho visto come si relaziona con me, che non sono propriamente una persona facile: sono incostante, non sopporto regole catene orari appuntamenti programmi; sono allergica a tutto ciò che mi imprigiona. Molte volte mi è capitato di non poter fare quello che le avevo promesso di fare: e lei sempre mi ha detto “non ti preoccupare, vorrà dire che non è il momento”, oppure “si vede che non potevi farlo”, “va bene così”. Quest’amica non mi mette sul piedistallo, io lo sento. Non tenta di giustificarmi a tutti i costi: semplicemente mi vede e mi tiene per mano. Non fa nessun giro di parole per dirmi cosa pensa, perché non deve cercarlo: è quello che pensa, e prima di pensarlo lo sente, è semplicemente vero.

Quest’amica mi ha insegnato un sacco di cose, semplicemente essendo se stessa. Oggi sono in grado di guardare le persone stando sul loro stesso piano, e i piedistalli li uso per le statue. Quando incontro una persona straordinaria, me ne accorgo, ma se fa una stupidaggine, non è niente di particolare: glielo dico, e se è il caso l’aiuto. Oggi so che anch’io posso fare delle stupidaggini: e perché no? e non ho bisogno di giri di parole, lo posso dire.

Oggi la vocina che non si sentiva neppure è cresciuta, ma non parla: ride allegramente, lei sa. Sa anche stare zitta, quando è il caso e ho bisogno di silenzio e presenza. Oggi è la vocina che dice a me “quel che fai tu è sempre ben fatto, e quando non lo è va bene lo stesso”.

 

Ora ti voglio raccontare una storia, che ho sentita anch’io quand’ero bambinetto; e da allora, ogni volta la rammento mi par più bella. Perchè avviene delle novelle come di certe persone: più invecchiano e più diventano belle, – e questa, già, è una grande consolazione!
Tu dunque sei stato in campagna, ed hai veduto più d’una casa di contadini, vecchia vecchia, col tetto di paglia. Sul tetto cresce il musco, e tra il musco ha fatto il nido la cicogna… (Eh, della cicogna non si può fare a meno, in nessuna casa di contadini danesi!) Le muraglie pencolano; le finestre sono basse, ed una sola s’apre bene; il forno sporge in fuori dalla muraglia come una piccola pancia grassoccia; il sambuco si china verso la siepe, e presso la siepe è una pozza d’acqua, con un’anitra che diguazza e magari qualche anatrino, e sopra la pozza si china un salice rattrappito. Sì, e c’è anche un cane, che abbaia a tutti quelli che vengono, uno per uno.

Una casina proprio a quel modo c’era una volta in campagna; e in essa abitavano due vecchietti, un contadino e sua moglie. Per quanto poco uno possieda, di qualchecosa può pur sempre far senza; e nel caso dei nostri vecchietti, questo qualchecosa era un cavallo, il quale campava dell’erba che trovava sull’orlo del fossato, lungo la strada maestra. Il vecchio capoccia lo montava per andare alla città, e lo prestava ai vicini, i quali ne lo ricambiavano con qualche altro piccolo servigio. Sarebbe stato però meglio venderlo, o scambiarlo con qualcosa che desse loro maggior guadagno. Già, ma con che, per esempio?

“Farai tu, che sai meglio, babbino!” – disse la massaia. “È appunto giorno di fiera in città; e tu va, e fattelo pagare in danaro, oppure fa’ un buon baratto. Quel che fai tu è sempre ben fatto. Va’ va’ al mercato.”

Gli legò il fazzoletto al collo, perchè questo lo sapeva far meglio lei; gli fece un bel fiocco doppio, dandogli così una cert’aria di eleganza, gli spolverò il cappello, lisciandolo con la mano, e poi gli diede un bacio. Ed egli se ne andò allegramente, sul cavallo che doveva essere venduto o barattato. Sì, il vecchio babbo sapeva il fatto suo.

Il sole bruciava, e in cielo non si vedeva nemmeno una nuvoletta. La strada era tutta un polverìo. Quelli che andavano alla fiera, a cavallo, in carrozza o con le proprie gambe, si affollavano per la via maestra, di solito così deserta. Faceva un caldo soffocante e non c’era un filo d’ombra, per tutta la strada.

