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Questi Greci siamo noi, noi che curiamo il tempo

4 luglio 2015
Carta Nautica, Maurilio Catalano

Carta Nautica, Maurilio Catalano

Questi Greci che oggi non si sa che fine faranno, questi Greci siamo noi.

Lo siamo nello stesso senso in cui siamo Palestinesi, Egiziani, Indiani, Malgasci: l’appartenenza a un paese non coincide con quella al genere umano, che è antecedente.

Ma noi non siamo Greci solo per questo: lo siamo anche per cultura e per Anima. La maggior parte delle parole che usiamo ci arriva attraverso un’elaborazione greca di radici antiche quanto il nostro pensiero; e le parole sono modi di vedere, sono i nomi con cui battezziamo le cose quando nascono alla nostra mente, al nostro cuore.
Noi siamo Greci nel midollo, solo che non ce lo ricordiamo. “Ecumene”, ad esempio, non è una parola che abbia a che fare col mondo religioso. Vuol dire “terra abitata”, anzi, per la verità, “casa abitata”, perché un tempo – e quel tempo nella nostra interiorità ancora vive – la terra era la casa di tutti, e quel tempo precede persino quello dei Greci, perché c’è sempre un tempo “prima”, oltre che “dopo”.

Economia è la “legge della casa”, ed è meglio che non lo andiamo a dire ai Greci, ma è così, e la “casa” qual è? Sempre la terra. Anche “ecologia” è un “discorso sulla casa”, che è l’ambiente in cui viviamo, dunque sempre la terra.

La casa è la terra. La terra non è lo Stato: è la terra, che è una.

Invece il tempo non è uno.

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Mandala dell’acqua – Giovanni Russo – Piramide 38° parallelo, Rito della Luce 2015

Sono proprio i Greci che ce lo hanno insegnato, gli Antichi. Ancora la loro voce narra di quando la Terra sentì il bisogno di creare un Cielo “in tutto simile a lei”, che “potesse avvolgerla sempre”: e nacque la prima storia d’amore del Cosmo. Tra Cielo e Terra non c’era né spazio né tempo: lui si profondeva in lei sempre (sempre vuol dire “una volta per tutte”, è l’etimo che lo dice), e lei generava in se stessa e in lui. Nacquero così quelli che si possono chiamare, a seconda dei punti di vista, “dei” o “metalli” o “pianeti”. Il Sole e la Luna, ad esempio, nel Cielo erano luce e dei e nella terra vene d’Oro e d’Argento; così Mercurio, così quella che sarebbe stata chiamata Venere o Rame, così Marte o Ferro, e così tutti gli altri. Ma tutte queste creature non potevano vedere la Luce, perché il Cielo, sebbene fossero nate, le ricacciava nelle viscere della terra, e lei non aveva pace. Lei aveva bisogno di darle alla luce: per lei erano materia viva, e le urgevano dentro.

Allora un giorno armò la mano di uno dei figli con un falcetto, e proprio quando il Cielo stava per sprofondarle dentro in un impeto d’amore, quel figlio ne recise il membro e lo scagliò lontano, nel mare.

Il Cielo si ritrasse dalla Terra, all’improvviso, e per questo le montagne appaiono a volte azzurre: sono brandelli di carne del cielo. Tra i due amanti di un tempo si fece uno spazio, e in quello spazio si adattò il Tempo, che era Crono, lo stesso autore della separazione.

Ma dal membro ribollente del Cielo, caduto nel mare, nacque dapprima una schiuma candida, che in greco si chiamava “aphròs”. Quella schiuma prese la forma di una dea: Afrodite, che vuol dire “nata dalla schiuma”, da quella schiuma.

Nello stesso momento e nello stesso modo in cui si definivano i “contrari”, scaturiva la possibilità di metterli in relazione; il tempo di Crono nasce insieme a quello di Afrodite, questo ci raccontano gli antichi Greci.

E invece noi viviamo l’uno, l’altro.

Il tempo dell’economia non è più quello della casa, e la terra non è che paese d’appartenenza. La moneta, che un tempo si chiamava ed era Grano, Pecunia, Cavallo e aveva un valore, ora è qualcosa di virtuale eppure malefico, qualcosa che separa e mette in ginocchio e rende impotenti sebbene non abbia valore.

non ci sono commenti possibili per quest'immagine che mostra la disperazione di un pensionato greco di questo tempo di Crono

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Ma il tempo di Afrodite dov’è finito?

Noi pensiamo che sia ancora possibile attivare questo tempo. Afrodite non separa ma unisce; Afrodite è il femminile che si attiva e trasforma ogni cosa in risorsa.

Afrodite siamo noi, tutti quanti, noi che possiamo tessere ancora, nello spazio che da ferita diventa dapprima “feritoia” e poi “temenos”, recinto sacro, te-me-noi, il solo recinto della terra abitata, tutta la terra intera, quella fatta di te, me e noi, Greci e Palestinesi e Malgasci e del Polo Nord e Sud insieme.

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