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Tessere di un nuovo mondo, a Castelbuono

2 agosto 2015
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Anna Rizzuti – “Paesaggi immaginali”, Parigi 2011

Le “tessere” si chiamano così perché hanno quattro lati: in greco “tessara” significava “quattro”. Questa quaternità esprime in vari modi la nostra ricerca di equilibrio, dato che tutti utilizziamo oggi le “tessere” come documenti di riconoscimento in vari ambiti del nostro vivere civile, e con quelle tessere dichiariamo in qualche modo di far parte di un unico mosaico, quello dell’appartenenza non solo al nostro paese d’origine, ma anche all’umanità del nostro tempo. Un piccolo documento con quattro “lati” rappresenta la nostra saldezza, il nostro essere qui ed ora, il nostro poterci orientare fra quattro punti cardinali, quattro stagioni, quattro fasi della luna, quattro elementi: il “quattro” rappresenta la “stabilità” della Terra. La mostra itinerante “Tessere – Tratti d’Europa, dal Mediterraneo al Baltico”, che da ieri al 15 agosto sarà visitabile, dal tardo pomeriggio fino a sera avanzata, a Castelbuono, a Casa Speciale, in Piazza Margherita, 3, rappresenta proprio l’interrogarsi su questa ricerca di stabilità, che è di tutti e di ognuno, attuale da sempre ma forse mai come in questo momento della nostra storia di umanità e di singoli. Una mostra di fotografia – oggi che siamo sommersi da immagini – che cosa significa? Significa avere il coraggio di mettersi in gioco, non da “artisti”, non da professionisti della fotografia, ma da individui. Significa dare un senso al proprio sguardo: riconoscere che attraverso il nostro particolare modo di vedere le cose noi esistiamo, ma anche le cose esistono. Le cose esistono quando noi le rispecchiamo in noi stessi, come in questi straordinari versi di Cesare Pavese: […] Sei la vita e la morte. Sopra la terra nuda sei passata leggera come rondine o nube, il torrente del cuore si è ridestato e irrompe e si specchia nel cielo e rispecchia le cose ‒ e le cose, nel cielo e nel cuore soffrono e si contorcono nell’attesa di te. […] E se le cose acquistano esistenza e diventano riconoscibili attraverso il nostro sguardo – quello di tutti, anzi di “ogni uno” -, vuol dire che siamo in grado anche di trasformarle, le cose, attraverso noi stessi. Ecco perché non è una mostra di fotografie “qualsiasi” quella proposta da Giovanni Giannone, che da sempre ci racconta il suo sogno di un’Europa di popoli e non di nazioni; è una mostra provocatoria e coraggiosa, che si propone a dispetto di ogni difficoltà logistica, che “accade” che ci sia o non ci sia un “pubblico”, proprio come quando un fiore sboccia e poi diventa frutto: in sé, al momento giusto, nella pienezza di un proprio riconoscimento, di un proprio tempo, di un proprio luogo. Nessun frutto si è mai chiesto se ci sarà qualcuno a raccoglierlo, se sarà mangiato o diverrà marmellata, se cadrà e diverrà cibo delle formiche o verrà beccato dagli uccelli. Nessun frutto è mai stato ansioso di sé. Così questa mostra “accade” come un frutto, serena di sé, nella semplice certezza che “non ci sono problemi, ma soluzioni”. E’ una pausa di fiducia in un mondo frenetico e incerto. Così questa mostra è “tessera” di riconoscimento di una nuova identità, quella di un mondo fatto di uomo e donne che dicono “io ci sono”, come appunto Esko Aarre-Ahtio, Guido Giannone, Roberto Miata, Natù e Anna Rizzuti, gli autori delle foto, che non sono quattro ma cinque, come nel distillare una quintessenza che poi è quella che ci mette in moto e ci e-moziona. Ci siamo tutti: dobbiamo capirlo che tutti siamo importanti. Un particolare ringraziamento all’Assessore Gian Clelia Cucco, a Stefania Sperandeo, a Maria Angela Pupillo, splendide gemme.

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