Skip to content

Dal seno all’Universo: esuberanza

15 marzo 2015

La notte bella
– Devetachi, il 24 agosto 1916 –

Quale canto s’è levato stanotte
che intesse
di cristallina eco del cuore
le stelle

Quale festa sorgiva
di cuore a nozze

Sono stato
uno stagno di buio

Ora mordo
come un bambino la mammella
lo spazio

Ora sono ubriaco
d’universo

arteideefeso2E’ questa poesia di Ungaretti che stamattina gira e gira nella mia mente, insieme a tanti pensieri sul”lasciare andare”, sul lasciarsi attraversare come uno strumento a fiato, una canna, la chioma di un albero, senza trattenere, ma solo contenendo, amplificando, risuonando.

Nasciamo figli e figlie, poi diventiamo anche madri e padri – non sempre di figli materiali ma certo di idee, azioni, mondi. Tra questi due momenti ce ne sono infiniti altri, perché in effetti il nostro è un tendere individuativo: chi sono io? ci chiediamo anche se non sembra, e nel tempo troviamo risposte che si susseguono, differenti. “Sei mio/non sei mio”, pare sia il “messaggio” che l’epitelio endometriale lancia all’ovulo poco prima che s’impianti: e proprio in quest’apparente conflitto di opposti sta la sola possibilità che s’impianti.

Così, arriva un momento in cui diciamo: sono figlia/non sono figlia, che ci consente di riconoscerci tale, e poi sono madre (padre)/non sono madre (padre), altrimenti madri o padri non potremmo essere.

E se siamo madri, quanta energia si sprigiona! In quel partorire vita e poi allattarla, lasciandoci attraversare da un’energia che sembra non abbia mai fine, che è nostra e non è nostra, quel soffio che ci trasforma in strumenti musicali senza che nemmeno ce ne rendiamo conto…

Quanta forza e vigore e conferme riceviamo, in questo “dare la vita” e alimentarla… Siamo onnipotenti, come l’Artemide Efesia, dai mille capezzoli che poi si rivelano anche scroti di toro; potenza e sacrificio convivono in quello sprizzare latte ed eros che si mescolano e danno la vita: ma poi? Che succede poi, quando arriva da dentro un’altra coppia di contrari, sono io/non sono io?

Avviene che “lasciamo andare” quello che è stato prima perché accada altro: ancora una volta.

“E’ mio/non è mio”, diciamo del tessuto che ci circonda; “sei mio/non sei mio”, ci risponde lo spazio.

E come un ovocita nell’utero, ci impiantiamo nell’Universo, che ci ripete “sei mio/non sei mio”, ci culla, ci alimenta, ci allatta, e chissà in che direzione stiamo crescendo, e quale mammella di spazio e scroto di toro ci nutrirà o nutriremo.

Tutto questo oggi lo vedo in una parola: esuberante.

Uber vuol dire mammella.

Esuberante, allora, non è solo un seno abbondante, come nel linguaggio comune; oggi mi appare piuttosto come un modo d’essere, una tappa, una liberazione, un uscire da quell’essere grembo che genera e seno che allatta e scroto di toro, un cercare altri modi, un tendere altrove, a mordere lo spazio, stavolta, mammella, scroto di toro, mistero.

No comments yet

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: