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“Rigenerazione urbana in quartieri difficili di Palermo”

24 maggio 2015

Con grande piacere pubblichiamo l’intervento di Donatella Natoli alla   Biennale dello spazio pubblico dell’ INU, Roma 22 maggio 2015

Albergheria, foto di costagar51

Albergheria, foto di costagar51

“Rigenerazione urbana in quartieri difficili di Palermo” Donatella Natoli

Roma 22 maggio 2015 Biennale dello spazio pubblico dell’ INU

Non so se sarà possibile una rigenerazione urbana in una città disgregata come Palermo, non so se possa trovare una sua nuova identità comunitaria. Io penso che per provarci sia indispensabile avere una conoscenza reale dei suoi abitanti, a cominciare dai più deboli, ed una conoscenza delle modalità con le quali gli abitanti hanno organizzato i loro spazi di vita. Ci vuole poi forse una visione complessiva, ma con uno sguardo capace di penetrare lo stato di immobilità che riproduce stancamente poco o nessun rispetto del bene comune, illegalità e comportamenti mafiosi, per cercare di rimettere in gioco l’uso degli spazi che tanta parte hanno in quell’immobilismo.

A Palermo, centro storico e periferie (abitate queste ultime dagli antichi abitanti poveri del centro storico), lontanissimi per urbanistica e architettura si assomigliano profondamente per quanto riguarda organizzazione sociale delle famiglie deboli, uguale dispersione scolastica, uguale disoccupazione, uguale presenza mafiosa. C’è poi la città di mezzo, abitata da professionisti e da borghesia attiva in industrie, commerci e agricoltura che apparentemente vive senza mescolarsi alla restanti parti della città, anche se spesso esistono molti fili che le uniscono.

Nel centro storico, non c’è a Palermo pietra lavorata dall’uomo che non ne copra un’altra lavorata da un uomo più antico; ogni edificio si svolge su una traccia, si riallaccia ad un segno già inciso sul territorio nei suoi trenta secoli di storia. E’ possibile scoprire continuamente mille racconti nelle pietre e nei nomi delle strade, è possibile scoprire storie di continue sottomissioni e di molte rivolte contro governanti, quasi sempre stranieri. Grandi palazzi per i signori ed altrettanti “bassi” per artigiani e lavoratori poveri al servizio dei palazzi. Mi domando se si può leggere una continuità fra quelle sottomissioni, quelle abitazioni nei bassi, e la vita di oggi in case occupate nella cittadella dell’artigianato che hanno la porta d’ingresso come unica fonte di luce e di aria, anche la sottomissione è di casa, non più al “barone” ma al capobastone locale. Non tutti gli abitanti poveri vivono in queste case, quasi privilegiate, altri, compresi gli immigrati, vivono spesso in palazzi in rovina oppure in casette, risistemate alla meglio fra palazzi cadenti. Ora come allora l’unico sfogo di vita per donne e bambini, “il soggiorno” per prossimità, è costituito dalla strada, è là che si impara ad essere complici o nemici ma si impara anche a destreggiarsi nelle difficoltà, a sviluppare sentimenti di amore e di solidarietà. Di certo non si fa a gara per mantenere pulito e vivibile “il soggiorno” e poiché è di tutti e di nessuno, ciascuno si sente autorizzato a lasciare le proprie scorie.