Il nostro vecchio amico incontrò un contadino che menava una vacca; ma era la più bella vacca che si potesse vedere. “Quella lì deve dare un ottimo latte,” – pensò: “forse che si possa fare un buon baratto!” – “Senti un po’, tu della vacca!” chiamò egli: “Vuoi che facciamo due parole? Ecco qui: un cavallo, direi, val più d’una vacca; ma, tant’e tanto la vacca mi fa più comodo. Vuoi che barattiamo?”

“Ben volentieri!” – rispose l’uomo della vacca; e così fecero.

L’affare era conchiuso, ed il contadino sarebbe potuto tornare indietro, poi che il suo viaggio non aveva più scopo; ma oramai, una volta stabilito di andare alla fiera, volle andarci, così, per dare un’occhiata; e tirò innanzi con la sua vacca. Camminava spedito, spedito andava l’animale, e così avvenne che di lì a poco raggiunsero un uomo che menava una pecora. Era una bella pecora, ben pasciuta, con una bellissima lana.

“Eppure, mi piacerebbe averla!” – pensò il contadino. “Sull’orlo del nostro fosso, l’erba non le mancherebbe, e l’inverno si potrebbe tenerla in casa. In fondo, per noi sarebbe più pratico avere una pecora che una vacca. S’ha a far baratto?”

Naturalmente, l’uomo della pecora fu più che contento, e così il cambio fu conchiuso, ed il contadino continuò la via con la sua pecora. Da un sentiero, che metteva capo alla strada maestra, vide venire un uomo con una grossa oca sotto al braccio.

“È un bel peso codesto, che tu porti!” – gli disse il vecchio: “Quante penne, e quanta ciccia! Farebbe bella figura, posta a diguazzare nella nostra pozza col suo bravo nastro alla zampa! La massaia saprebbe allora a chi dare le sue bucce! Tante volte le ho sentito dire: Se avessimo un’oca!… – Ecco che ora potrebbe averla… E (perchè no?) l’avrà. Vuoi tu barattare? Ti do la pecora in cambio, e ti dico grazie per soprammercato!”

Sì, l’altro barattava ben volentieri; e così fu affare fatto, ed il contadino s’ebbe l’oca. La città oramai era vicina, e la folla sulla strada cresceva sempre: era tutto un brulichìo di uomini e di bestiame. La strada fiancheggiava il piccolo campo di patate del gabelliere, dov’egli teneva legata la sua gallina, perchè nella confusione non avesse a scappargli e ad andar perduta. Era una gallina dalla coda mozza; una bella gallina che ammiccava con un occhio. “Cluc-Cluc!” – fece la gallina. Che cosa volesse dire con questo, non saprei; ma il contadino pensò: – “È la più bella gallina, ch’io abbia mai veduta; anche più bella della chioccia del Proposto: mi piacerebbe averla! Le galline si ingegnano sempre a trovare qualche chicco di grano: si può dire che non abbiano bisogno di chi le custodisca! Credo che sarebbe un buon affare se la scambiassi con l’oca.” – “Vogliam fare a baratto?” – domandò al gabelliere. – “Baratto?” – replicò l’altro – “Eh, l’affare non sarebbe troppo cattivo!” – E così fecero: il gabelliere prese l’oca ed il contadino la gallina.

Per via, egli aveva già combinato non pochi affari; era stanco, ora, e accaldato, e sentiva il bisogno d’un sorso d’acquavite e d’un pezzo di pane. L’osteria era proprio lì dinanzi, e fece per entrare: ma per l’appunto l’oste usciva in quel momento, con un sacco pieno colmo sino alla bocca; e si scontrarono sulla porta.

“Che cos’hai là dentro?” – domandò il contadino.

“Mele marce!” – disse l’oste: “Un sacco intero, per darle ai maiali.”

“Un bel mucchio! Mi piacerebbe le vedesse la massaia! L’anno passato, l’albero vicino alla buca della torba non diede che una mela sola. Si volle serbarla, e rimase sul cassettone sin che marcì. È sempre un piccolo raccolto, diceva la massaia. Qui ne vedrebbe uno bello, dei raccolti! Ah, bisogna che glielo porti a vedere!”

“E che mi date in cambio?” – domandò l’oste.

“Darti? Ti do la mia gallina in cambio!” – Diede la gallina, ebbe in cambio le mele, ed entrò nell’osteria. Nell’andare al banco, posò il sacco delle mele accanto alla stufa, senza badare ch’era accesa e ben calda. Molti forestieri si trovavano già nella sala – mercanti di cavalli, mercanti di buoi; e c’erano anche due Inglesi, ricchi sfondati, con le tasche piene di monete d’oro, così piene rigonfie ch’erano lì lì per iscoppiare. Di scommesse, poi, erano maestri; e, infatti, sentirai.

“Susss! susss!” – Che strano rumore mandava mai la stufa? Eran le mele, che cominciavan a friggere.

“Che roba è?” – E allora tutti appresero la storia del cavallo, ch’era stato barattato con una vacca, e poi con tant’altre cose, giù giù sino al sacco delle mele fracide.

“Ora, ora quand’andrai a casa! Le buscherai belle dalla massaia!” – dissero gli Inglesi.

“Buscarne?” – fece il contadino: “La massaia mi bacerà e dirà: quel che fa il capoccia è sempre ben fatto.”

“Scommettiamo?” – proposero gli Inglesi: “Un barile pieno di monete d’oro: trecentocinquanta sterline sono venti piastre danesi.”

“Oh, mi basta anche uno staio!” – replicò il contadino: “Quanto a me, non posso scommettere che uno staio di mele, e poi mi ci aggiungerò io, con la vecchia massaia, per darvi buona misura. Faremo così misura abbondante, eh?”

“E sia!” – esclamarono essi; e la scommessa fu accettata.

La carrozza dell’oste era pronta; gli Inglesi vi salirono e con essi il nostro vecchio: le mele fracide furono caricate, e così arrivarono finalmente alla casa del contadino.

“Buona sera alla massaia!”

“Grazie, vecchio mio!”

“Ho fatto un buon baratto del nostro cavallo.”

“Sì, tu sai far bene le cose tue!” – disse la donna; e l’abbracciò, senza por mente al sacco, nè ai forestieri.

“Ho scambiato il cavallo con una vacca.”

“Dio sia ringraziato per il latte che avremo!” disse la donna. “Rivedremo così sulla nostra tavola burro, cacio e crema. Fu davvero un buon baratto!”

“Sì, ma poi ho cambiato la vacca con una pecora.”

“E questo, infatti, è anche meglio!” – disse la donna. “Tu le pensi sempre tutte. Per una pecora, anche la nostr’erba potrà bastare. E così avremo latte e cacio pecorino, e poi calze di lana, e camiciole per la notte, anche! Di queste, la vacca non ne dà: perde il pelo la vacca! Sei un brav’uomo, e di buon consiglio!”

“Ma ho dato la pecora per un’oca.”

“Oh, avremo finalmente una buona oca per la festa di San Martino, vecchio mio? Tu pensi sempre alle cose che mi possono far piacere! Fu una magnifica idea questa! Legheremo la nostra oca qui fuori, sull’erba, e per San Martino diventerà ancora più grassa.”

“Ma ho poi barattato ancora l’oca con una gallina.”

“Una gallina! Ecco quel che si chiama un buon baratto!” – disse la donna. “La gallina fa le ova, le cova, e così avremo i pulcini, e metteremo su un bel pollaio. Non lo dicevo mai, ma lo desideravo da tanto tempo!…”

“Sì, ma poi ho dato in cambio la gallina per un sacco di mele fracide.”

“Ah, lascia che ti abbracci!” – esclamò la donna ridendo: “Lascia che ti ringrazii, caro vecchio mio! Ecco, bisogna proprio che te la racconti. Poi che te ne fosti andato, pensai a prepararti un buon desinare: una frittata con le bietole. Le ova, le avevo, ma mi mancavano le erbe; e per ciò andai dal maestro. So che ne hanno, nell’orto; ma la moglie è un’avaraccia, con quell’aria dolce dolce. La pregai di prestarmene un cespo… – Prestare? mi fece; non ci vien nulla nel nostro giardino; nemmeno una mela fracida potrei prestarvi! – Ora posso prestargliene io dieci, delle mele, anzi un sacco intero! Anche questa è una gioia, vecchio mio!” – E a mo’ di conclusione, gli diede un altro bacio.

“Questa mi piace!” – disse uno degli Inglesi. “Ruzzolare sempre più in basso, ed essere sempre allegri… Una scena simile vale i danari della scommessa!” E così al contadino, che, in vece di buscarle, era stato abbracciato, pagarono uno staio di monete d’oro.

La storia vale infatti tant’oro, quando la massaia riconosce e fa riconoscere che il suo vecchio è il più savio, e che quanto egli fa è sempre ben fatto.

Ed ecco la mia novella! Io l’ho sentita quand’ero piccino, ed ora l’hai sentita anche tu, e sai anche tu che quello che fa il babbo è sempre ben fatto.

Ora ti voglio raccontare una storia, che ho sentita anch’io quand’ero bambinetto; e da allora, ogni volta la rammento mi par più bella. Perchè avviene delle novelle come di certe persone: più invecchiano e più diventano belle, – e questa, già, è una grande consolazione!
Tu dunque sei stato in campagna, ed hai veduto più d’una casa di contadini, vecchia vecchia, col tetto di paglia. Sul tetto cresce il musco, e tra il musco ha fatto il nido la cicogna… (Eh, della cicogna non si può fare a meno, in nessuna casa di contadini danesi!) Le muraglie pencolano; le finestre sono basse, ed una sola s’apre bene; il forno sporge in fuori dalla muraglia come una piccola pancia grassoccia; il sambuco si china verso la siepe, e presso la siepe è una pozza d’acqua, con un’anitra che diguazza e magari qualche anatrino, e sopra la pozza si china un salice rattrappito. Sì, e c’è anche un cane, che abbaia a tutti quelli che vengono, uno per uno.

Una casina proprio a quel modo c’era una volta in campagna; e in essa abitavano due vecchietti, un contadino e sua moglie. Per quanto poco uno possieda, di qualchecosa può pur sempre far senza; e nel caso dei nostri vecchietti, questo qualchecosa era un cavallo, il quale campava dell’erba che trovava sull’orlo del fossato, lungo la strada maestra. Il vecchio capoccia lo montava per andare alla città, e lo prestava ai vicini, i quali ne lo ricambiavano con qualche altro piccolo servigio. Sarebbe stato però meglio venderlo, o scambiarlo con qualcosa che desse loro maggior guadagno. Già, ma con che, per esempio?

“Farai tu, che sai meglio, babbino!” – disse la massaia. “È appunto giorno di fiera in città; e tu va, e fattelo pagare in danaro, oppure fa’ un buon baratto. Quel che fai tu è sempre ben fatto. Va’ va’ al mercato.”

Gli legò il fazzoletto al collo, perchè questo lo sapeva far meglio lei; gli fece un bel fiocco doppio, dandogli così una cert’aria di eleganza, gli spolverò il cappello, lisciandolo con la mano, e poi gli diede un bacio. Ed egli se ne andò allegramente, sul cavallo che doveva essere venduto o barattato. Sì, il vecchio babbo sapeva il fatto suo.

Il sole bruciava, e in cielo non si vedeva nemmeno una nuvoletta. La strada era tutta un polverìo. Quelli che andavano alla fiera, a cavallo, in carrozza o con le proprie gambe, si affollavano per la via maestra, di solito così deserta. Faceva un caldo soffocante e non c’era un filo d’ombra, per tutta la strada.

Il nostro vecchio amico incontrò un contadino che menava una vacca; ma era la più bella vacca che si potesse vedere. “Quella lì deve dare un ottimo latte,” – pensò: “forse che si possa fare un buon baratto!” – “Senti un po’, tu della vacca!” chiamò egli: “Vuoi che facciamo due parole? Ecco qui: un cavallo, direi, val più d’una vacca; ma, tant’e tanto la vacca mi fa più comodo. Vuoi che barattiamo?”

“Ben volentieri!” – rispose l’uomo della vacca; e così fecero.

L’affare era conchiuso, ed il contadino sarebbe potuto tornare indietro, poi che il suo viaggio non aveva più scopo; ma oramai, una volta stabilito di andare alla fiera, volle andarci, così, per dare un’occhiata; e tirò innanzi con la sua vacca. Camminava spedito, spedito andava l’animale, e così avvenne che di lì a poco raggiunsero un uomo che menava una pecora. Era una bella pecora, ben pasciuta, con una bellissima lana.

“Eppure, mi piacerebbe averla!” – pensò il contadino. “Sull’orlo del nostro fosso, l’erba non le mancherebbe, e l’inverno si potrebbe tenerla in casa. In fondo, per noi sarebbe più pratico avere una pecora che una vacca. S’ha a far baratto?”

Naturalmente, l’uomo della pecora fu più che contento, e così il cambio fu conchiuso, ed il contadino continuò la via con la sua pecora. Da un sentiero, che metteva capo alla strada maestra, vide venire un uomo con una grossa oca sotto al braccio.

“È un bel peso codesto, che tu porti!” – gli disse il vecchio: “Quante penne, e quanta ciccia! Farebbe bella figura, posta a diguazzare nella nostra pozza col suo bravo nastro alla zampa! La massaia saprebbe allora a chi dare le sue bucce! Tante volte le ho sentito dire: Se avessimo un’oca!… – Ecco che ora potrebbe averla… E (perchè no?) l’avrà. Vuoi tu barattare? Ti do la pecora in cambio, e ti dico grazie per soprammercato!”

Sì, l’altro barattava ben volentieri; e così fu affare fatto, ed il contadino s’ebbe l’oca. La città oramai era vicina, e la folla sulla strada cresceva sempre: era tutto un brulichìo di uomini e di bestiame. La strada fiancheggiava il piccolo campo di patate del gabelliere, dov’egli teneva legata la sua gallina, perchè nella confusione non avesse a scappargli e ad andar perduta. Era una gallina dalla coda mozza; una bella gallina che ammiccava con un occhio. “Cluc-Cluc!” – fece la gallina. Che cosa volesse dire con questo, non saprei; ma il contadino pensò: – “È la più bella gallina, ch’io abbia mai veduta; anche più bella della chioccia del Proposto: mi piacerebbe averla! Le galline si ingegnano sempre a trovare qualche chicco di grano: si può dire che non abbiano bisogno di chi le custodisca! Credo che sarebbe un buon affare se la scambiassi con l’oca.” – “Vogliam fare a baratto?” – domandò al gabelliere. – “Baratto?” – replicò l’altro – “Eh, l’affare non sarebbe troppo cattivo!” – E così fecero: il gabelliere prese l’oca ed il contadino la gallina.

Per via, egli aveva già combinato non pochi affari; era stanco, ora, e accaldato, e sentiva il bisogno d’un sorso d’acquavite e d’un pezzo di pane. L’osteria era proprio lì dinanzi, e fece per entrare: ma per l’appunto l’oste usciva in quel momento, con un sacco pieno colmo sino alla bocca; e si scontrarono sulla porta.

“Che cos’hai là dentro?” – domandò il contadino.

“Mele marce!” – disse l’oste: “Un sacco intero, per darle ai maiali.”

“Un bel mucchio! Mi piacerebbe le vedesse la massaia! L’anno passato, l’albero vicino alla buca della torba non diede che una mela sola. Si volle serbarla, e rimase sul cassettone sin che marcì. È sempre un piccolo raccolto, diceva la massaia. Qui ne vedrebbe uno bello, dei raccolti! Ah, bisogna che glielo porti a vedere!”

“E che mi date in cambio?” – domandò l’oste.

“Darti? Ti do la mia gallina in cambio!” – Diede la gallina, ebbe in cambio le mele, ed entrò nell’osteria. Nell’andare al banco, posò il sacco delle mele accanto alla stufa, senza badare ch’era accesa e ben calda. Molti forestieri si trovavano già nella sala – mercanti di cavalli, mercanti di buoi; e c’erano anche due Inglesi, ricchi sfondati, con le tasche piene di monete d’oro, così piene rigonfie ch’erano lì lì per iscoppiare. Di scommesse, poi, erano maestri; e, infatti, sentirai.

“Susss! susss!” – Che strano rumore mandava mai la stufa? Eran le mele, che cominciavan a friggere.

“Che roba è?” – E allora tutti appresero la storia del cavallo, ch’era stato barattato con una vacca, e poi con tant’altre cose, giù giù sino al sacco delle mele fracide.

“Ora, ora quand’andrai a casa! Le buscherai belle dalla massaia!” – dissero gli Inglesi.