In questa situazione, si potrebbero trovare giustificazioni e rapporti di causalità nelle millenarie depredazioni che hanno distrutto definitivamente la fiducia della popolazione in chi governa e quindi ciascuno si sente autorizzato a malamente arrangiarsi, oppure si potrebbe pensare che soltanto dopo essersi immersi profondamente nel fango può ritornare il desiderio forte di vedere il sole, soprattutto se, come è nel nostro caso, c’é dalla nostra parte una costituzione che assegna a tutti uguali diritti. Dalla nostra parte ci sono ancora bellezze straordinarie ed originali della vecchia città su cui gli abitanti non riescono a posare uno sguardo di simpatia. A chi spetta cominciare per dare senso allo spazio mirabile della città vecchia, agli spazi di vita dei suoi abitanti erodendo le gambe ai taglieggiatori mafiosi? Ingenuamente abbiamo pensato che intanto spettasse a chi fosse più attrezzato culturalmente, a chi sentisse profonda solidarietà per bambini quasi muti per non avere avuto l’opportunità di esprimersi. Da cinquanta anni si succedono esperienze belle e interessanti, parlerò brevemente di quelle in cui sono stata coinvolta, che hanno inciso positivamente nella vita di qualcuna/o, ma bisogna riconoscere che non sono riuscite a scalfire le disuguaglianze probabilmente perché c’è un peccato originale. E’ proprio la fisicità degli spazi nel suo intrecciarsi con le pratiche di vita a giocare un ruolo cardine nella impossibilità del cambiamento; tentativi di aprire luoghi, innovativi ed inediti, per tutti, senza filtri, sia di tipo socio-sanitario(casa della salute sul territorio) che socio-culturale (biblioteca), hanno avuto un successo molto legato alle persone sia quando sono stati istituzionali sia quando legati al volontariato. Infatti i luoghi di aggregazione reale non erano e non sono voluti da chi amministra, anche quando resi belli all’interno, non sono ben visibili, non riescono a mantenere aperture in orari serali o festivi. E allora, pur riuscendo ad avere un quotidiano molto ricco dentro la biblioteca, io insieme ad altre compagne di viaggio ci dedichiamo molto alla sperimentazione di pratiche che possono influenzare profondamente la vita delle persone con cui veniamo in contatto. Anche se non riusciamo a spostare, nel loro insieme, povertà e disuguaglianza come vorremmo, tutte queste esperienze ci permettono di capire che cosa può funzionare e che cosa al contrario mantiene la situazione stabile, lasciando adolescenti e ragazzi a perdere alla mercè di modelli devianti.

Le buone pratiche cominciano alla nascita quando la mamma, i genitori, i familiari hanno una disponibilità particolare, anche al cambiamento, per l’accoglienza del nuovo bambino, l’esperienza delle mamme alla pari è straordinaria nel favorire al meglio accoglienza, allattamento e risoluzione di dubbi e problemi per il benessere del bambino nei primi mesi di vita. Penso allora che le mamme in difficoltà dovrebbero essere intercettate nei punti nascita ed avere la possibilità di un aiuto domiciliare poi trasferito al gruppo di mamme alla pari. Tutte le esperienze, comprese le nostre di mamme ed educatrici ci dicono e le conoscenze scientifiche ci confermano l’importanza del benessere del bambino nei primi anni di vita anche per le importanti ricadute sulla sua vita futura. Questo benessere necessita di uno spazio tranquillo, senza eccessi acustici, luminosi ecc..,in cui l’allattamento sia sereno, la mamma va sostenuta per realizzare tutto ciò. Il bambino poi cresce e nel nostro quartiere può avere nella biblioteca Le Balate i suoi spazi accoglienti di gioco, di lettura ad alta voce e di musica, ma dovrebbe avere altrettanti servizi accoglienti in asilo nido e nelle scuole dell’infanzia. E poi c’è il lungo periodo della scuola, dove si peggiorano le condizioni di vita, le relazioni e l’uso degli spazi. Il degrado e l’incuria delle scuole, visibili fin dall’ingresso, fanno capire che si tratta di strutture non amate. I laboratori che abbiamo sviluppato, come Biblioteca Le Balate, in buona parte fuori dalle aule ma in orario scolastico, hanno permesso ai ragazzi di immettersi in percorsi capaci di favorire la conquista autonoma dei saperi. Hanno riguardato sia la conoscenza diretta della natura che la conoscenza diretta delle testimonianze storico monumentali di Palermo, applicando diverse tecniche pedagogiche a secondo del gruppo e comunque variandole nel tempo, dal racconto alla possibilità di esprimere le emozioni con la scrittura, la drammatizzazione, il disegno o semplicemente attraversando tutte le tappe necessarie per allestire un orto vero dal seme al raccolto o sistemare una aiuola. Tutti i percorsi hanno messo alla prova le abilità di ciascun bambino o ragazzo ed hanno permesso a ciascuno di prendere coscienza delle conseguenze del proprio agire. E’ stato importante intrecciare la bellezza dei luoghi e delle pietre con il gioco della narrazione che racconta storie lontane illuminate da temi comuni in ogni tempo, e quindi attuali, quali identità, sopraffazione, ribellione, abbandono, desiderio di cambiamento, necessità di cura, speranza. L’interesse suscitato nei ragazzi permette di non farli scappare dalla scuola, favorisce la possibilità che facciano incontri che possano cambiare la direzione della loro vita.

E’ possibile che la scuola rimanga indifferente quando si rende conto che questi metodi sono efficaci e continui nella sua monotonia, emarginante per i deboli e neanche stimolante per i bravi? Molti metodi applicati a scuola non aiutano a gestire e superare i fallimenti, le difficoltà, gli imprevisti, perché prendono in considerazione come tappe positive solo i percorsi ripetitivi e uguali per tutti ed i successi, tutto ciò non aiuta a crescere, non permette di esplorare, di avere curiosità, di porsi obiettivi altri ed alti. Ma, nel nostro territorio è vitale che i ragazzi si pongano obiettivi altri ed alti in alternativa ai gesti omologanti di illegalità.

I ragazzi a perdere sono poi nelle strade nel pomeriggio e la sera, di giorno dormono, nelle ore di veglia per lo più spacciano, si occupano di combattimenti di cani o di corse clandestine di cavalli, e giocano nei tanti locali di videogiochi, intercettarli è quasi impossibile, a volte l’unica possibilità si presenta quando, essendo stati fermati dalla giustizia minorile, devono trovare un posto dove sviluppare una misura alternativa al carcere. In questo caso, esperienze del passato, ci dicono che l’unica riabilitazione, essendo ancora molto giovani, è quella dell’educazione al lavoro associata a pratiche relative alla conoscenza di sé e della propria identità. Un lavoro bellissimo potrebbe essere quello di risistemare, con l’aiuto di tutor gli spazi comuni del quartiere in cui si abita, rendendoli vivi, dopo avere studiato i luoghi dal punto di vista storico monumentale. Anche questa è un’esperienza che stiamo facendo, coinvolgendo anche famiglie ed artigiani.

Ho parlato di un peccato originale che impedisce che queste esperienze costituiscano il grimaldello scardinante, e questo peccato è legato allo sguardo distratto di chi amministra, di chi opera nel campo della salute, dell’educazione e dell’armonizzazione degli spazi di vita. Non sarebbe difficile dilatare le esperienze di cui ho parlato investendo, in un progetto per i diritti, soprattutto risorse umane ma anche materiali, sulla prima infanzia, sul benessere e lo sviluppo di interessi di bambini e ragazzi in spazi all’interno ed all’esterno della scuola, con i contributi fondamentali che possono dare le biblioteche e le attività sportive. Tutto ciò non avverrà se non ci sarà un cambiamento culturale profondo. Formazione degli adulti quindi perché pratichino l’osservazione come strumento di conoscenza , affinché riconoscano che le meraviglie della vita possono nascondersi nei luoghi più inaspettati e la bellezza rivelarsi dove non riescono più a vederla. Formazione per entrare nelle pieghe della realtà e scoprire la fascinazione di processi naturali e con questi bagagli sapere attirare i giovani, e soprattutto quelli in difficoltà che sembrano avere perso un ruolo di rivolta, una capacità di contrapposizione ai giorni del presente, la loro rabbia repressa non sembra esplodere in qualcosa di vitale ma sembra incupirsi in una omologazione alienante e solitaria, che facilmente trova uno sbocco nelle organizzazioni malavitose.

Ma anche per fare il grande sforzo di formazione che la situazione impone sono necessari luoghi e metodi efficaci, la terra di Sicilia ha avuto figli adottivi come il grande sociologo Danilo Dolci che ha creato un Borgo, crocevia di scambi culturali internazionali e di pratiche di formazione in tanti campi, questo Borgo da pochi mesi è risorto, luoghi come questo solo se sono usati intensamente, risorgono veramente. Sicuramente non c’è posto migliore per lavorare con scambi e formazione sui grandi temi che possano preludere ad un cambiamento culturale, sociale ed ambientale della nostra Regione con l’aiuto di tutti coloro che volessero dare un contributo.

Accoglienza, cura delle persone fin dalla nascita, scuole interessanti, opportunità di raggiungere i livelli più alti dell’istruzione per tutti, sviluppo di spazi fisici e mentali di comunità competenti, cura di ogni aspetto dell’ambiente costruito e dell’ambiente naturale. Questa piccola sequenza costituisce la ricetta che la mia esperienza ha maturato nei confronti della lotta alla mafia. Questa lotta alla mafia significa sottrarre vite di tanti ragazzi al veleno dell’organizzazione e tagliare i legami di questa organizzazione con il territorio. Il lavoro instancabile ed i successi dei magistrati e delle forze dell’ordine non saranno mai efficaci in maniera definitiva senza questo lavoro culturale e sociale. La stessa sequenza può essere usata per un ritorno alla bellezza di luoghi riconosciuti come le nostre radici ed amati come spazi dell’anima.

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