“Buscarne?” – fece il contadino: “La massaia mi bacerà e dirà: quel che fa il capoccia è sempre ben fatto.”

“Scommettiamo?” – proposero gli Inglesi: “Un barile pieno di monete d’oro: trecentocinquanta sterline sono venti piastre danesi.”

“Oh, mi basta anche uno staio!” – replicò il contadino: “Quanto a me, non posso scommettere che uno staio di mele, e poi mi ci aggiungerò io, con la vecchia massaia, per darvi buona misura. Faremo così misura abbondante, eh?”

“E sia!” – esclamarono essi; e la scommessa fu accettata.

La carrozza dell’oste era pronta; gli Inglesi vi salirono e con essi il nostro vecchio: le mele fracide furono caricate, e così arrivarono finalmente alla casa del contadino.

“Buona sera alla massaia!”

“Grazie, vecchio mio!”

“Ho fatto un buon baratto del nostro cavallo.”

“Sì, tu sai far bene le cose tue!” – disse la donna; e l’abbracciò, senza por mente al sacco, nè ai forestieri.

“Ho scambiato il cavallo con una vacca.”

“Dio sia ringraziato per il latte che avremo!” disse la donna. “Rivedremo così sulla nostra tavola burro, cacio e crema. Fu davvero un buon baratto!”

“Sì, ma poi ho cambiato la vacca con una pecora.”

“E questo, infatti, è anche meglio!” – disse la donna. “Tu le pensi sempre tutte. Per una pecora, anche la nostr’erba potrà bastare. E così avremo latte e cacio pecorino, e poi calze di lana, e camiciole per la notte, anche! Di queste, la vacca non ne dà: perde il pelo la vacca! Sei un brav’uomo, e di buon consiglio!”

“Ma ho dato la pecora per un’oca.”

“Oh, avremo finalmente una buona oca per la festa di San Martino, vecchio mio? Tu pensi sempre alle cose che mi possono far piacere! Fu una magnifica idea questa! Legheremo la nostra oca qui fuori, sull’erba, e per San Martino diventerà ancora più grassa.”

“Ma ho poi barattato ancora l’oca con una gallina.”

“Una gallina! Ecco quel che si chiama un buon baratto!” – disse la donna. “La gallina fa le ova, le cova, e così avremo i pulcini, e metteremo su un bel pollaio. Non lo dicevo mai, ma lo desideravo da tanto tempo!…”

“Sì, ma poi ho dato in cambio la gallina per un sacco di mele fracide.”

“Ah, lascia che ti abbracci!” – esclamò la donna ridendo: “Lascia che ti ringrazii, caro vecchio mio! Ecco, bisogna proprio che te la racconti. Poi che te ne fosti andato, pensai a prepararti un buon desinare: una frittata con le bietole. Le ova, le avevo, ma mi mancavano le erbe; e per ciò andai dal maestro. So che ne hanno, nell’orto; ma la moglie è un’avaraccia, con quell’aria dolce dolce. La pregai di prestarmene un cespo… – Prestare? mi fece; non ci vien nulla nel nostro giardino; nemmeno una mela fracida potrei prestarvi! – Ora posso prestargliene io dieci, delle mele, anzi un sacco intero! Anche questa è una gioia, vecchio mio!” – E a mo’ di conclusione, gli diede un altro bacio.

“Questa mi piace!” – disse uno degli Inglesi. “Ruzzolare sempre più in basso, ed essere sempre allegri… Una scena simile vale i danari della scommessa!” E così al contadino, che, in vece di buscarle, era stato abbracciato, pagarono uno staio di monete d’oro.

La storia vale infatti tant’oro, quando la massaia riconosce e fa riconoscere che il suo vecchio è il più savio, e che quanto egli fa è sempre ben fatto.

Ed ecco la mia novella! Io l’ho sentita quand’ero piccino, ed ora l’hai sentita anche tu, e sai anche tu che quello che fa il babbo è sempre ben fatto.

http://it.wikisource.org/wiki/Quaranta_novelle/Quel_che_fa_il_babbo_è_sempre_ben_fatto

One Comment leave one →
  1. 13 marzo 2015 10:21

    Il significato di questa fiaba non si capisce da bambini , poi con gli anni tutto è più chiaro! Ciao

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: